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Una nuova puntata della serie di articoli di “Wilma Flinstones” in avvicinamento alla prossima Coppa America. Questo mese Francesca Lodigiani ci racconta l’avventura di Azzurra verso Newport 1983, storica prima partecipazione italiana all’America’s Cup.

flinstones

Sei anni dopo…

Sono passati sei anni. Un’eternità se sei nella fascia dei twenties. Mrs Flinstone nel frattempo si è laureata, ma da Genova si è trasferita a Roma, dove certo rimpiange gli amici, le giornate terse di Tramontana col mare piatto che brilla e lo Yacht (Club Italiano), ma dove assapora la libertà, la bellezza e gli incredibili stimoli che si vivono all’ombra del Cupolone. Intanto ha concluso in un grande studio internazionalista
– di ascendenza genovese of course – la pratica da avvocato ed è diventata procuratore legale, ma ancora una volta ha “sgroppato” perché a lei di fare il leguleio proprio non va. E infatti per un annetto, complici le collaborazioni iniziate con Il Messaggero, dove si occupa di vela e di Corte di Cassazione ( …!), e con Gente
Viaggi, molla il “grande studio”, fa solo la “giornalista” e si concede un profluvio di regate su scafi d’altura, IOR a quel tempo. Suo quartier generale velico non è più il Tigullio, ma l’Argentario del CNVA.

Roma-Costa Smeralda-Milano

Sono due gli eventi che caratterizzano la vita di Mrs Flinstone nel 1981: il prevalere della realpolitik familiare, e quindi l’ingaggio a fine anno in uno studio internazionalista romano, e i rumor che iniziano a
filtrare su una sfida italiana all’America’s Cup. Sono parecchie le versioni che riguardano la nascita di Azzurra. Quello che è certo è che persone diverse, anche come latitudine geografica di appartenenza, decidono in quel periodo in maniera in qualche modo autonoma e parallela, di passare dalla teoria sognata ai fatti. Sono Roma, Milano, Torino, Porto Cervo, e Genova i covi dei Padri Fondatori. Sul fronte romano c’è Mario Violati, della famiglia della Ferrarelle, quello che ha disegnato il One Tonner My Lochness e poi il famoso RagTime Band. C’é Pasquale Landolfi dei Brava, compreso quello splendido blu del 1979 disegnato da Andrea Vallicelli e costruito da Minneford negli Stati Uniti. Visionario, di passioni travolgenti, Landolfi
è un top manager della Montedison e il suo ambasciatore in Russia. Molto concretamente, su richiesta di Cino Ricci, passa ai fatti e si assicura, pagando di tasca propria, un’opzione su Enterprise, un ottimo 12 metri di S&S che Tom Blackaller ha suggerito al suo amico Ricci come lepre, ma che fino a quel momento
Dennis Conner non ha voluto cedere. C’è Andrea Vallicelli, figlio di “Baffo”, l’armatore dell’Alboran, barca protagonista di tante regate tra l’Argentario e Porto Cervo col suo equipaggio dalle liturgie decisamente informali rispetto a quelle dei team del nord. Andrea, insieme ad altri amici tra i quali Nicola Sironi,
Vittorio Mariani e Patrizia Ferri, due del gruppetto che nel 74 era andato a Newport per Forza Sette di Marincovich, ha uno studio di progettazione di barche in centro storico a Roma dal quale è uscito il famoso half tonner Ziggurat. L’entusiasmo di Andrea e della sua banda per una sfida italiana è a mille. Sul fronte nordico il tarlo Coppa America sta intanto agendo su Riccardo Bonadeo, commercialista milanese, quello dei Rrose Selavy, all’epoca reduce da un buon risultato nel tragico tostissimo Fastnet del 1979.

Fiat Azzurra

Viene coinvolto Cino Ricci, skipper romagnolo con solide basi da marinaio costruite alla dura scuola bretone. Cino, spirito libero, grande aggregatore di uomini, è sulla cresta dell’onda nel mondo dell’altura e
dal 73 regata con Vanni Mandelli. Tutte le strade portano però a Gianni Agnelli, cui le sfide, a patto di non fare brutte figure, affascinano. Viene quindi approcciato l’Aga Khan, che ha trasformato Porto Cervo in
capitale della vela internazionale. Viene coinvolto Beppe Croce, ai vertici della vela italiana e mondiale, che con Gianni Agnelli già negli anni ’60 aveva respirato quello che lui chiamava “profumo di twelves”. E come d’incanto, anche se qualcuno resta a terra (Violati e Landolfi), si forma il Consorzio e si parte. Riccardo Bonadeo, Cino Ricci e Gianfranco Alberini, ex ufficiale di Marina plenipotenziario dell’Aga Khan per la vela in Costa Smeralda, sono i vertici operativi. Karim Aga Khan, Gianni Agnelli e Beppe Croce, quelli politico/strategici. La Fiat non è presente direttamente, non è il caso politicamente in quel momento, ma
tra i 17 sponsor c’è l’Iveco, che è del Gruppo, c’è la Cinzano di Maroni Cinzano, della cui promozione si occupa Luca Montezemolo, c’è l’Alitalia di Umberto Nordio, genovese, casa a Portofino e passione per la vela, c’è l’Agusta. E via citando fino al 17° sponsor, e poi al 18°, Pininfarina, tutti uniti principalmente da un fil rouge costituito da amicizie e/o dalla passione per la vela e la sfida.

19 luglio 1982

Nasce sotto il segno del Cancro Azzurra, da lì a un anno la più amata degli italiani. La giornata è calda e ricordo bene la “traversata” da Roma fino a Pesaro sulla mia Mini giardinetta rossa col legno, rigorosamente senza aria condizionata. La cerimonia è semplice, niente di sfarzoso,  ma molto emozionante. Nelle prime file tutti i protagonisti, Gianni Agnelli in testa. C’è anche  Franco Carraro (gioventù in Tigullio tra sci nautico e un po’ di vela), in quegli anni gran capo del Coni. Svetta la chioma bionda fluente di Mauro Pelaschier,  il timoniere in pectore, olimpico di Finn, figlio d’arte, fama di tombeur des femmes, una sorta di Jesus Christ Super Star ai miei occhi. Mauro lo avevo conosciuto una prima volta ai Giochi del 76 a Kingston, Canada, dove faceva venir matto l’allenatore Andreino Menoni con le sue fughe durante le giornate di riposo… E poi in versione hippie alla Mini Ton Cup del 78 a Porto Ercole, dove con un equipaggio creativamente abbigliato (mi sembra di ricordare che uno di loro esibisse pure una bombetta nera) correva su Tutti i Frutti.

A Pesaro é presente la Begum, moglie inglese dell’Aga Khan. Bella, chic, è la  madrina  del varo e c’è suspence quando attraverso un complicato sistema di carrucole la bottiglia viene lanciata verso lo scafo, anche se  serpeggia la notizia che la bottiglia del Blanc de Blanc Azzurra é stata realizzata con un vetro speciale sottilissimo. Infatti si infrange alla prima, facendo tirare a tutti il fiato. Marco Cobau, ingegnere, direttore del cantiere ex Gennari di Pesaro che ha costruito il 12 metri, una  persona gentile, è commosso. Andrea Vallicelli e lui hanno fatto tutto in tempi veramente stretti, quasi un miracolo. Ad alcuni sono concesse foto ricordo al timone di Azzurra ormeggiata dopo il varo in banchina. Indice di un tempo a suo modo naif, veramente anni luce da oggi.

Dopo il varo iniziano gli allenamenti confrontandosi con Enterprise, prima a Marina di Ravenna e poi a Formia, con “gite” in loco di noi giornalisti del settore, ma non solo. Un po’ per il lavoro degli uffici stampa, un po’ perché gli ingredienti della bella avventura ci sono tutti, i giornali si coinvolgono  sempre più e tutti scriviamo parecchio della Principessa Azzurra, anche sui quotidiani.

Newport Again

Arriva l’estate del 1983 e io non ho alcun dubbio che sarò a Newport a seguire Azzurra. Giulio Rosauer, capo dello studio dove lavoro, ha sempre accettato questa mia eccentricità, e gliene sono grata. Al mio giornale, Il Messaggero, sono contenti e tra lo sponsor Alitalia e i Rosenfeld, Heather e Stanley, che mi ospitano nella casa che hanno affittato a Newport per fotografare come al solito l’America’s Cup e che mi hanno procurato anche una bicicletta, il gioco è fatto e parto con la mia lettera 22 Olivetti nella custodia azzurra con striscia centrale nera d’ordinanza. Per quest’anno le vacanze dallo Studio si fanno così.

Arrivo a Newport da Boston. Una Newport che è uguale, ma anche diversa.  La differenza la fanno gli italiani che si presentano con un principe, seppur ismaelita; che sfoderano lo charme di uomini come Gianni Agnelli e Beppe Croce; che organizzano eleganti ricevimenti a Casa Italia e altrove con ottima cucina italiana; che introducono un non so che di glamour in un contesto dove prima prevaleva la maschia “cifra” sportiva anglosassone. Gli italiani dal punto di vista mondano sono sulla cresta dell’onda. Giusto per onestà va  detto che l’amico mooooltooo francese Bruno Troublé  ha nel frattempo coinvolto nella Coppa la Louis Vuitton, la quale per la prima volta sponsorizza le selezioni dei Challenger, che diventano Louis Vuitton Cup. Anche gli happening della Maison francese sono gettonati. Il grande ricevimento finale, sotto fascinose tende montate sul grande prato di una Mansion che declina dolcemente verso il mare, colpisce anche i più smaliziati.

Ma Azzurra a Newport non significa solo mondanità. Significa anche il calore degli italo-americani che con il susseguirsi delle regate e dei buoni risultati incominciano ad arrivare a Newport. C’è orgoglio, entusiasmo, senso di revanche rispetto a un lontano passato di emigrati. Si accalcano ai cancelli della base con le loro bandiere. Tifano e sperano. Azzurra e i suoi uomini però non li deludono. Anzi, col procedere dei tre round robin si mostrano all’altezza e messi nella scia i francesi di France III e gli australiani di Challenge e di Advance, Azzurra passa in semifinale.

Azzurra nel match contro Australia II
Azzurra nel match contro Australia II

Tifosi e giornalisti pre Fax e Internet

La verità è che il passaggio in semifinale di Azzurra coglie tutti di sorpresa. Il giorno della vittoria su Challange, che ci avrebbe permesso di passare il turno, io ero uscita sul Rrose Selavy a vedere la regata e ricordo la gioia travolgente a bordo. E mi ricordo anche, in veste di giornalista-tifosa-senza-ritegno, di aver scritto il pezzo a mano di getto sottocoperta durante il lungo rientro e di essermi precipitata appena attraccati a fare la collect call per dettare il pezzo ai dimafoni al giornale.

Vale la pena ricordare, che a quei tempi non c’erano i cellulari, non si usava il fax, figurarsi le mail.  Gli articoli si dettavano ai dimafoni, stando tra l’altro attenti a sillabare per bene i termini “strani” tipo randa,  boma, spinnaker, genoa e via elencando. Altro esercizio di abilità era richiesto per far interagire con le operatrici americane, i centralinisti di allora del Messaggero, più esperti in romano che in inglese (oggi sono stati sostituiti dalle voci di un efficiente call center, ma quanto mi mancano). Intanto quelle volevano che si desse un nome specifico da chiamare, e io mi ero inventata Miss Gero, compatibile con lo strascicato Messaggero che pronunciavano i miei centralinisti alla risposta.  Poi volevano che il centralinista in questione accettasse espressamente in inglese la telefonata a carico del destinatario.  Non avevo scelta: a costo di far incavolare le signorine ATT che bombardavano inquisitive il povero centralinista made in Roma, ogni volta dovevo inserirmi e strillare: “dì yes, dì yes”. Ma non finiva lì. Superata la stizza delle rigorose Miss, prima di poter dettare il pezzo al dimafono, dovevo fornire al centralinista-tifoso-di-Azzurra racconti, insight e anticipazioni sulla situazione a Newport.

La più amata dagli italiani

E’emozionante ancora oggi ricordare l’avventura di Azzurra a Newport. Anche io, che ero là per scrivere, mi sentivo un po’ un marinaio di Cino Ricci con un ruolo in quello che percepivo come un successo. Ricordo che un comandante Alitalia in rotta per New York sorvolò il campo di regata dando notizie ai passeggeri su come procedeva la gara. Ricordo che arrivavano dai grandi giornali gli inviati, i pezzi grossi, che a volte poco sapevano di vela e chiedevano a noi “iniziati” lumi e spiegazioni. Ricordo che arrivò pure Luca Goldoni. E Fabrizio Del Noce, in era pre dirette TV. E poi una nave della Marina Militare, e poi ambasciatori, mega presidenti delle società sponsor, parenti e amici. Si scatenò una spirale di tifo ed entusiasmo incredibile, che toccammo con mano al rientro in Italia a Porto Cervo, con un bagno di folla che mai dei velisti avevano sperimentato nella storia.

Piero Mei, uno dei capi dello sport del mio giornale, una gran passione per i cavalli, osservava con distaccata ironia tutta quella emotività. “In fondo Azzurra, uscita terza dalle semifinali dopo Victory e Australia II, che poi ha battuto gli americani, di fatto è arrivata quarta. O al massimo terza. Tutto questo chiasso per un terzo posto?” In una gara normale può darsi avesse ragione, ma quella era la Coppa America in cui vigeva ancora la regola della nazionalità. Per una barca e per dei marinai italiani anche solo poter partecipare, era  un successo.

Un Mauro Pelaschier in versione Jesus Christ Superstar a Newport 1983
Un Mauro Pelaschier in versione Jesus Christ Superstar a Newport 1983

Marinai, amori e Cino Ricci

E adesso veniamo agli uomini di Azzurra diventati eroi. Tranquilli, omertà assoluta sugli amori presunti, intuiti, nascosti. E anche sulle fughe di notte scavalcando il muro di cinta di Casa Azzurra, il college dove dormiva il team, di cui si sussurrava. O sulle lunghissime telefonate che a pianterreno, attorcigliato alla cornetta, un autorevole membro dell’equipaggio faceva ogni sera all’amata con la quale si diceva fosse in atto un rapporto non poco passionale.

Si può invece parlare dell’amore di Guido Cavallazzi, il mago gentile, allora della North  Sails made in Italy, responsabile delle vele di Azzurra, e in seguito di quelle di molte altre sfide italiane. Con Guido c’era Marina, poi diventata sua moglie. I due erano segregati giorno e notte in un edificio che ricordo scuro. Lei non era velaia, ma insieme cucivano, riparavano, modificavano, le vele della Principessa Azzurra. Un lavoro massacrante, svolto sempre con sorriso e passione.

Non vorrei dare l’impressione che nell’83 Azzurra fosse l’Arcadia. Sicuramente nelle alte sfere c’erano le tensioni, le rivalità, le insofferenze e i dissidi fisiologici in qualsiasi impresa, specie se ad alto tasso di visibilità e di protagonisti. E qualche sbuffo filtrava pure. Ma per quel che riguarda l’equipaggio, fatto di ragazzi che in pratica nessun ritorno economico avevano dalla loro partecipazione, Cino, ammortizzatore per tutti rispetto a quel che accadeva in alto, si poneva come un vero e proprio Master & Commander che creava un buon tasso di armonia nel suo equipaggio fatto di personaggi anche “alternativi”, nell’accezione della Mrs Flinstones dell’epoca, ma in genere dal carattere generoso. Perché così li sceglieva Cino. Ragazzi che andavano dal ferroviere esuberante che per il Brava e Azzurra  andava avanti a botte di aspettative, allo studente che aveva lasciato ingegneria per la vita in Coppa, al windsurfista romagnolo, al cineoperatore romano, al marinaio o comandante portofinese, al medico, al maestro di sci, a Mauro Pelaschier, Tiziano Nava e Stefano Roberti che insieme a Cino costituivano l’afterguard, il cervello dell’impresa in mare. Tutti uomini per i quali, a 30 anni di distanza, quella prima Coppa America italiana, in qualche modo low cost e low profit, resta ancora un’esperienza unica e speciale. 3-continua

(Francesca Lodigiani)

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