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San Francisco, USA- La Coppa America di Oracle Team USA ha probabilmente visto la sua fine la scorsa notte su un molo del St. Francis Yacht Club. Manca poco a mezzanotte in Europa, primo pomeriggio in California. E’ lì, su quella banchina, che un gruppo di medici sta praticando un frenetico massaggio cardiaco a un uomo inanimato riverso accanto ad alcune placide barche a vela all’ormeggio. La scena, ripresa da un elicottero e rilanciata in diretta streaming da ABC7, è agghiacciante. Quel ragazzo si chiama Andrew Simpson, ha 36 anni, è inglese e di professione fa il velista. Lo fa in America’s Cup, con il team Artemis Racing. Pochi minuti prima il mezzo velico su cui era imbarcato, un AC72 lungo 23 metri con un’ala rigida alta 46, si è frantumato implodendo nella sua struttura di carbonio fino a trasformarsi in una trappola.

Bart Simpson con l'oro olimpico conquistato in Star a Qingdao come prodiere del suo amico Iain Percy
Bart Simpson con l’oro olimpico conquistato in Star a Qingdao come prodiere del suo amico Iain Percy

E ora Andy Simpson, Bart per gli amici, giace privo di conoscenza su quelle tavolacce di legno. Il tutto viene visto nel momento stesso in cui accade. Si percepisce subito, dalla frenesia dell’intervento e dai gesti dei soccorritori che non va, proprio non va. La mutina del velista aperta sul torace. Le mani accoppiate del medico che cercano di pomparvi disperatamente un piccolo frammento di vita. Ma il corpo possente e muscolare di Andy non si muove, già perché lui è forte, è addirittura un campione olimpico. Un velista capace di vincere un oro e un argento alle Olimpiadi nella classe Star come prodiere del suo grande amico Iain Percy, fino a poche ore prima tattico di quella barca ormai relitto che in quel momento vaga alla deriva nella Baia, sospinta da 20 nodi di vento da ovest che entra dal Golden Gate. Ma le braccia di Bart non si muovono. Si agitano, invece, quelle di chi gli è vicino, evidenti nella loro disperazione, finché dall’elicottero di ABC7 capiscono che in quell’istante una vita si sta perdendo e che è ora di ritirare lo zoom per rispettarne la dignità, per tornare a inseguire quei pezzi di carbonio rossi e neri inanimati ormai diretti senza senso verso Oakland.

Sono le due del pomeriggio a San Francisco quando la vita di Andrew Simpson ormai non c’è più. Internet rimbalza in pochi minuti tra twitter e facebook il pianto della devastata comunità velica internazionale. Non c’è campione della vela che non scriva 140 caratteri di disperazione. Non c’è semplice velista che non resti esterefatto dalla notizia. Una comunanza globale, di incomprensione per una tragedia tanto annunciata quanto senza senso. Luna Rossa esprime il suo cordoglio. Scioccata. Cosi Emirates Team New Zealand e Oracle Team USA. Artemis Racing lo fa quando ormai in Europa sono le tre del mattino, per bocca di un Paul Cayard, CEO del team svedese, che appare alla base di Alameda per una dichiarazione che appare tanto laconica quanto disperata. “la barca è sotto controllo ma non è questo che ci interessa oggi, siamo pronti a tutto per assicurare la sicurezza dei nostri velisti e ciò da cui stiamo passando oggi è terribile. Siamo in tutto vicini alla famiglia di Andrew Simpson”.

Già. Da mesi si ripeteva che prima o poi ci sarebbe scappato il morto. L’altra scuffia di un AC72, quella di Oracle del 16 ottobre scorso, era stata catastrofica per il mezzo ma si era risolta senza danni agli uomini. Solo fortuna. Perché l’evento incidente, su questi manufatti industriali ad alte prestazioni che sono gli AC72, come li definì Patrizio Bertelli in occasione del varo di Luna Rossa ad Auckland, non ammette alcun margine di sicurezza gestibile. Lo ripete poi ancora Bertelli, intervistato dopo l’incidente da Emilio Martinelli di Yacht Capital, “così la vela è diventata uno sport estremo senza averne le garanzie”. Chi ci è salito sopra, da Max Sirena a Francesco Bruni, lo ha ripetuto più volte: sono pericolosi e funzionano finché hanno un equilibrio basato sulla velocità e sull’integrità della struttura, ma quando avviene qualcosa di non previsto si trasformano in dei trabocchetti. Sono eccitanti ma anche ingestibili oltre certe condizioni. Una classe di barche che barche non sono, senza alcun periodo di test. Quattro team finanziati da budget enormi che provano, due per scelta e due per obbligo, a percorrere una rotta incognita. Ma a farlo davvero sono i velisti, è con questi uomini che qualcuno, Russell Coutts, Larry Ellison, lo stesso Paul Cayard, hanno pensato che si potesse disputare la Coppa America, il più antico trofeo sportivo al mondo, per inseguire sogni monetari più grandi della lungimiramza necessaria per gestirli.

E chi se ne frega se alla comunità velica, ai tecnici, agli stessi velisti tali mezzi sembrano rischiosi. I consulenti hanno deciso che l’audience televisiva è l’unico dato che conta, la conquista della “gente”. Di quella gens che si lascia plasmare da sangue, sesso e soldi fino a diventare massa informe su cui riversare contatti e contratti. Quella minoranza di velisti, da sempre innamorati e appassionati di uno dei trofei più brutalmente ma anche umanamente appetibili, la Coppa America dalla storia ultracentenaria che per essere conquistata prevede di andare a vincerla a casa di chi la detiene giocando secondo le sue regole, non conta più. Per loro non siamo appetibili. E allora si cercano la velocità estrema, che andrebbe benissimo se solo fosse gestibile, i cat ad ali rigide, anche loro affascinanti e in pieno fedeli a uno sviluppo tecnologico che non può certo essere arrestato, ma lo si fa con la presunzione di sfidare i limiti del possibile. Di andare oltre. Con mezzi lunghi 72 piedi, che nessuno ha provato e che possono navigare sospesi sull’acqua fino a oltre 40 nodi. Ma scuffiare a 40 nodi non è come farlo a 20, cadere in acqua da 10 metri è diverso che farlo da 5. Fare una collisione… Beh, chiunque immagina cosa potrebbe accadere con le lame di carbonio che tagliano l’aria come schegge impazzite dopo un urto a 50 nodi. Navigare su un AC72 oltre certi limiti è come guidare una Formula Uno tra due pareti di cemento armato, senza vie di fuga.

 

Andrew Simpson con iain Percy in Star
Andrew Simpson con iain Percy in Star a Qingdao 2008

Gli stessi ideatori ammettono che i 72 sono esagerati e potenzialmente pericolosi. Coutts, Cayard, la parte finanziaria della Coppa gestita da Stephen Barclay, per non parlare di chi tale scelta ha sempre contestato (Grant Dalton e Patrizio Bertelli), hanno detto che quella della prossima estate a SF sarà l’unica edizione in cui vedremo questa follia. E ci mancherebbe.

Ma il morto, intanto, c’è scappato. Non era previsto. In questa disciplina no, non era contemplato. Semplicemente non doveva accadere. Un velista spagnolo, Martin Wizner, morì nel 1999, ma fu per un caso fortuito, colpito da una parte dell’attrezzatura. Adesso, invece, l’incidente era nell’ordine probabile degli eventi. Non solo teoricamente possibile, ma anche verosimile. Troppe le variabili a rischio. Troppo sottile il margine di sicurezza. Si dirà… ma sono atleti pagati profumatamente e accettano il rischio… No, tale rischio lo accetta chi si imbarca per la Volvo Ocean Race, dove si sa a cosa si va incontro e le misure di sicurezza sono enormi. Lo mette in conto chi fa il Vendee Globe. Lo prevede chi plana a 20 nodi su un 49er olimpico, ma sa che lo sgancio di sicurezza del trapezio esiste ed è rapido. A volte capita la fatalità e con quella non si combatte. Si lotta, invece, per dire che non ci interessa più inseguire l’audience a suon di scuffie e velocità, con idiozie come i limiti virtuali di un campo di regata, che obbligano magari a manovrare proprio nel momento meno indicato per farlo dal punto di vista marinaresco, come ci disse Francesco Bruni di Luna Rossa. Lottiamo per osservare che sarebbe bastato fermarsi a 50 piedi, o fare un monoscafo planante anche più grande, per avere più team e lo stesso risultato in termini di impatto mediatico. Venti nodi sull’acqua sono sufficienti per entusiasmare, non c’è bisogno di farne quaranta. Invece la sindrome da incidente, l’amore per la scuffia, che pretende di trasformare la vela in una Formula Uno o in un Motomondiale, ha portato all’ingestiblità del mezzo-barca. Ha trasformato un grande evento sportivo-industriale-tecnologico in un circo che insegue l’ooohhhhh del pubblico pagante spinto dagli istinti di pancia della gente e non più da quelli dello spettatore consapevole. Marketing lo chiamano. E di tutto questo ha fatto le spese Bart.

Fair wind Andrew, è stato un onore navigare con te. Lo dicono Iain Percy, Ben Ainslie, Nathan Outteridge. Campioni olimpici come te. Perché sei proprio tu, un campione olimpico, alla fine, ad aver pagato la presunzione di pochi. Ti rivediamo a Palma, a Valencia, a Qingdao, a Weymouth. Sorridente. Umile come i veri campioni. Gioviale alla sera alla ricerca di una pinta di birra nel bar del porto con il suo amico Iain, con Ben, con Noka o con i ragazzi di +39, che ce lo ricordano persona squisita e grande velista.

Andrew Simpson, 36 anni
Andrew Simpson, 36 anni

No, attuali padroni della Coppa, non ci dite adesso che poteva succedere. Semplicemente, nella Coppa non era previsto dover morire. Adesso purtroppo lo è. Tenetevi pure i vostri maledetti dollari ma pensate per un attimo, per favore, alla rotta impossibile che avete scelto. Rallentate queste barche e non pensate che siano i migliori velisti al mondo, agonisti per definizione, a farlo. Loro spingeranno sempre al massimo delle loro possibilità sportive e umane. Siete voi a dover tirare il freno. A dover riportare questa spendida Coppa nel mare e nel vento, lassù dove è sempre stata. Perché saranno i muscoli dei Bart Simpson a farla grande. Sarà la tua capacità di spingere una stella olimpica fino a frantumare le onde. La tua sensibilità nel regolare un’ala nel vento. Il tuo intuito nel capire, con l’aiuto dei progettisti e dei costruttori, cosa fa andare davvero veloce una barca nell’ambito delle regole prestabilite. Alla fine, ad appasionare davvero gli astanti, saranno i tuoi occhi di ragazzo di 36 anni, quelli che fino a pochi minuti prima brillavano risplendendo nel sole della Baia e che invece adesso sono spenti su un molo di San Francisco. Sbarrati e senza più luce.

Il video omaggio della Royal Yachting Association

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