SHARE

Riceviamo dal nostro “Velista qualunque” Fabrizio Monacci le sue impressioni sulla prima volta su una vela d’epoca.

Livorno- Non so a voi, ma a me non capita frequentemente di fare una regata con una vela storica. Se proprio devo dire la verità, quella del T.A.N. di questo anno è stata la mia prima volta, in assoluto.
Mi ha chiamato Francesco che, insieme a Gabriele, è l’armatore di Don Quixote, una gran bella goletta che da anni ammiro all’ormeggio nel porto di Livorno. Sì, c’ero stato a bordo più di una volta, ma sempre in banchina, come quando l’autunno scorso festeggiammo i suoi primi 50 anni.

Il Don Quixote
Il Don Quixote

La barca l’avevo già incontrata in passato, ancor prima di conoscere i mie due amici che, come me fanno anche parte dell’equipaggio di Miranda VI, oltre che della mia. Era su un piazzale in evidente stato di abbandono. Scafo bellissimo, in legno, a chiglia lunga, di forme slanciate nella sua opera morta. Bordo libero basso, assenza di draglie.
Chissà perché era stata lasciata totalmente aperta e l’acqua piovana aveva anche allagato il motore; questo per la sua forma sembrava una stufa. Togliendo qualche strato di ruggine saltò fuori una scritta cinese. C’ero salito, ovviamente con il consenso del proprietario del cantiere, perché in quel periodo stavo cercando una barca che sostituisse il mio quasi altrettanto vecchio e glorioso caipirinha “Kapok” (quante soddisfazioni mi ha dato e quante ne sta ancora dando al suo nuovo proprietario).

Le vele antiche, e sopra tutto il legno, mi hanno sempre appassionato. Mi piacque subito, una coperta pulita e ampia che mi ricordava molto un Colin Archer che andai a cercare in Olanda. Un interno che gli inglesi definirebbero cosy, con una cucina sul lato dritto, un quadrato a L a completare il primo ambiente dove, sotto il tavolo da pranzo c’era appunto la “stufa”, poi un passaggio, roba da porta santa, per la zona di prua, con il bagno e la cuccetta matrimoniale (altri posti letti nel quadrato). In coperta due tughe separate, oltre agli alberi, certamente in legno, ed un salpa-ancore manuale che completa il capolavoro della sua eleganza. Le manovre decisamente in tessile, canapa, con le caviglie, ancora originali. A guardare la coperta con attenzione, sembrava di vedere le famose puntine da disegno con cui Joshua Slocum si difese dai nativi nello Stretto di Magellano. Bellissima ma lo stato complessivo non era buono. Non ne feci niente, con un rigurgito di modestia, immaginando le capacità richieste per un completo refitting.

I piani del Don Quixote
I piani del Don Quixote

Anni dopo la rividi agli ormeggi della Lega Navale, nel porto di Livorno. Tirata a lucido, un accattivante colore panna dell’opera morta, splendida. Era proprio lei, il Don Quixote, irriconoscibile.
Conobbi così Francesco e Gabriele, due appassionati di mare come me, ma con molta più manualità e forse anche pazienza.
Me ne raccontarono la storia, ammettendo che nella loro quasi titanica opera erano stati guidati e aiutati da Battista che, la rima è tanto facile quanto sincera, è un vero e proprio artista: un mastro d’ascia come purtroppo non ne esistono più e che ha poi anche curato, in maniera egregia la coperta in teak del mio Grand Soleil 42.

La goletta nasce dai disegni di Murray G. Peterson, nel 1932. Fu il primo di 3 coasting schooner coaster disegnati da questo architetto navale del Maine. Don Quixote venne realizzata nel 1963 dal cantiere di Bob Sloan a Chula Vista in California. Per lo scafo venne utilizzato il douglas, la quercia per l’ossatura ed il teak per la coperta.
I primi proprietari, i signori Wasserman, statunitensi, con un lungo viaggio durato 30 anni di cui non conosco purtroppo i dettagli, attraversarono il Pacifico per poi approdare in Grecia. Lì venne messa in vendita. Ad acquistarla fu Zaccagni, che proprio recentemente ho conosciuto nell’occasione della regata “Vele Storiche”, di cui era giudice. Ne rimase proprietario per circa 10 anni, portandola in Italia.

Il Don Quixote nel porto di Livorno. Foto Monacci
Il Don Quixote nel porto di Livorno. Foto Monacci

Lunga mt. 11,095, lo scafo, ma poi c’è un imponente bompresso di mt. 3,70, disloca circa 11 tonnellate. Mt. 9,08 la lunghezza al galleggiamento ed il baglio massimo 3,41. L’albero di maestra, provvisto del suo alberetto e sartie volanti, è alto mt. 14; quello di trinchetta mt. 9. Il pescaggio è di mt. 1,80.

Il boma della randa di maestra, a bordo lo chiamano il randone, sporge generosamente dalla bella poppa rovescia, e ha una lunghezza totale di mt. 6,10. La superficie delle vele, di un bel colore rosso mattone è nel totale di mq 146. Uno yankee ed un fiocco di trinchetta murati sul bompresso, randa di trinchetta con il suo fisherman, la randa di maestra corredata di controranda.
Tranne la cucina a tre fuochi, con forno, ed un frigorifero a bordo non è visibile null’altro di acciaio. Tutto il metallo a vista è di bronzo, strettamente originale, compresi i pochi winch.
Le manovre infatti sono essenzialmente manuali e dirette. L’issata delle rande è controllata dal paternostro con i suoi bertocci, una sorta di rosario per intenderci. A piè d’albero la “pazienza” accoglie le caviglie per la regolazione delle drizze.

Gli interni sono eleganti e davvero luminosi. Tutto è prezioso, inclusa la passione degli armatori che giustamente custodiscono gelosamente in copia autentica i disegni originali dell’architetto.
Nel grosso lavoro di refitting effettuato gli armatori hanno inoltre sostituito la “stufa” con un generoso Lombardini da 60 hp. Una curiosità: l’asse elica è lungo mt. 3,35.
Ero partito dalla regata e lì ora ritorno.

Don Quixote in regata al TAN
Don Quixote in regata al TAN

Mi era stato affidato, e ne sono davvero orgoglioso, il timone. Nei giorni antecedenti abbiamo fatto un’uscita di prova. Tra le altre cose dovevo abituarmi alla ruota, quella antica, con caviglie, del tipo che te la trovi di fianco. Debbo dire che l’adattamento è stato immediato, anzi la ho addirittura trovata comoda. Le sue caviglie aiutano nella precisione delle correzioni di rotta, anche dell’ordine di pochi gradi. Un aspetto che mi mette leggermente in difficoltà, ma solo all’inizio, è la demoltiplica del movimento: ben 2,5 giri per andare tutto alla banda. In questa situazione è pretesa eccessiva l’arresto immediato dell’accostata. Occorre decisamente prenderci la mano, ma ci si può quasi riuscire.

Ed ora vediamo come va a vela. L’obiettivo di questa uscita (c’era purtroppo pochissimo vento, max 2-3 nodi, con onda formata che ci frenava ulteriormente) era provare un nuovo gennaker sicchè ci siamo limitati ad una serie di strambate. La direzione e velocità del vento stimata ad occhio, senza nemmeno un windex, alla vecchia maniera. Per la velocità della barca ci ha aiutato un i-phone. Debbo dire che mi aspettavo prestazioni inferiori; non che possa competere, per lo meno con così poca aria, con barche moderne ma per lo meno non si è mai fermata, continuando a procedere stabilmente a dispetto delle condizioni del vento e del mare.

Il primo giorno di regata, un triangolo, il vento era assente. La partenza non è entusiasmante e poi ci perdiamo in fondo al gruppo delle poche –solo 7- barche d’epoca iscritte (bei tempi quando il T.A.N. riusciva a richiamare in tutte le classi imbarcazioni da ogni dove!). Con una velocità di avanzamento inferiore al nodo (vento, misurato questa volta con un anemometro a mano, di 1,5 max 2 nodi) non è agevole completare la virata, mentre la strambata o abbattuta, per i puristi, non pone problemi. Siamo talmente indietro (ma onestamente si deve dire che le altre barche hanno linee decisamente più moderne) che valutiamo se ritirarci. Il tempo limite si avvicina e stimiamo che anche se arrivasse un buon vento non avremmo più possibilità. Comunicazione radio al Comitato e via verso il porto con un groppo di vento (25 nodi) che era stato preannunciato da nuvoloni neri neri e lampi.

Il secondo giorno la partenza è decisamente migliore. C’è un buon vento da Grecale, anche se incostante. A bordo ci sono Francesco, Gabriele, Battista, Luca, Daniele, ed io. Non ce la facciamo a tenere testa alle altre barche ma meritiamo tanti applausi dai fotografi che seguono la regata. Anche il Comitato poi si complimenterà. All’arrivo, in compensato, saremo terzi ma veniamo classificati DNF per una distrazione alla boa di arrivo. Peccato, ma per lo meno ci siamo davvero divertiti.

Io certo in modo particolare poiché ho scoperto il fascino di navigare su una barca d’epoca. Sulla via verso il porto, di bolina stretta e con un vento di max 10 nodi (velocità di avanzamento prossima ai 6 nodi), scopro anche che il Don Quixote rende e stringe meglio con il “randone” tenuto piuttosto lasco. Si rivela docile, scivola dolcissima sull’onda ed è sorprendentemente agile. In porto poi un’altra sorpresa: la sua capacità di manovra anche nella non sempre semplice retromarcia è davvero inaspettata; sotto le mani esperte di Francesco facciamo sicure evoluzioni in spazi veramente ristretti e l’ormeggio non presenta alcun problema, a dispetto della chiglia lunga. Si rivela molto più semplice di tante altre barche ben più moderne e non si nota grande differenza rispetto alla facilità del sail drive.

Dal mio punto di vista le barche appartengono a due categorie: quelle prestazionali, se l’obiettivo è la regata, e quelle su cui l’occhio si posa volentieri per la grazia delle forme e per la sicurezza che sanno trasmettere.
A Don Quixote il fascino non manca e sono molto grato a Francesco, Gabriele e Battista per avermi consentito questo bellissimo tuffo nel passato.

Fabrizio Monacci

Un suggerimento: visionate i video q stt, anche per capire l’importanza e l’estensione del refitting operato

1 COMMENT

LEAVE A REPLY