SHARE

San Francisco, USA- Una barca nata male e cresciuta peggio, fino a causare la morte di Andrew Simpson, 36 anni, campione olimpico. Parleremo più avanti dell’assurdità di questi AC72, oggi dopo una delle notti più terribili della storia della vela è il momento del rispetto per Bart, così era soprannominato il velista inglese, e dell’analisi delle cause. Come avevamo ipotizzato già in nottata, l’incidente di Artemis non sarebbe stato dovuto a una scuffia ma a un vero e proprio “collasso” del catamarano.

Il relitto di Artemis AC72
Il relitto di Artemis AC72

Le indagini preliminari indicherebbero che Artemis AC72 non è scuffiata in seguito a un errore di manovra dell’equipaggio o a un’eccessiva velocità. L’incidente sarebbe dovuto alla barca stessa, per difetti nell’engineering o nella costruzione. Artemis si sarebbe rotta in due per poi rovesciarsi. Ricordiamo che Artemis AC72 ha una lunga storia di difetti, soprattutto nelle traverse che collegano i due scafi e che era stata pensato non per il foiling, a cui si è arrivati dopo aver rincorso ETNZL, Luna Rossa e Oracle una volta capito in ritardo che quella del foiling era l’unica strada percorribile per essere competitivi. Una volta che la traversa anteriore si è spezzata per un’eccessiva torsione, i due scafi si sarebbero praticamente separati e l’ala è semplicemente caduta. La barca si è chiusa su se stessa rovesciandosi e intrappolando il povero Simpson sotto di lei per dieci fatali minuti. Non sappiamo se Simpson fosse cosciente e abbia potuto usare la bomboletta d’aria in dotazione ai velisti sugli AC72.

Il video dei soccorsi:

http://youtu.be/Je8pPJ4sJMc

Ricordiamo anche che Artemis, lo scorso ottobre, si era già rotta durante una semplice prova di traino nella Baia di San Francisco, in cui si notò chiaramente una steccatura sulla traversa sinistra.

Un dettaglio dei soccorsi. Si nota la traversa anteriore sinistra lesionata. La persona nella foto si trova sul bompresso a barca rovesciata
Un dettaglio dei soccorsi. Si nota la traversa anteriore sinistra lesionata. La persona nella foto si trova sul bompresso a barca rovesciata

Secondo le nostre fonti interne ad Artemis Racing, Andrew Simpson è rimasto intrappolato sotto la piattaforma spaccata per dieci minuti. Ricordiamo che la bomboletta d’aria in dotazione ai velisti sugli AC72 ha circa tre minuti di autonomia. Non è stato ancora reso noto se Simpson sia svenuto nell’impatto con l’acqua o fosse cosciente. Il tattico di Artemis Iain Percy, anche lui lievemente ferito nell’incidente, è distrutto dal dolore. Simpson, oltre che suo prodiere olimpionico, era anche il miglior amico di tante campagne veliche. Tutta la comunità velica internazionale è devastata dall’accaduto e non si contao i messaggi di cordoglio di tutti i più grandi campioni di questo sport, di Luna Rossa Challenge, di Emirates Team New Zealand, dello stesso Oracle Team USA, defender che però dovrà riflettere a fondo su cosa sia diventata questa sua Coppa America.

Patrizio Bertelli, intervistato da Emilio Martinelli di Yacht Capital, si è detto costernato e ha dichiarato che Luna Rossa si prenderà 48 ore di tempo per riflettere sull’accaduto e che poi sarà il team a decidere.Ha confermato che gli AC72 sono pericolosi e che la vela così fatta “è divetata uno sport estremo”.

http://www.yachtonline.it/sport/coppa-incidente-artemis-patrizio-bertelli-05102013

Ovviamente in Artemis Racing sono distrutti dall’accaduto. la dichiarazione ufficiale del patròn del team Torbjörn Törnqvist:

“Our thoughts are with Andrew’s family, who suffered a tragic loss yesterday—of a son, a father, and a husband. As our friend and teammate, Andrew “Bart” Simpson was central to Artemis Racing, both in the course of racing and our lives. His presence and personality was a binding force and he will be missed. Right now, the primary focus of Artemis Racing is on the well-being of our team members and their families, and the America’s Cup competition will remain second to that.”

Ovvero: “I nostri pensieri vanno alla famiglia di Andrew, che ha sofferto ieri una perdita così tragica, di un figlio, di un padre e di un marito. Come nostro amico e compagno di squadra, Andrew “Bart” Simpson occupava un ruolo centrale in Artemis Racing, sia nell’aspetto della regta sia nelle nostre vite. La sua presenza e personalità era un collante e ci mancherà a tutti. Adesso, il focus prioritario di Artemis Racing è il benessere dei suoi uomini e dei loro familiari, e la regata della Coppa America resterà secondaria rispetto a questo”.

Da nostre fonti attendibili, la situazione interna ad Arttemis racing dopo l’incidente sarebbe davvero caotica. Le traverse (appena arrivate) del secondo AC72 di Artemis sarebberoo identiche a quelle che hanno provocato la tragedia, quindi ovviamente c’è incertezza sul da farsi.
Per l’ala, non si sa se sia riparabile o a che punto stia una possibile terza ala (la prima non ha mai funzionato e, anche a causa della riparazione, pare sia sovrappeso portando fuori stazza la barca).
Come si può immaginare, il team di progettazione/costruzione è alle prese con problematiche enormi. Ma certo anche tutto questo passa decisamente in secondo piano davanti alla perdita di Andrew Simpson.

 

7 COMMENTS

  1. Siamo tutti addolorati e scioccati per la tragedia di ieri ….ma poi sarà necessario ripartire tutti , e non solo Oracle, dalla riflessione con cui Tognozzi chiude il suo pezzo :”cosa è diventata questa coppa America”!
    È possibile andare in barca equipaggiati come per una missione di guerra con tanto di casco, bombola di ossigeno e protezioni varie??? E, nonostante tutto ciò, morire in una delle baie più affollate del mondo con i soccorsi impotenti su un gommone a pochi metri ??
    Io credo di no, e credo che sia giusto iniziare una riflessione critica su questi mezzi tecnologicamente meravigliosi ma, allo stesso tempo, mostruosamente pericolosi.
    Infatti guardando questi strane creature e approfondendo un po’ lo stato dell’arte delle conoscenze e della tecnologia che permettono prestazioni così strabilianti, mi viene naturale paragonare questi multiscafi che volano sull’acqua, ai primi aerei che si alzavano in volo agli inizi del secolo scorso, un mezzo in cui la conoscenza dei fenomeni fluidodinamici che gli permetteva di volare era agli inizi. Oppure alle prime gare automobilistiche degli anni 20, e 30 del ‘900, quando la tecnologia a bordo delle auto era estremamente sperimentale, nonché artigianale! Con i multiscafi dotati di foil, le ali che gli permettono di “volare”, siamo più o meno in una situazione analoga in cui il basso livello di conoscenze e tecnologia determinava un alto livello di rischio. Infatti, a parte le dotazioni di sicurezza individuali certamente non paragonabili a quelle di 100 anni fa, questi multiscafi con i foil sono oggetti che ancora si conoscono poco, estremamente instabili e difficili da controllare, sui quali il minimo errore di conduzione, ma anche di progettazione e/o costruzione (come sembra sia avvenuto nel caso di Artemis Racing) può essere fatale. Il peso dell’intera barca è sostenuto, fatto “volare”, da poco più di 1 metro quadro di ala orizzontale, mentre l’equilibrio dell’intero sistema è affidato alle “microscopiche” alette di cui sono dotati i timoni. È facile allora intuire che basta un nulla, un piccolo errore di manovra, un cambiamento improvviso di direzione o intensità del vento, un errore di progettazione, anche minimo, o un cedimento strutturale, a causare una scuffia o una rottura dalle conseguenze potenzialmente mortali per l’equipaggio: e si perché ricordiamoci che stiamo parlando di mostri di oltre 20 metri per 20 metri che viaggiano a 20, 30 nodi!!
    Da più parti si dice che i foil, abbinati a multiscafi, ma anche monoscafi, siano il futuro della vela. Sicuramente disegnano un’altra dimensione della vela e probabilmente ne rappresentano il futuro, almeno per quel che riguarda le competizioni. Ma certo vanno posti dei limiti adeguati alle conoscenze di oggi, altrimenti è facile prevedere che la tragedia di ieri si riproporrà. Contenere le dimensioni degli scafi ai 40, 45 piedi? Eliminare i foil, e quindi limitare la velocità? Tornare ai monoscafi? Non lo so, ma di certo nessuna barca, nessuna gara può valere anche una sola vita umana !!

  2. Ora provo a “dimenticare” questa tragedia (che da velista mi ha letteralmente sconvolto) e parlo da spettatore: parlo, cioè, da quello per cui tutto questo sarebbe stato creato. Ebbene, non mi diverte per niente questa AC. Le regate di Napoli, viste in tv, non mi hanno dato la minima emozione. Non seguo l’AC neanche sul web, non ci voglio capire nulla. Non sono contro catamarani e ale rigide, credo prò che ogni barca abbia la sua competizione, e l’AC a mio modesto avviso è composta da monoscafi, che sono perfettamente aderenti all’idea di match race. Non pretendo di avere la ragione, è solo il parere di uno che qualche anno fa si svegliava alle tre del mattino e guardava regate fino alle 7 con gli occhi sbarrati.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here