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Luca Devoti 
inizia ad affrontare il tema 
dell’approccio mentale e 
psicologico alla regata.
 Argomento che conosce 
bene, visto che lo ha affrontato in prima persona
 nella sua preparazione che lo portò a vincere 
l’argento olimpico a Sydney 2000.


Luca Devoti alla sua Dinghy Academy a Valencia
Luca Devoti alla sua Dinghy Academy a Valencia

Dobbiamo prima di tutto capire perché
 una persona naviga. La vela è uno sport
 meraviglioso, si fa nella natura, l’acqua 
risveglia sensazioni primordiali che parton sin dalla permanenza del bambino nel 
liquido amniotico. La fatica stessa che si
 fa a bordo, il vento e l’acqua sono sensazioni 
istintive, in cui la persona che naviga
 è immersa. L’approccio alla vela è quindi
 legato al piacere di navigare, al piacere di
 staccarsi dalla terra, al piacere di condurre
 un’imbarcazione. La regata è un mondo a
 parte, in cui si vuole dimostrare di valere
 un qualcosa, di valere più degli altri. Il regatante,
 quindi, si sottopone a fatiche e 
allenamenti in più per riuscire a prevalere.
Più è facile la spinta a prevalere sugli altri,
 più è facile negli eventi importanti cadere 
vittima della propria emotività. Più l’atleta
 ha una spinta forte a prevalere più rischia 
di cadere in momenti di depressione. Riuscire 
a centrare tutta l’energia su quello
 che si sta facendo, riuscire a non disperdere 
l’energia caratterizza i campioni rispetto 
alla massa degli sportivi.

La vela è uno sport relativamente facile
da apprendere. E’ molto più difficile colpire
 una pallina da tennis come la colpisce 
Federer, per esempio. Molti, con sufficiente 
allenamento, riescono a condurre 
un’imbarcazione da regata con sufficiente
 velocità, in modo tale che consentirebbe
 di vincere delle regate. Ognuno al proprio 
livello, poi, si confronta con se stesso. Per 
colpire una pallina come Federer ci vogliono
 anni e anni di allenamento. Condurre 
una barca è più semplice, il gesto, dal 
punto di vista biomeccanico, è facile, non 
è complesso. La difficoltà sta nell’interpretazione 
tattica, nel fluire del vento con 
l’acqua e nel controllare la propria emotività.
 Abbiamo esempi di velisti che sono 
campioni straordinari ma che non riescono
 mai a vincere una medaglia alle Olimpiadi. 
Per esempio lo svedese Freddy Loof
 ha vinto tanti mondiali che quasi nessuno
 se li ricorda ma alle Olimpiadi non è mai
 andato al di là del bronzo, mentre Jochen 
Schuemann ha vinto un solo Mondiale ma 
ha vinto ben 4 medaglia olimpiche. Schuemann,
 o anche lo stesso Valentin Mankin,
 hanno relativamente vinto meno mondiali
 rispetto alle medaglie olimpiche perché 
ai Giochi riuscivano sempre a performare.

L’Olimpiade è diversa per la sua atipicità,
 per il fatto che c’è ogni quattro anni, per il
 fatto che dà una visibilità senza confronti,
 per le pressioni delle federazioni, del Paese,
 della bandiera… si carica di significati
 emotivi molto più importanti. La capacità
 di performare sotto pressione è proprio 
ciò che caratterizza i campioni. Vi sono 
poi i fenomeni come Ben Ainslie o Robert 
Scheidt che riescono sempre a far quadrare 
il cerchio, vincendo in tutte le occasioni 
che contano. Loro hanno delle caratteristiche
 di determinazione e allenamento 
superiori che li portano a mantenere lo
 stesso livello in ogni Olimpiade o Mondiale.
 Hanno, quindi, quel qualcosa in più che 
li porta sempre a eccellere.
 Si può, quindi, imparare a vincere se normalmente 
la propria emotività lo rende 
difficile? Si può migliorare la propria 
gestione mentale e psicologica rispetto
 alla regata? Per farlo vi sono vari modi.

Prendiamo un esempio da uno sport di
 squadra come il calcio, che molti anni
fa iniziò la pratica del “ritiro” prima di un 
evento importante. Ciò aveva motivazioni 
forti, che non venivano neanche spiegate 
all’atleta che, però, si trovava a essere totalmente
 concentrato sulla preparazione, 
con il divieto di vedere fidanzate, di telefonare
 o altro. Per gli allenatori di calcio
 era una cosa facile, neanche loro forse ne 
capivano le ragioni ma alla fine si osservava
 che la squadra portata in ritiro rendeva
 di più. In più c’era un rapporto economico 
di dipendenza: il calciatore veniva pagato
 dalla Società, l’allenatore poteva dare ordini.
 Si può fare questo con i velisti? Molto
 difficile, perché il velista generalmente
 spende del proprio per gareggiare. Anche i
 membri delle squadre olimpiche sono parzialmente 
indipendenti dalle strutture. Gli
 allenatori stessi non sono pagati da delle 
Società ma dalle federazioni. Il rapporto 
del velista con le federazioni è quasi sempre
 di amore-odio, perché inizia a regatare 
per passione, riceve poi degli aiuti economici
 dalle federazioni, entra nei team federali dove non è parte della scelta dei 
tecnici, che vengono imposti, e quindi non
 è possibile un approccio come nell’esempio
 del calcio. Il ruolo dell’allenatore diventa
 quindi più difficile. Per far sì che l’atleta 
abbia uno stato d’animo ideale, il coach 
deve avere un gran carisma ed essere rispettato
 dal velista. Non può imporre nulla 
con la leva del denaro e della disciplina,
 come avviene negli sport di squadra professionistici.
 Deve quindi far capire all’atleta 
che l’eccitazione è il contrario dell’a
concentrazione. Ciò che eccita va quindi
 evitato prima della competizione e questo
 vuol dire che bisogna “buttare” i computer
 prima di una regata importante, che 
bisogna smettere di telefonare in continuazione 
o uscire fino alle tre del mattino. 
Bisogna, quindi, avere una disciplina che
 permetta l’ottenimento del risultato. Si
 prepara un’Olimpiade o una regata importante
 andando in un ritiro quasi assoluto,penso solo all’evento, rispetto la disciplina
 che porta ad avere un sonno regolare: lascio
 perdere computer o tv, ma mi leggo 
un buon libro alla sera e vado a dormire a 
orari definiti. Mi alzo a una certa ora, faccio 
attivazione. La costruzione della preparazione
 e della giornata dell’atleta serve
 anche a mantenerne la serenità e la tranquillità.
 Per rendersi conto della situazione
 migliore per performare il velista dovrà 
tenere un diario della sua vita sportiva. 
Questo consentirà di rivedere poi le regate
 andate meglio e quelle andate peggio.
 Cosa è successo in ognuna di esse, come 
mi sono gestito, in che tipo di emotività 
mi sono mosso, che tipo di relazione avevo,
 chi avevo intorno a me, come e dove 
vivevo, se ero da solo o con un team…

Riuscire 
a capire come una persona è rispetto 
all’obiettivo, come si pone e che relazioni
 vive, permette di costruire la condizione 
ideale per vincere. Prima si riesce a capire
 come siamo e quali debolezze abbiamo, 
prima capiamo cosa porta non all’eccitazione 
ma alla concentrazione e prima 
riusciamo a costruire la possibilità di ottenere 
il risultato. Più la regata è importante
 rispetto a una determinata persona e più
 le componenti emotive si manifesteranno.
 L’emotività e la tensione agonistica, intendiamoci,
 sono fondamentali. Il corpo deve 
produrre il giusto grado di emotività, deve 
produrre il convinto “alert” e non deve essere 
un sacco di patate appeso lì per fare 
le regate, ma non si deve andare oltre.

L’emotività e l’energia deve essere canalizzata 
nel modo giusto. La mia mente è 
lì. Io sono concentrato e penso a quello 
che devo fare. Tutto quello che faccio è in 
funzione del risultato. Chiudo l’orizzonte 
da quello che mi disturba e mi concentro 
solo su ciò che voglio fare. Quando l’allenamento 
mi ha portato a condurre la 
barca in maniera perfetta, quando sento 
l’imbarcazione le cose accadranno da sole,
 non dovrò neanche pensarci.
 Tutto questo, che vale ovviamente per i
 velisti di grande livello, può essere adattato 
anche ai velisti amatoriali. Ho fior
 di amici, professionisti nella vita, che regatano
 in D-One e non riescono a capire 
perché in allenamento vanno benissimo 
e in regata non riescono a vincere o, al
 contrario, non hanno neanche voglia di 
allenarsi ma poi regatano bene. Ognuno 
ha una sua maniera di gestire un evento 
sportivo, che ricordiamolo, altro non è ch e
la voglia di prevalere rispetto agli altri. La 
chiave è l’equilibrio e la capacità di esserci 
veramente, di canalizzare l’energia durante 
la regata e di non essere vittima di
 quegli alti e bassi emotivi. La parte mentale
 alla fine è predominante su tutto. Più 
l’atleta è forte mentalmete più l’allenamento 
è mirato. Allenarsi tanto lo sanno 
fare tutti, andare in sovra-allenamento
 anche. La quantità giusta di allenamento,
 capire quanto mi devo allenare per avere il
 picco nel momento che conta, e scriverlo 
tutti i giorni, questo è il percorso che deve 
essere compiuto. Solo capendo se stessi si
 può migliorare.

Ci sono pochi Ben Ainslie,
 poche persone che naturalmente sanno 
concentrarsi sull’evento e comunque anche 
loro hanno lavorato su questo, hanno 
allenatori di un certo livello e supporti
 psicologici. Quali tecniche utilizzare? Dipende
 chiaramente dalle varie persone, vi
 sono psicologi sportivi, tecniche di lavoro 
individuale. Ansia di migliorare e scoprire
 le proprie debolezze. Capire che si può migliorare,
 superare quei condizionamenti
 che una persona ha e arrivare a una determinazione
 giusta, consapevole, non un
 voglio, voglio, voglio. Faccio solo una cosa
 alla volta e la faccio bene. Oggi mi concentro 
sulla mia regata e mi dimentico di
 quella precedente, penso solo a quello che
 devo fare nel prossimo bordo, nel prossimo 
lato. Il campione riesce a dimenticare
 tutto il precedente e pensa solo al punto
 successivo. La regata è una sommatoria
 di lati e ogni lato devo farlo nel modo migliore.
 E ogni prova devo farla nel modo
 migliore possibile. E così ogni regata… alla
 fine si apprenderà questo meccanismo per
 operare nel modo giusto. Allenamenti di 4
 ore non servono: meglio 2 ore fatte bene, 
mantenendo lo stesso livello di concentrazione
 della regata. Esagerare non serve, 
anzi sto imparando a perdere. Non serve 
passare centinaia di ore in mare, ma passarvi 
ore di qualità. (Luca Devoti)

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