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La nostra Wilma Flinstones, alias Francesca Lodigiani, prosegue la sua storia della Coppa America che fu, ripercorrendo la storica vittoria di Australia II del 1983 che pose fine a 152 anni di imbattibilità degli americani.

Per la  sconfitta subita il 26 settembre 1983, dopo 132 anni di imbattibilità, da Liberty, da Dennis Conner, dal New York Yacht Club, dall’Establishment WASP, dallo Yachting dell’emisfero nord, dall’America tutta, sono stati versati ettolitri d’inchiostro e rase al suolo foreste intere. La famosa settima, ultima, dannata (vista dagli americani) regata dopo il 3 a 3 , in cui gli uomini di Liberty, in testa di 57 secondi, decisero di “non coprire” Australia II che aveva scelto di strambare e di fare una rotta differente dopo il giro di boa che dava inizio all’ultima poppa, è stata radiografata, analizzata, maledetta (dagli americani) un milione di volte. Ma di quegli incredibili mesi Mrs Flinstone non riesce a dimenticare soprattutto certi personaggi e  certe atmosfere.

Lo storico incrocio tra Australia II e LIberty che decise la Coppa America 1983 a favore degli australiani dopo 152 anni di dominio americano
Lo storico incrocio tra Australia II e LIberty che decise la Coppa America 1983 a favore degli australiani dopo 152 anni di dominio americano

I Monelli  di Newport

Nell’estate dell’83 erano tre i timonieri alle prese con le selezioni per diventare IL DEFENDER della Vecchia Brocca e del New York Yacht Club. Dennis Conner,  il secchione pedante. Tom Blackaller, talento, genio sregolatezza, passione e vitalità travolgenti. John Kolius, l’enfant (ma non troppo) prodige dall’occhio malandrino.

Blackaller – Conner, due uomini agli antipodi. Tom tanto amava le auto veloci, le donne, il buon vino, l’avventura, la vela, tanto era distante dal metodico primo-della-classe Dennis dal tono monocorde e nasale. Tom amava provocare Dennis, portare scompiglio nel suo metodo, nei suoi rigidi ritmi programmati. Narra la leggenda che insieme al giovanissimo Paul Cayard, si divertisse a entrare a tutta velocità in piena notte nello spiazzo davanti al grande edificio dove Dennis dormiva col suo team, a sgommare e a ripartire rombando e ridendo fragorosamente. Una chiosa che amava usare per l’imprenditore di tende (quelle delle finestre) di San Diego? L’ho trovata in un vecchio taccuino di appunti che si è salvato dall’alluvione di Albinia che ha “inumidito” il magazzino dove io e mio fratello  (che-non-butta-via-neppure-oggetti-del-paleolitico-inferiore- tipo-il–Sunfish-dei-suoi-9- anni (ne ha quasi 52…), la-Vespa-Primavera-dei-15, o-il-primo–windsurf-dei-16) conserviamo scatoloni pieni di carte, foto e ricordi di una vita..

“Lui  –diceva Blackaller –  prende se stesso e quello che succede a Newport così sul serio che è repellente. Se i ragazzi del Pentagono si prendessero sul serio tanto quanto Dennis – e quelli hanno a che fare con le vite di tutti – penserei lo stesso che è sbagliato. Bisogna metterci dell’umorismo e rilassarsi ogni tanto!” Chissà – pensava Mrs Flinstone – fosse vissuto a Roma, senza passare per il Pentagono Tom Blackaller avrebbe detto più semplicemente: Dennis Conner, che ppallee !!!!”.

Ma purtroppo Tom aveva il comando di Defender, un 12 metri disegnato da Dave Pedrick che andava poco, e fu il primo ad essere eliminato dagli  “Uomini Neri” del New York Yacht Club. John Kolius, texano biondino, dall’occhio ceruleo, allora spiritoso e divertente, si comportava in modo più “rispettabile” rispetto a Blackaller, meno outspoken e tendeva a sviare il discorso su Dennis proponendo malizioso alle intervistatrici di suo gusto: “Why don’t  do it in Bora Bora….”. Lui  aveva il comando di Courageos, lo Sparkman & Stephens del 1974 che aveva trionfato nel 77 con Ted Turner. Un 12 metri, risistemato da S&S che nelle sue mani continuava a dare del filo da torcere a Conner e ai selezionatori. Venne però anche il suo turno di essere eliminato, ma Kolius, (già un argento in Soling e due mondiali J24 in tasca tanto per gradire) si era messo nel frattempo così in mostra da fare un balzo in avanti nella professione di velaio e mettere il nome in ditta. Fu in quell’epoca infatti che la Ulmer divenne Ulmer & Kolius.

 

Il Mistero della Grande Mutanda

C’erano otto 12 metri quell’estate a Newport lungo le banchine. Tutti “custoditi” nelle  basi dei  rispettivi sindacati, certo, ma solo uno, Australia II,  quando veniva tirato su dall’acqua e lasciato appeso al travel lift, non metteva in mostra le parti basse, che restavano coperte da ampi teli scuri. La “Grande Mutanda” che custodiva la chiglia fino all’immersione in acqua, cominciò ad attirare la curiosità di tutti. E più Australia II procedeva spedita nelle selezioni dei challenger, più il vertice del New York Yacht Club si innervosiva. Anche perché aveva la sensazione che il rosso Liberty disegnato da Johan Valentijn non fosse velocissimo e cominciava a temere l’irreparabile.

Fu così che iniziò una vera e propria guerra di incredibile violenza, in cui tutta la stampa venne coinvolta e  fu spettatrice, ma anche protagonista. Tra luglio e agosto 83, mentre erano in corso le selezioni dei challenger e noi vivevamo la nostra favola con la Principessa Azzurra, assistemmo infatti a un eccitante vortice di rivelazioni, di errori, di attacchi personali, di azioni di arroganza, di atti di coraggio e di lealtà.  Il tutto fino alla vigilia della Coppa quando il prestigioso America’s Cup Committee del New York Yacht Club presieduto da Bob McCullough (quello che era Commodoro del Club nel 77 e mi aveva introdotto all’etichetta made in USA ) non avendo il coraggio di annullare il match, lasciò che si corresse la 32°  fatale America’s Cup.

 

La storica chiglia con le alette di Australia II
La storica chiglia con le alette di Australia II

Il Keelgate

Il nocciolo della questione era la chiglia con le due pinne laterali di Australia II, l’unica rivoluzione progettuale in una classe, il 12 m SI, in cui negli ultimi dieci anni si procedeva principalmente per affinamenti senza che si inventasse nulla di veramente originale. Su quella chiglia si scatenò l’inferno.

Gli australiani di Alan Bond, energico, corpulento, tonico, rotondo milionario self made man di Perth, Western Australia, alla sua quarta sfida, avevano la base a pochi metri da Azzurra. Il loro CEO era Warren Jones, un manager con esperienza corporate, un uomo che ricordo solido, calmo, ma molto molto tosto, che gestì professionalmente l’attacco dell’establishment, aiutato anche dall’antipatia che il vertice del New York Yacht Club suscitava nei media.

In effetti tutti in fondo sentivamo questi americani come imperialisti arroganti e gli australiani, e il loro progettista Ben Lexcen in particolare, come i perseguitati. Va detto anche che il New York Yacht Club certo non fece molto per conquistarsi le simpatie, e perse pure qualche colpo importante.  A cominciare da quando a fine maggio Australia II arrivò a  Newport, e il club non si presentò, come era suo diritto, alla stazza di Australia II da parte del comitato di stazzatori formato da un australiano, un americano e dal mitico Tony Watts inglese e Chief Measurer dell’IYRU. Un comitato che unanimemente considerò il 12 metri di Lexcen legittimo e rilasciò il certificato di stazza. La giustificazione a posteriori per non essersi presentati? Perché intimiditi da presunte guardie armate che gli australiani avrebbero schierato in loco (sic!).

E poi quelli del sindacato di Conner scrissero alla famosa vasca navale di Wageningen in Olanda, dove proprio il New York Yacht Club aveva permesso a Lexcen di fare test per 4 mesi (visto che analoga facility non c’era in Australia), chiedendo di avere di corsa una chiglia come quella di Australia II e promettendo “confidenzialità” per non compromettere il rapporto che sapevano esistere con gli australiani (doppio sic..!)

Gli olandesi però risposero “picche”. Anzi dissero che visto che esisteva un contratto di esclusiva con gli “aussie” fino alla conclusione della 32° Coppa, avevano provato a chiedere una dispensa a Bond, il quale però l’aveva negata. Non solo.  Lo scambio di quella corrispondenza (telex) arrivò nelle mani di Warren Jones che esibendola alla stampa schierata per l’occasione,  fece fare agli americani una magrissima figura. Anche perché nel frattempo il NYYC  aveva  presentato una sorta di protesta in cui si diceva che la pinna segreta aveva una “peculiarità”, che i tre stazzatori non avevano correttamente valutato la cosa e che quindi il 12 metri australiano era in effetti un quasi 13 metri…(!!!) E via a far pressioni sullo stazzatore americano del comitato, che all’epoca era pure lo stazzatore delle  barche del NYYC, un ruolo che si narra dopo quell’estate non ricoprì più. E via anche a cercar di coinvolgere  l’IYRU, allora presieduto da Beppe Croce, che però non sembrava scandalizzato da Australia II, anzi.

Mrs Flinstone, giovane avvocato, sguazzava in tutte quelle diatribe legali, andava avanti e indietro in bicicletta, riempiva taccuini e ne scriveva in lungo e in largo, complice un Messaggero che dava ampio spazio alla Newport Saga di piena estate.  Intanto della chiglia pinnuta di Australia II, che venne infine “svelata” dopo la vittoria, si continuava a parlare molto, ma principalmente per sentito dire, anche se tra fotografi spioni subaquei (il famoso Frogman), catturati o sfuggiti indenni, fotografi falchi sugli elicotteri a immortalare la barca sbandata, e altro ancora, chi doveva avere un’idea di come fosse la chiglia misteriosa, di sicuro l’aveva.

E poi, passato da poco ferragosto, mentre si veleggiava verso l’eliminazione della Principessa Azzurra, scoppiò l’ennesima bomba innescata da Peter de Savary, il patron inglese di Victory 83, anche lui come Bond milionario  self made man, uomo elegante al limite dell’azzimato, che girava per Newport in Rolls e che intervistavo su un curatissimo motoscafo blu in tinta col suo 12 metri, dotato di grandi materassini prendisole immacolati sui quali con zampa felpata si aggirava un aristocraticissimo Doberman. Lui, a fianco di Bondy, come lo chiamavano i suoi, annunciò che era in possesso di una interpretazione IYRU di circa un anno prima, che confermava la legittimità delle chiglie pinnute e che le stesse quindi non costituivano “peculiarità” in senso IYRU. Va anche ricordato che in quei giorni Olin Stephens, il Grande Progettista, in ritiro in Vermont, fece arrivare a Newport il suo pensiero controcorrente sotto forma di congratulazioni a Lexcen per l’idea geniale di una chiglia con appendici su un 12 m SI. I maligni naturalmente sussurravano che per Olin quello fosse un modo di togliersi sassolini dalle scarpe, visto che non era stato coinvolto in quella Difesa.

 

Ben Lexcen

Fu a quel punto, nello scorcio finale di un mese di agosto di incredibile intensità, che il gioco si fece ancora più duro, spietato e personale. Gli uomini del New York Yacht Club avvertivano per la prima volta che avrebbero potuto realmente perdere la Vecchia Brocca.

L’attacco finale fu sferrato su Ben Lexcen, ricorrendo a ogni mezzo per cercare di dimostrare che il progetto di Australia II non era suo, che era stata violata la regola della nazionalità, che i reali progettisti erano gli scienziati olandesi della vasca navale e del centro aereospaziale che aveva prodotto i modelli informatici, che era impossibile che un autodidatta, andato a scuola per neppure 5 anni in tutta la sua vita, di cui un paio in una specie di riformatorio, vissuto da 0 a 9 anni in tenda nel bush australiano insieme al padre taglialegna poi sparito così come la madre discutibile,  potesse aver realizzato un progetto del genere.

In quei giorni, complice la vicinanza delle basi italiana e australiana, avevo fatto amicizia con Lexcen, un orso dagli occhi blu penetranti, dietro gli occhiali, un uomo timido, sensibile, emotivo, affettuoso, ma anche esuberante, vulcanico e istintivo, un energico spirito libero e innamorato della vita, con un rapporto fortissimo con la moglie. Facevamo lunghe chiacchierate, non solo di barche, seduti anche per terra sui moli. Aveva teorie creative e interessi su moltissimi argomenti. Lui soffriva profondamente quegli attacchi. Gli arrivavano dagli amici olandesi gli echi di delegazioni del New York Yacht Club e perfino di uno zio del progettista di Liberty Valentijn, con cui aveva lavorato ed era stato amico, che erano in Olanda a fare personalmente pressioni sui  ricercatori coinvolti nei test effettuati per realizzare Australia II con modelli in scala 1/3, perche firmassero “confessioni” e  affidavit, ammettendo che in effetti erano loro i veri progettisti di quelle appendici considerate rivoluzionarie. Che in quei quattro mesi passati da Ben a Wageningen ci fosse stato lavoro di gruppo, che fosse avvenuto uno scambio di esperienza e conoscenza  tra lui e i ricercatori olandesi, era naturale e scontato. Lexcen per primo lo ammetteva. Ma tutti concordavano che le idee, le linee di ricerca, le direttive venivano da Lexcen. E a questo punto partiva la provocazione dell’orso di down under che si infiammava e agitando le braccia e ondeggiando sulle gambe sosteneva con foga che la verità era un’altra, che la progettazione di Australia II in effetti non era né australiana, né olandese, ma greca perché tutto si basava su un tipo greco vissuto 2000 anni prima, un tale Archimede…

Il ruolo di Valentijn in tutto questo poi, il fatto che sostenesse pubblicamente, avendo lavorato con Ben, che Ben non fosse in grado di essersi inventato la chiglia magica, feriva Lexcen ancora di più. Ben Lexcen che fino a 10 anni prima, si era chiamato Bob Miller (aveva cambiato nome quando si era diviso malamente da un socio), quel Bob Miller che aveva firmato i veloci Apollo e Ginkgo, lo scafo blu che tanto colpì Giorgio Falk che lo acquistò.

Gli olandesi però non si piegarono, non firmarono nulla, tennero botta, e senza la prova regina qualsiasi azione americana si spuntò.  Ci furono ancora un paio di lapilli legali, ma senza esito, e si arrivò così alla sofferta riunione dell’America’s Cup Committee  del 12 settembre, la vigilia della 32° America’s Cup, un comitato che aveva il potere di annullarla. Ma non lo fece. E da lì a poco la Coppa lasciò, forse per sempre, la teca dove da più di 100 anni era custodita nella elegante sede del New York Yacht Club, nella 44° strada del centro di Manhattan.

(Francesca Lodigiani)

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