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Aggiornamento ore 10 Oggi dalle 13:30 in programma tre match race (Artemis/China, Oracle Spithill/Oracle Bundock, Team Korea/Luna Rossa Piranha), a seguire dalle 14:15 due prove di flotta. A seguire sarà disputata la terza regata di flotta, che varrà come riserva per la mancata eventuale disputa della regata finale di domenica.

Napoli- La Coppa America è e sarà un’altra cosa. Questa l’impressione dopo la prima giornata delle AC World Series napoletane. Questo degli AC45 pare un circo mediatico, d’impatto via etere ma non proprio efficace dal vivo, almeno questa è la nostra sensazione dopo una tosta giornata di vento e mare, con lo Sciroccone che da Sorrento picchia su Napoli sollevando onde di quasi due metri. Pensato e creato a immagine e uso dei media (a noi piace più la fruizione sul web di quella in TV) raggiunge il suo apice proprio sullo schermo, con la grafica video (il liveline reso celebre dal football americano negli States) che aiuta molto la comprensione, immagini ravvicinate, le pulsazioni dell’adrenalina dei velisti che quasi fuoriescono dai video per contagiare gli spettatori. Rumori, immagini, angoli, fiatone, ordini, urla, muscoli che pompano. Con i velisti che sembrano, per l’appunto, anzi sono quasi trasformati in giocatori di football, tra caschetti protettivi, giubbetti e licre griffate. Non c’è un touch down da fare ma delle boe da passare, non più manufatti gonfiabili ma vere imbarcazioni ancorate. E gli AC45 sobbalzano, beccheggiano, gridano al vento del Golfo che vorrebbe farne brandelli fino alla puggiata decisiva che fa trattenere il fiato in gola ai velisti. Artemis non ha tenuto e, al terzo giro, ha scuffiato con un oohhh del pubblico pagante che ci accompagnava su un mezzo dell’hospitality.

Luna Rossa Piranha salta da un'onda oggi a Napoli. Foto Martin Raget

Questo da un lato, dall’altro del mondo velico restiamo noi, gli appassionati di vela, che percepiano qualcosa di strano. Le barche vanno bene, sono strafisiche e veloci. Quelle del 2013, che costruiranno solo in 5, gli AC72, saranno così estreme e potenti da suscitare i timori degli stessi team. Jimmy Spithill, che pare uscito da un corso universitario di marketing new-AC, ripete ad ogni occasione che i migliori velisti sulle barche più veloci vogliono questo. Che le condizioni estreme di oggi a Napoli sono quello che i migliori vogliono. E un po’ ha ragione, perché questa è l’America’s Cup, quel Trofeo per cui ricchi capitani d’industria o interi popoli (leggi Nuova Zelanda) lottano fino alla follia. Ma la Coppa sull’acqua rischia di essere davvero rovinata. Guadagnerà il pubblico generalista come vuole Russell Coutts? Forze sì, ci auguriamo che non perda quello degli appassionati che già la seguivano. I limiti virtuali al campo di regata sembrano un non sense… “Ti obbligano a virare anche quando non vorresti”, ci ha detto Max Sirena, “e a volte è il momento peggiore per farlo, ma d’altra parte è uguale per tutti”. E infatti vedere oggi i poveri AC45 mancare qualche virata con lo scafo che parte a marcia indietro, per colpa di un’onda di due metri, non è proprio marinaresco. Si dirà che gli ACC5 con il mare di oggi neanche regatavano. Uno di loro addiritturà affondò spezzandosi in due nel 1995 (AustraliaOne). Ma in bolina, a dir la verità, oggi neanche gli AC45 brillavano, Difficilissimo condurli, come ci hanno detto Dean Barker e Francesco Bruni. In bolina a 9-11 nodi e in poppa sui 20-22, per non immergersi nell’onda che segue. “Un po’ di prudenza oggi era d’obbligo”, ci confida Francesco Bruni. La regata vista dal vivo non si percepisce molto bene. L’intrico di boe pare un labirinto per chi vede ma funziona alla perfezione sui video grazie al virtual. E questo è esattamente ciò che volevano Coutts e Larry Ellison. La sensazione è che meglio della flotta sia il match race uno contro uno, almeno lì chi è davanti vince e chi è dietro perde, come sempre è stato da oltre un secolo.

Emirates Team New Zealand spinge al massimo in race 2. Foto Martin Raget

La vera Coppa, comunque, sarà a San Francisco tra 15 mesi. Questo di Napoli è un evento di marketing che inizia a funzionare ma che poco ha a che vedere con la vera sfida, quella per cui tutto questo esiste. Però è proprio quello, il nome Coppa America, che piace alla gente, al tifoso italiano, ma anche all’americano di Newport, membro del New York Yacht Club, capitano David Walker della Nato di Bagnoli, con cui abbiamo avuto oggi l’occasione di parlare. “L’abbiamo tenuta per 132 anni”… ci dice con orgoglio. I napoletani, oggi non proprio moltissimi per la verità complice la pioggia, chiedono, pensano che la Coppa sia questa, ma perché le barche sono uguali? Perché sono catamarani? Come mai Oracle regata qui, ma non è il defender? Ma è vero che queste regata non contano nulla per la Coppa? Perché Luna Rossa e Oracle hanno due barche? Le domande che riceviamo sono molte e a tutte cerchiamo di dare una risposta. C’è anche il bambino che va in Optimist ad Anzio e che sa tutto. Che guarda i campioni e sogna di essere come loro un giorno. Un facebook (che infatti usa ogni 60 secondi per aggiornare gli amici e per dire che “lui è lì, davanti alle barche della Coppa”). Alla fine, però, ciò che conta è Luna Rossa, una barca italiana, se va bene ci si esalta, se resta indietro ci si resta male. Chiamatelo tifo, chiamatela passione. Questo è il pubblico pagante e vedente che Russell Coutts spera di coinvolgere. Ci riuscirà? Probabilmente sì, grazie ai milioni di dollari spesi da Larry Ellison. A noi, vecchi flinstones dalla mente aperta, resterà il dubbio che la vera partita si giocherà, senza esclusione di colpi, nella Baia di San Francisco nella calda estate del 2013, tra il budget senza limiti di Oracle, la passione dei Kiwi, la voglia di vincere di Patrizio Bertelli e le speranze di Paul Cayard. Lì sì che varrà la pena esserci.

La sintesi di Day 1:

Napoli e la Coppa (foto gallery di Marina Prinzivalli per Farevelanet):

 

9 COMMENTS

  1. Il commento è che concordo in quasi tutto con quanto ha scritto qui sopra Michele Tognozzi. Speriamo solo che abbia ragione anche quando dice che la vera Coppa America sarà quella che vedremo tra 15 mesi nella baia di San Francisco: sarà certamente più interessante di ciò che vediamo nel golfo di Napoli, ma ho qualche dubbio sul fatto che non continueremo a rimpiangere le passate Coppe America corse su grandi monoscafi che non si fermano in virata, che in poppa usano ancora lo spinnaker oltre al gennaker, che combattono barca contro barca realizzando il vero match race, in una parola che sono più da marinai pur essendo meno veloci. Tutto ciò evidentemente vale soltanto per i veri appassionati, le masse che oggi più che mai contano ai fini commerciali sono attratte dalla velocità e da qualche clamorosa scuffia… Dobbiamo adattarci.

    • Grazie Giancarlo, esattamente questo è quanto volevo dire… che la Coppa di Russell, ahime, non tiene più conto dei velisti e delle tradizioni veliche e mira al pubblico generalista (quello, ahimè, appetibile per le TV).

      ciao

    • Caro Michele

      il mio punto di vista è differente.

      Ad oggi non si vede battaglia corpo a corpo , ma solo sopravvivenza, semplicemente perchè i velisti non sanno usare ancora i mezzi o , anche , “si usano velisti vecchi su barche nuove”.

      Ma questo non deve fermare il progresso.

      I Multi sono oggetti fantastici.

      Quando impareranno ( gli equipaggi) a virare e strambare e avranno abbastanza attributi per issare gennaker anche con 25 nodi sarà spettacolo.

      Oggi è comunque divertente guardare le acrobazie e le velocità di questi mezzi.

      Se mettessimo Kitesutfers, winsurfer, campioni di Hobie cat, giovani atletici etc su queste barche vedresti che in 10 giorni vanno più di LUNA ROSSA di certo.

      Oggi c’è ancora la vecchia “NOMENKLATURA”, come in politica…

      un abbraccio da un 50enne fuori dal coro

      Paolo

  2. Accetto tutto, anche di essere tacciato di vecchia “NOMENCLATURA”, ma non tollero quel “come in politica”, dalla quale mi sento molto distante!

  3. Amici velisti l’America’s Cup è questo, purtroppo per noi esattamente questo: inizialmente scommessa da 100 ghinee tra aristocratici ambiziosi (ad Allison manca solo il blasone) che mettevano in campo i loro purosangue e che si è adattata al moderno marketing con annessa dipendenza mediatica. La maggior parte della gente non capisce nulla di quello che avviene sul campo di regata, ma gode della scuffiata acrobatica e dei lustrini e delle lucette del luna park. Siamo noi velistosauri in errore, perchè abbiamo ancora negli occhi le notti di San Diego e di Auckland, le battaglie tra il Moro e il bompresso di New Zealand, quello spi bianco con leone sparato sulla linea d’arrivo per l’unico punto contro il colosso USA-NASA di Am. Cubed, i tack duellings tra Luna Rossa e il pinocchio Paul. QUELLO era match race, ma non era America’s Cup! Lo spirito della coppa delle 100 ghinee è espresso bene dal cap. Walker che non dice (in pieno stile Yankee) come l’hanno tenuta per 132 anni, ma se andassero a chiederlo a Sir Thomas Lipton forse avrebbe qualcosa da aggiungere. Ci siamo abituati male credendo che AC fosse match race, circling, VMG e laylines, slam dunks e mosse di scacchi a colpi di regolamento, discussioni con gli empires e palle gialle o blu. Quanto ai multiscafi il match race “vero” non potrà mai essere adrenalinico con i multiscafi come lo è con i monoscafi (mi spiace per chi vorrebbe mettere dei surfisti sulle barche a vela…ops! sui catamarani). E non credo molto che nel 2013, solo perchè i multiscafi sono più grandi, più veloci e più stupefacenti ci potremo appassionare: l’esperienza del flop dell’ultima sfida tra titani potrebbe ripetersi.

  4. Premesso che sono un “catamaranista”, se c’è una cosa che mi infastidisce è quell’aria di sufficenza messa in campo dai monoscafisti, quasi che non avessimo in comune l’amore per lo stesso sport (praticato con mezzi differenti) e per il mare o il lago.
    A bordo degli AC 45 c’è il gotha della vela olimpica e, guardando l’impegno e la grinta sulle loro facce, non mi sembrano molto diverse da quelle dei velisti inbarcati sui vecchi monoscafi.

    Preferisco una barca che si ferma in virata (succede quando si sbaglia) e poi riesce a recuperare che dei noiosi match race dove i contendenti scelgono lati diversi del campo di regata per poi ritrovarsi dopo 20 minuti nelle stesse posizioni.

    Se poi qualcuno del pubblico “generalista”, vedendo queste regate, deciderà di provare a salire su un Laser o un 470 piuttosto che su un Formula 18 o un Classe A chi ne guadagnerà sarà sicuramente il nostro sport, indipendentemente che sia praticato su un monoscafo o un multiscafo

    • Ciao Gianni,
      a scanso di equivoci, ripetiamo la nostra posizione. Non si tratta di multiscafi o monoscafi. Gli AC45 vanno benissimo e sono frequentati dai migliori velisti al mondo, che dichiarano di considerarli ottimi e affascinanti. Il punto è tra vela pensata per un format televisivo e vela praticata da noi. La prima può rischiare di stravolgere l’essenza stessa del nostro sporto o semplicemente cambiarlo. In meglio? In peggio? Questo lo vedremo. Dopo aver toccato con mano la questione qui a Napoli, e aver parlato con i protagonisti, resta l’impressione che il movimento velico, di cui tu come noi fai parte, non sia certo al primo posto nella scala delle priorità. Magari potrebbe anche essere giusto così… ma vi sono cose (esempio, non usare più i nodi ma i km/h come fu fatto a Cascais per indicare la velocità, fatto fortunatamente rientrato) che forse valgono la pena di essere mantenute. Un’altra sono i limiti virtuali al campo di regata, per noi assolutamente incomprensibili visto che esistono già le layline. Cambiare in meglio sicuramente, cambiare per forza tutto non necessariamente. Dibattito aperto, dite la vostra. Ciao

  5. Caro Gianni, nulla di personale contro i multiscafi, che rispetto come qualsiasi altra imbarcazione, anche a motore. La mia obiezione si riferiva al fatto che per il match race, inteso come duello a sportellate, il multiscafo è meno manovriero di un monoscafo (e su questo non ci piove). Se vogliamo parlare di pura velocità certamente i multiscafi sono imbattibili. La differenza è la stessa che c’è tra uno sci da chilometro lanciato e uno da slalom. Quanto al fatto che ci sia il gotha della vela, sappi che lo potresti trovare anche sui sommergibili, se fosse lì il businness. D’accordissimo con te sul fatto che qualsiasi mezzo possa incrementare il popolo del mare (e soprattutto della vela) sia il benvenuto.

  6. Scusate, mi inserisco in questa discussione, volendo dire la mia opinione da velista “tradizionale”, comunque da appassionato di vela, comunque essa sia. Mi pare si stia ricreando la disputa che ricorre tra sciatore e snowbordista. Nessuno mette in dubbio, almeno io, che il catamarano abbia pari dignità con i monoscafi, anzi molto spesso sia per prestanza fisica che per precisione di manovra, il catamarano può risultare più complesso e tecnico. Qui si tratta di interpretare se il fatto di far disputare una regata come la coppa America, con questo tipo di imbarcazioni, sia la scelta corretta (tanto l’hanno già presa !!!!). Io ritengo di no e le regate di Napoli a me lo hanno confermato. Riallacciandomi al parallelismo invernale, sarebbe come disputare la discesa libera di coppa del Mondo con lo Snowboard, invece che con gli sci. Nessuno metterebbe in dubbio le qualità tecniche, fisiche e mentali di quelli atleti, ma semplicemente sarebbe un altra cosa!!! Io ritengo che di questo si tratta. Un altra cosa. Resta il fatto che vedere questi mostri velocissimi, che beccheggiano vistosamente con un minimo d’onda e che si piantano in virata, non fanno pensare ad accaniti corpo a corpo in partenza o ad incroci mozza-fiato, ma semplicemente ad una gara di adrenalinica velocità. Forse bello per il pubblico diciamo “non esperto” ma secondo me non particolarmente bello ed avvincente. Se poi lo scopo è quello di “gufare” la scuffia per vedere lo spettacolo, sappiano tutti che ci si può far male anche parecchio!!!!

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