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Prosegue la serie di articoli di “Wilma Flinstones”. Questo mese Francesca Lodigiani ci racconta la conclusione della Coppa dal 1977.

flinstones

Uomini neri, lacrime e Forza Tigullio
Regate su regate. Match su match. L’estate 1977 avanza, i giorni passano, siamo a fine agosto, si sono già disputate una trentina di prove di selezione, ma il New York Yacht Club tira le cose per le lunghe. Independence di Ted Hood ha già ricevuto la visita della “barca degli uomini neri”, i selezionatori che con paglietta e cravatta del NYYC e abito scuro arrivano dal mare per comunicare l’eliminazione. In lizza restano Enterprise, nuovo Sparkman &Stephens al comando di Lowell North, e Courageos, US 26, anche lui uno Sparkman & Stephens, il primo 12 metri in alluminio
che nel 74 con Hood ha difeso con successo la Coppa e poi è stato retrocesso a barca lepre per Independence. North e gli “americani” del Mandrake sono convinti che Enterprise sia più veloce.
Ma Turner, Jobson e Courageos “make a better job”, vanno di più. Da parte sua l’Establishment non ci vuole stare, spera che Enterprise ingrani la marcia, ci conta e continua a procrastinare la decisione. Le giornate di vento, poche, si alternano a quelle di bonaccia, parecchie, e un giorno sul campo di regata si leva da Enterprise un grido: Forza Tigullllio! Siamo in pochi a capirne il senso…. ! Enterprise però continua a non decollare e sente di avere i giorni contati. Ogni
sera al rientro alla base si scruta con ansia il mare. Finché in un tardo pomeriggio spunta all’orizzonte la barca degli uomini neri, un Bertram 58 per la cronaca. La riceve sul molo di legno Lowell North. Gli uomini neri sbarcano, gli dicono a bassa voce parole di circostanza, gli stringono la mano, risalgono a bordo e se ne vanno. Nel team non sono in pochi a scoppiare in lacrime. Non lontano, nella base di Courageos, il Defender, la visita degli uomini neri ha effetti diversi e i festeggiamenti si trasformano rapidamente in una clamorosa, rumorosa, sbornia collettiva.

Flemma nordica e randa spompata
Pelle Petterson, svedese, campione di Star, una quarantina d’anni, è il progettista e lo skipper di Sverige, il primo challenger svedese della storia della Coppa. L’unico a volere sul suo 12 metri una barra anziché una ruota “ per restare più a contatto con l’equipaggio”. Ha affittato per sé e il suo team una grande fascinosa villa sulla baia di Newport che fino a qualche tempo prima era di proprietà del nonno di Jakie Kennedy. Mi invita alla villa a fare una chiacchierata il giorno dopo la sua eliminazione. Superati Gretel II del Royal Sydney Yacht Squadron e France I del leggendario
Barone Bich, gli unici 12 metri ancora in legno di quell’estate, ha visto i suoi sogni infrangersi sul compatto, energico miliardario del Western Australia Alan Bond. O meglio, sul secco quattro a zero subito da Australia I. Ricordo ancora l’infinita pedalata per raggiungere la villa, il suo immenso prato verde, l’atmosfera rilassata e calda che regnava in casa, gli orsacchiotti sparsi in terra in ingresso, il nugolo di bambini biondi ridenti che sgambettavano da tutte le parti. Tra loro – l’abbiamo ricostruito anni dopo a San Diego – c’era anche Ika, la figlia di Pelle, poi diventata moglie di Paul Cayard. Riservato, gentile, Pelle attribuiva al tessuto delle vele la sconfitta di Sverige. Una delle regole della Coppa di allora permetteva infatti agli sfidanti stranieri di impiegare i filati americani, ma poi la tessitura andava fatta in Europa, con macchinari
non all’altezza di quelli made in USA. Morale: negli ultimi giorni la randa di Sverige aveva ceduto
talmente tanto al centro che per cercare di rimediare, invano, alla grande “pancia”, era stata realizzata una lunga “pence” orizzontale per eliminare un po’ del grasso superfluo…

Piccoli fotografi crescono
I fotografi che regnavano sulla Coppa America dai primi del Novecento erano i Rosenfeld, Morris e Stanley, padre e figlio, una dinastia. Le loro opere oggi si possono godere al Mystic Seaport Museum in Connecticut, uno dei più celebri al mondo per le cose di mare. Stanley, il figlio, classe 1913, era a Newport anche nell’estate del 77, come in tutte le estati di Coppa precedenti.
Socio del New York Yacht Club, “rincorreva” i 12 metri, era amico di tutti, aveva la pazienza di condividere saggezza, sapere e ricordi con me iper-entusiasta e curiosa giornalista italiana semidebuttante. Interagiva tranquillo perfino col vulcanico britannico Bob Fisher del Guardian, i
cui giudizi su quasi tutto, non proprio sussurrati specie dopo qualche drink al quale proprio non “poteva” sottrarsi, risuonano ancora oggi nelle mie orecchie.
A Newport quell’anno però arrivarono anche due “giovani”. Uno inglese, Guy Gurney, giornalista, ma anche fotografo. L’altro svizzero, Daniel Forster. Avevano notato che durante le regate il dirigibile della Good Year sorvolava il campo. Riuscirono a farsi “imbarcare” e se Rosenfeld e
la maggior parte degli altri fotografavano dal basso, Daniel e Guy, un giorno, lo fecero dall’alto, con il vantaggio che il dirigibile è molto più stabile sia di un barchino, che di un elicottero, e in quel caso pure gratis…
La sera che Daniel e Guy ritirarono le diapositive sviluppate avevamo deciso di andare a ballare. Eravamo un gruppo di coetanei tra i quali Pippa, inglese upper class che anni dopo sposò Peter Blake, la cui zia possedeva una Mansion oltre la baia, che si raggiungeva con una lancetta, dove erano ospiti Guy e Daniel. Daniel portò con sé le foto. Guy le lasciò nella lancetta ormeggiata.
Al ritorno la lancetta era piena d’acqua e le diapositive sparite. Vedemmo quelle di Daniel: incredibilmente belle e diverse dalle foto usuali, con esplosioni di luce che salivano dal mare, indimenticabili. Guy non è mai riuscito a rimuovere quella terribile disavventura.

Vive la France
La figura del Barone Bich, Marcel Bic, il padre della penna a sfera, degli accendini e dei rasoi usa e getta, era diventata leggendaria a Newport, anche prima di quella volta che stufo di esser battuto coi suoi France, aveva destituito il timoniere di turno, imbracciato il timone e si era “perso” nel campo di regata sul quale nel frattempo era scesa la nebbia. Bic, come molti stregato dalla Coppa, fece quattro sfide. Ricordo i suoi abbigliamenti da ammiraglio, coi quali navigava. C’era chi parlava persino di guanti bianchi, ma di questo non sono sicura. Nel ’77 col suo France in legno del 1973 disegnato da André Mauric era alla terza partecipazione. Correva per lo Yacht Club d’Hyéres. Al timone aveva Bruno Troublé, due Olimpiadi alle spalle (FD, 68, ad Acapulco e Soling, 76, a Kingston, Ontario) colui che nel 1983 si inventò la Louis Vuitton Cup che ancora oggi gestisce. Bruno era mooolto “francese”, i golf color pastello negligentemente sulle spalle, gentile, affettuoso, un senso di sé abbastanza sviluppato. L’avevo incrociato qualche anno prima alla settimana
di Genova, sempre mooolto “francese”, al timone del Soling Galaxie che aveva stupito per gli spi variopinti con colori pastello di Cheret.
Nel team di France c’erano anche due cugini, Jean Luc e Laurent Esquier, si proprio lui, le “General” che ha in seguito avuto ruoli importanti in tanti team, anche italiani. Jean Luc, più riservato, gentile, sottile, grandi occhi blu, uscito quasi subito dal giro della Coppa, aveva scovato
un bar vicino alla base di France dove ci facevano, a Newport (!), un caffè davvero buono, bastava chiedere una “demitasse” e veniva fuori un parente molto stretto dell’espresso.

La grande sbornia di “Teddy”
Ci siamo, sta per iniziare la 23*America’s Cup. La sala stampa improvvisamente diventa affollatissima. Strade e bar pure. Tra i tanti visitatori ci sono molti che di vela non hanno grande esperienza, ma che della Coppa sanno ogni minimo particolare fin dai tempi della goletta America.
C’è inquietudine tra gli addetti ai lavori. Alan Bond è insolitamente silenzioso. La sua Australia ha battuto tutti gli altri challenger. L’hanno progettata Bob Miller (che poi cambierà nome in Ben Lexcen, ma di questo parleremo nella prossima puntata) e Johan Valentijn, un olandese occhialuto che ha lavorato qualche tempo da Sparkman & Stephens. Che abbia fatto copie
del progetto di Courageos? Negli infiniti party, drink, balli e cene le dietrologie si sprecano. Arriva a Newport anche “Zio Beppe” (Beppe Croce ndr), che è il Presidente della Giuria Internazionale.
Mi comunica “il buon imbarco” che ha organizzato per me: il primo giorno sulla barca della
Giuria Internazionale con lui, gli altri su Inverness, la grande barca a vela del Commodoro del New York Yacht Club Bob Mc Cullough. Rimango senza parole. I colleghi della sala stampa sono “impressed”. La mattina della prima prova della Coppa, quella dalla quale normalmente dopo
la prima bolina si capisce come andrà a finire, pedalo forsennatamente sulla mia bicicletta e mi presento perfino in anticipo (chi mi conosce sa che è raro…) all’imbarco.
Arriva “Zio Beppe” che prima di salire a bordo mi informa che a bordo c’è anche un altro spettatore, Klaus marito della futura regina d’Olanda, appassionato di vela, e mi dà le istruzioni per l’uso: “Aspetta che sia lui a porgerti la mano, con i reali si fa così.” Il percorso tra il porto e il campo di regata si fa praticamente in corteo. Quasi 500 barche. I prati della costa che declinano
verso il mare sono gremiti di persone e di bandiere a stelle e strisce. E poi le operazioni
di partenza, e poi il colpo di cannone, e poi i primi incroci, e poi Courageos prende
il comando e il copione si ripeterà nelle altre quattro prove. Vedere la Coppa dalla Barca
Giuria è un sogno. Siamo a neppure 200 metri dai concorrenti. E’ la più privilegiata delle 26 barche che possono stare sul campo rigorosamente allineate in fila per 5, mentre il resto degli
spettatori è tenuto lontano da nugoli di pilotine della Guardia Costiera.
Le regate in sé, rispetto a quelle delle selezioni USA, sono noiose. Il contorno invece è travolgente. La mattina della seconda prova mi presento all’imbarco su Inverness. Il contesto è da libro di Scott
Fitzgerald. Io sorrido, saluto in giro vagamente intimidita, finché non mi approccia un signore massiccio, cioè il Commodoro Mc Cullough, che bruscamente mi chiede: perché non ti presenti?! Io dico chi sono, dò la mano e incasso la mia seconda lezione di etichetta in due giorni: ai reali si
deve lasciare l’iniziativa, agli americani bisogna non solo pararsi davanti sferrando la mano, ma bisogna anche recitare con decisione una sintesi del proprio cv seduta stante. Da quel momento in poi però faccio parte del Gruppo che più che delle regate, scontate ormai, si dedica a Bloody Mary e crakers & cheese. Visto che si inizia alle 10 di mattina, l’euforia alcolica è intuibile. E sono astemia…
Arriva l’ultimo giorno, quello della quarta regata, l’entusiasmo del pubblico è alle stelle. Point Turner, la vedetta che scorta Courageos nel traino, spara a un tratto a tutto volume la colonna sonora di Rocky. “Teddy”, come ormai chiama ogni americano il beniamino Ted Turner, improvvisa una danza sulla poppa. Le urla dei fan salgono al cielo. E la sera, salvata per l’ennesima
volta la Vecchia Brocca, dopo la doccia sotto i getti d’acqua della Guardia Costiera, dopo le sirene, dopo il bagno vestiti di equipaggio e papaveri del New York YC, Ted Turner si presenta in sala stampa davanti a giornalisti e telecamere di mezzo mondo, irrimediabilmente, incredibilmente,
allegramente, ubriaco fradicio, tanto da non riuscire a tenere neppure la testa dritta. Ma ormai è un eroe, non è più l’ostracizzato The mouth of the South.
(Francesca Lodigiani)

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