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Immagine http://www.cherini.eu/

Hong Kong- A Hong Kong c’era un pescatore cinese. Uno qualsiasi. Solo uno dei tanti, come ce ne sono a migliaia nel Mar Cinese Meridionale. Quasi ogni notte andava a pescare con nove suoi compagni, cinesi e ignoti come lui. Su una barca, probabilmente di legno. Probabilmente senza luci e, ancora probabilmente, senza AIS o simili congegni radio elettronici. Forse Lee, forse Chang o, chissà, addirittura forse Chen, visto che pare questo il cognome più diffuso tra Hong Kong e Macao. C’era andato anche la notte del 19 gennaio scorso, un venerdì. Barca tra centinaia di barche che pescano, commerciano, navigano, incrociano, si nascondono di fronte a Hong Kong. E tra alcune, poche, che, almeno quella notte, lì regatavano.

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Forse. Perché a diciotto giorni da quella notte, quel pescatore un nome, almeno quello, ancora non ce l’ha. O meglio, sicuramente ce l’ha per chi l’ha soccorso e trasportato via elicottero in ospedale, dove è giunto cadavere. Per la sua famiglia o gli altri compagni di pesca. Ma non ce l’ha per noi. Per il pubblico che segue la Volvo Ocean Race.

Il 19 gennaio è già diventato 20, quando quel peschereccio si trova una trentina di miglia dalla costa continentale cinese. C’è vento, una ventina di nodi abbondanti da Est Nord Est. Nulla di proibitivo per chi va a pescare. E figurati se lo sono per un Volvo Ocean 65 lanciato a venti nodi al lasco nella notte, in piena potenza. L’orologio locale ha passato l’una di notte da pochi minuti. Sono le 01:11. Chen pesca e non lo sa. Che un bolide da regata lungo venti metri sta avanzando verso di lui. Con gennaker, reacher, forse staysail e randa, filando 20,8 nodi mure a dritta con lo scafo sbandato di qualche grado sottovento. Impetuoso. Più o meno come un treno lanciato sul binario del dio Vmg, quello che ottimizza le prestazioni ma a volte fa dimenticare l’antica arte dei marinai.

Nell’ultimo giro di lancetta della vita di Chen, la barca da regata percorre 0,34 miglia. Seicentoquarantadue metri. Tanti. Nella notte, al buio. Con il peschereccio nascosto al mascone di sinistra sottovento. Difficile vederlo se non si è fissi di guardia, con gli occhi nella giusta direzione. A tre secondi dalle 1:12, dodicimilacinquecento chilogrammi di barca piombano a trentotto chilometri all’ora su Chen. Vestas si è appena scontrato con il non meglio identificato peschereccio, che di lì a poco affonda. Nove si salvano. Chen no.

Probabilmente. Perché la regata che riprende tutto a h24, con i dati trasmessi in diretta in tutto il globo, con migliaia di appassionati che subito si accorgono che su quella barca, Vestas, qualcosa non va, a diciotto giorni dalla morte di Chen o chi per lui, di quel fatto ancora non ha detto nulla. E chissà se mai lo dirà. Su Vestas subito prestano soccorsi, operano con una manifesta e precisa manovra di ricerca uomo a mare. Tutto evidente ma tutto chiuso in un cassetto. L’inchiesta c’è, i suoi risultati no. Vestas ha rinunciato, causa riparazioni, all’inutile Leg 5 un-punto-per-uno fino a Guangzhou, e rinuncia alla vera tappa, la sesta, che riporta da oggi la flotta in Nuova Zelanda.

Questa, più o meno, la storia del pescatore cinese senza nome, che rischia di diventare un autogol per la Volvo Ocean Race. Abbiamo atteso, noi di Fare Vela che abbiamo sempre considerato la Volvo come il massimo della vela oceanica così come i media velici internazionali, che l’inchiesta si concludesse. Che fossero diffuse notizie ufficiali. Invece nulla. Solo l’ovvia solidarietà alla famiglia e il rimorso per quanto successo, che Vestas ha sempre inserito nei suoi comunicati, pieni di cordoglio ma privi di notizie.

Lo skipper di Vestas Charlie Enright non partecipa alla conferenza stampa a Guangzhou. Per evitare domande scomode? Volvo Ocean Race parla diffusamente degli eventi marketing oriented programmati, dei seminari sulla sostenibilità, della (giusta) salvaguardia degli oceani, ma non comunica nulla sull’unica vera notizia della triste sosta cinese. Niente. Si potrebbe pensare che vi siano in corso conseguenze per la regata e Vestas? Cosa dicono le autorità cinesi? Come gestiscono i rapporti tra un evento di proprietà di una casa automobilistica di primissimo valore, a maggioranza societaria cinese?

Hong Kong Stopover. HGC In-Port Race Hong Kong. 27 January, 2018.

La Volvo Ocean Race, dopo il cambio di management seguito alla partenza del precedente CEO Knut Frostad, sembra aver diretto ancor più le sue priorità sulle relazioni commerciali legate agli sponsor e alla casa madre. Fatto comprensibile e logico, intendiamoci, visto che la regata, che appassiona centinaia di migliaia di persone on line e nei porti sedi di tappa, costa molto ed è possibile solo per l’impegno degli sponsor, che devono avere la loro visibilità. Da qui a inventarsi tappe finte e far se come nulla fosse successo, però… Gestione di crisi, ok, certo, ma neanche colpo di spugna. The show must go on… assolutamente sì, ma forse lo farebbe meglio con alcuni dati in più.

Una conferenza stampa, a due settimane di distanza dall’incidente, sarebbe stata auspicabile. Ne va della credibilità. Una dichiarazione dei fatti, chiarendo quello che si può dire, nel rispetto di tutti, velisti, organizzatori, sponsor, appassionati e, un pochino, anche di quel semplice pescatore di cui non sappiamo neanche il nome. Uno come tanti laggiù, nel Mar Cinese Meridionale.

3 COMMENTS

  1. Non è neanche tutta colpa di Vestas… I cinesini potevano mettere una candela a prua, come si faceva su tutte le navi dei pirati…

    • Ciao Andrea, nessuno ha detto che sia colpa di Vestas, abbiamo scritto che la mancanza di notizie ufficiali a 18 giorni dal fatto è anomala. Un saluto

  2. Sono d’accordo,si tratta di un omicidio colposo….e il problema nn ê per noi la ricerca delle responsabilità,per altro mi sembrano abbastanza chiare,ma il dovere di informare in modo esaustivo il pubblico sulla triste vicenda…

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