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Era il 1977, a Newport. A provare le emozioni dell’America’s Cup del New York Yacht Club, c’era anche una giovane velista e giornalista italiana, Francesca Lodigiani. Questi i suoi ricordi. La serie di articoli di “Wilma Flinstones” proseguirà nei prossimi mesi con tutte le edizioni della Coppa dal 1977 al 2007. La Coppa della generazione Facebook vuole dimenticare quelle dei Flinstones? Noi, invece, vogliamo ricordarla, lasciando la penna alla nostra collega, che le ha seguite tutte sin dal 1977

flinstones

Forza 7, Marincovich e la foto galeotta
Non saprei dire per quanto tempo quella pagina strappata da Forza 7, il mensile di Carlo Marincovich e Claudio Nobis, sia rimasta attaccata allo specchio del comò di camera mia a Genova. Erano i primi anni 70. Avevo dato la maturità e frequentavo contemporaneamente un corso di giornalismo a tempo pieno (per passione) e il primo anno di legge (per dolce, ma ferma, imposizione familiare). La foto che mi aveva stregata riproduceva l’incrocio di due barche dalle linee affilate purissime. Scoprii che si trattava di 12 metri Stazza Internazionale in regata a Newport nell’America’s Cup. Faceva parte di un servizio scritto da un gruppo di “romani”, Vittorio Mariani, Patrizia (oggi Vallicelli) e Maurizio Curci, andati in missione laggiù nel 1974 per conto del Marincovich pre Repubblica, nel senso che di un possibile ingresso in quel giornale appena nato, che usciva solo un paio di volte a settimana, Carlo mi parlò molto misteriosamente nell’estate del 76. E’ stato così che si è impadronita di me la “scimmia” America’s Cup. Una “scimmia” che mi possiede ancora, anche se le tante evoluzioni/rivoluzioni oggi mi costringono a frequenti risciacqui e reset del cervello per essere in grado di guardare avanti con mente sgombra. Per accettare, comprendere e interpretare le attuali evoluzioni/rivoluzioni e non cadere in una confortevole, ma pericolosa, sindrome da Grande Freddo. E se anche fosse? Sono o non sono Mrs. Flinstones…?!

Croce e gli americani di Mandrake
All’epoca frequentavo la scuola vela dello Yacht Club Italiano. Fu lì che scoprii che Beppe Croce, il super-presidente, per
noi allievi “Zio Beppe”, la Coppa America l’aveva “respirata” di persona quando con Gianni Agnelli era andato negli anni
60 a Newport, ospite di John Kennedy, per verificare la fattibilità di una sfida italiana legata al marchio Fiat e alla 1100.
Una verifica con esito negativo, visto che l’Italia, secondo i papaveri del New York Yacht Club che da metà 800 custodivano la Vecchia Brocca e decidevano quali sfide accettare (una alla volta…), non ritenevano che l’Italia fosse in grado di metterne insieme una credibile. D’altronde erano ancora i tempi in cui regnava la regola della nazionalità, nel senso che la Coppa America doveva essere una sfida tra Club con barche (ed equipaggio) che fossero rigorosa espressione dell’ industria e della tecnologia del proprio paese. All’epoca facevo anche parecchie regate d’altura
ed ero stata imbarcata sul Mandrake di Giorgio Carriero, lo Sparkman & Stephens sul quale a Sanremo (dove a causa dell’odiato bacino galleggiante che aveva “occupato” il Porticciolo Duca degli Abruzzi si era trasferita nel 1974 la Settimana di Genova dello Yacht Club Italiano) fecero la loro apparizione John Marshall, Dave Hirsh e Andy Mac Gowan, come dire North Sails i primi due e Sparkman & Sthephens New York, il secondo. Sono stati loro, Zio Beppe e gli “americani”, a trasformare per me la Coppa America da sogno in realtà.

Tesi di laurea, scout e Coppa
Giornalismo, legge e vela, una combine che ancora oggi, a quasi 40 anni di distanza, costituisce il fil rouge della mia vita. Correva l’anno 1977 ed ero all’università a New York a mettere insieme il materiale per la mia tesi di laurea sul diritto urbanistico negli Stati Uniti. Per guadagnare qualche dollaro mi ero anche organizzata per lavorare un po’ di settimane in un campeggio estivo di Girl Scout nelle Catskill Mountains, dove insegnavo canzoni italiane, cucinavo mostruosi pentoloni di spaghetti al sugo e portavo testimonianza alle ragazzine del campo del nostro (per loro) esotico paese. Inutile negare oggi che il reale obiettivo della mia trasferta americana non era tanto la tesi, quanto la Coppa America. Gli “americani” del Mandrake erano infatti tutti coinvolti in Enterprise, il 12 metri nuovo che partecipava insieme a Intrepid e a Courageos alle selezioni tra aspiranti defender e mi avevano assicurato accesso alla loro base. Inoltre Beppe Croce, col quale stavo nel frattempo collaborando insieme a Franco Belloni alla realizzazione del libro del Centenario dello Yacht Club Italiano, era stato nominato Presidente della Giuria Internazionale della Coppa e aveva offerto di farmi avere un buon imbarco per vedere le regate, nel caso mi fossi trovata a Newport durante la finale.
Last, but not least, mi ero assicurata spazio per articoli su Forza 7.

Biciclette, pomodori e Newport, R.I.
Sono passati 35 anni dal luglio del 1977 quando in pullman, il mitico Greyhound, arrivo a Newport per la prima volta e il
ricordo è ancora in technicolor. Le Mainson, le seconde case di vacanza delle ricche famiglie WASP della East Coast, come dire dai Vanderbilt, ai Morgan e ai Rockfeller, praticamente dei castelli; i grandi viali alberati, il fronte mare con i
bar pieni di velisti tonici e abbronzati e di belle ragazze che fanno le cameriere, ma che d’inverno studiano a Harvard (per me italiana una novità); i moli di legno dal sapore antico, il suono delle campane delle boe antinebbia, le basi dei team dei 12 metri, perfettamente visibili e smutandati (la mutanda arriva con Australia II nel 1983…) e solo moderatamente vigilate. E poi la sala stampa: una sorta di loft a pian terreno con tavolacci di legno e poca luce e le macchine da scrivere piccole ma massicce coi tasti neri, dove l’odierna Mrs. Flinstone, giovane italiana iper-entusiasta, suscita non poca curiosità visto che l’Italia non figura tra gli aspiranti challenger, ovvero Australia I, Sverige e France.
Prima cosa da risolvere a Newport, dove dormire a costi accettabili (è con me per la prima parte del periodo a Newport
mio fratello Giancarlo di 16 anni, dotato di una costante fame da lupo che attenta all’equilibrio dei miei rigorosi budget…). La questione è subito risolta affittando un basement carino di una casetta da una signora che sta al primo piano con figlia adolescente che il fratellino all’occhio lungo ancora ricorda. Nel prezzo sono compresi un giardino con piante di fantastici pomodori, due biciclette e una radio.

The Mouth of the South
Le selezioni dei defender USA (che avvengono per osservazione da parte del gotha del New York Yacht Club e non sono quindi secche, sulla base di risultati) sono in pieno svolgimento, ma gli amici “americani” del Mandrake sono preoccupati. Il loro 12 metri S&S nuovo, Enterprise, il superfavorito, lo scafo dell’establishment, non sta prevalendo. Va forte invece un tipaccio, uno che si comporta in modo “inurbano”, così me lo rappresentano, che una sera in un ristorante pare abbia addirittura toccato il sedere a una cameriera, che si ubriaca, che parla, straparla e ne spara di tutti i colori a voce alta, che ha un tremendo accento aperto e strascicato, che timona una barca “vecchia” che si chiama Courageos e che viene per di più da Atlanta, Georgia, un posto senza mare del profondo sud.

Il tipaccio si chiama Ted Turner ed è un outsider, nel senso che non è né uno yacht designer, né un velaio, né un WASP della East Coast. Ha parecchi soldi, mi raccontano, si occupa di televisione ed è proprietario di una emittente che si chiama CNN. A Newport lo chiamano con malcelato disprezzo The Mouth of the South. Di di lui sulla stampa fioccano vignette feroci. E’ perfino in gran voga una spillona rotonda, un pin, che da qualche parte ho ancora. Sopra è riprodotta in colori accesi una linguaccia che spunta da una grande bocca. Il tutto completato dalla scritta The Mouth of the South. Più riservato il suo tattico, un ragazzo talented che si chiama Gary Jobson. Lo stesso che continua a esser un protagonista della Coppa anche oggi, ma come anchorman ESPN e NBC. 1-Continua

(Francesca Lodigiani)

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