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San Francisco, USA- Mentre gli organizzatori della 34 AC si impegnano a condurre l’inchiesta sulle cause dell’incidente ad Artemis che ha portato alla morte di Andrew Simpson, giungono da Nathan Outteridge, il campione olimpico di 49er australiano che era al timone dell’AC72 di Artemis al momento della scuffia fatale, alcuni importanti elementi.

Outteridge ha dichiarato di aver sentito un rumore sordo di rottura e di aver visto il cat decollare per poi ricadere sull’acqua spezzandosi e chiudendosi su se stesso come un guscio. Dopo di che tutti e undici gli uomini a bordo sono finiti in acqua e si è subito notato che mancava Andrew Simpson, che era finito sotto il relitto intrappolato. Pare che i compagni d’equipaggio lo potessero vedere e alcuni di loro si sarebbero immersi per fornirgli le bombolette d’oaria in dotazione. La ricostruzione definitiva dei fatti arriverà dopo l’inchiesta congiunta che Artemis, gli organizzatori della Coppa guidati da Iain Murray e le autorità di San Francisco stanno portando avanti.

Il relitto di Artemis
Il relitto di Artemis

Resta la constatazione di mezzi decisamente pericolosi, che in circa 100 ore di navigazione a San Francisco hanno già avuto due incidenti catastrofici, senza sin’ora disputare neanche una regata. La sperimentazione non c’è mai stata e sta avvenendo in questi mesi. “Un territorio completamente sconosciuto, il cui il ruolo umano è impotente in determinate condizioni”, ci ha detto Luca Devoti, già skipper di Andrew Simpson su +39 nella Coppa America numero 32 a Valencia 2007.

Luca Devoti è stato intervistato venerdì mattina da Sky News UK e da Channel 5, due delle principali reti televisive inglesi, sull’argomento. La sua opinione sull’accaduto e sugli AC72 è espressa nella video intervista che abbiamo realizzato sabato a Valencia e che potete vedere qui sotto. Un parere autorevole che conferma quanto si era già percepito molti mesi fa, ovvero che questi AC72 se da un lato sono affascinanti dall’altro sono barche sbagliate e potenzialmente pericolose.

La video intervista:

La trascrizione:

Avrebbe mai pensato che fosse possibile morire a 36 anni mentre si sta facendo la Coppa America?
E’ assurdo, ma è possibile, certo con questo tipo di imbarcazioni e con ogni tipo d’imbarcazione. E’ una giornata veramente triste per chiunque ami la vela. Noi avevamo già scritto un anno fa che questo tipo di barche erano un po’ un salto nel vuoto e i due incidenti che abbiamo già visto lo confermano purtroppo. Uno dovuto a condizioni meteo dure ma non proibitive, quando Oracle si è ribaltato, questo dovuto probabilmente a un problema strutturale

Si ha l’impressione che a sperimentare queste barche siano i velisti e i team. E’ mancato un vero periodo di test.
Questa Coppa America, oggettivamente, è un disastro, non è che si può dire qualcosa di diverso… Il circuito degli AC45 non è mai decollato davvero, alcune tappe sono state cancellate come nel caso di Venezia. Gli AC45 erano già difficili, ma all’interno di una dimensione dove ancora la forza dell’uomo in qualche modo era in relazione con la barca. Qui siamo oltre, un uomo su una barca del genere, con i carichi che ci sono, le forze, è niente, è veramente schiavo e vittima del mezzo. Se capita una cosa come quella successa ad Artemis non può nulla. Bisogna solo sperare di essere nel posto giusto per salvarsi.

Come pensa si sia arrivati a questo estremo?
E’ stata una scelta, questa di addentrarsi in un territorio sconosciuto, di andare a scoprire i limiti e spingersi oltre un po’ il buon senso, oggettivamente complicata. Non abbiamo ancora avuto una vera regata. Avranno navigato si e no cento ore a San Francisco e due grossi problemi sono già avvenuti. Non so cosa faranno, sinceramente. Se fossi in capo di un team, onestamente, non so se avrei il coraggio di mandare i miei ragazzi a navigare… Io probabilmente li terrei a terra.

Quindi secondo lei questa Coppa America, così pensata, potrebbe essere a rischio?
No, non credo. Bisogna mettere dei limiti di vento che sono in linea con la barca. All’inizio si prevedeva no un’ala da vento forte e una da vento leggero e si è poi lasciato solo quella da vento leggero per ogni condizione. Bisogna mettere dei limiti per cui la gente non rischi di farsi del male, altrimenti lo sport diventa troppo pericoloso, ma questo è il mio giudizio personale. Questo così è diventato uno sport estremo, dove il pericolo è il tuo compagno. Tutti coloro che hanno lavorato nel team sicuramente hanno fatto del loro meglio per fare una barca veloce, per avere una chance di far bene, per dare ai ragazzi la possibilità di coronare un sogno vincendo la Coppa America. Nessuno ha cercato di fare qualcosa che si rompesse e penso che gli strutturisti stiamo passando dei momenti trementi rivedendo tutte le logiche che hanno portato ad alcune scelte. Quando si va al limite, limite, limite e con dei mezzi così grandi e con dei costi così elevati, beh, è molto difficile controllare quello che si realizza.

Alla fine l’AC72 è stato giudicato sbagliato dai suoi stessi ideatori, Coutts, Cayard…
Sinceramente l’unica cosa che mi stupisce è che persone di questa competenza e di questa esperienza non ci abbiano pensato prima. Noi della comunità velica immediatamente, quando abbiamo visto le proporzioni, beh ci sono venuti i capelli dritti. Una cosa che sembrava veramente critica. Solo maneggiare una wing di questo tipo… solo per issarla, viene una raffica di vento e ti fai del male. E poi, insomma, non è una barca marina. Non si possono abbassare le vele, non c’è mai stata una tempesta in cui queste barche sono state coinvolte perché non possono essere coinvolte, puoi solo saltar giù e farti il segno della croce. Tutto ciò denota un salto nel vuoto e il rinunciare ad anni e anni d’esperienza , che è costata molto come quella dei multiscafi francesi, che ha portato a barche che si ribaltano in media ogni due anni, come i trimarani, ma non si spaccano a metà ogni cinque minuti. Sono sempre veloci e pericolose, ma non così. Questa scelta futuristica si sta rivelando una scelta sbagliata. Non credo che regatare a 36 nodi di velocità massima rispetto a 42 cambi qualcosa, la regata resta uguale e non vedo la necessità di spingersi così al limite. Questa però è la mia modesta opinione personale, io non sono né un disegnatore nè un ingegnere, ma sono solo un velista che ha perso un amico.

Su Artemis c’era anche Iain Percy
Percy penso stia passando un momento tremento, è stato l’amico della sua gioventù, ci ha vissuto insieme, ci ha fatto la Coppa con noi, ci ha vinto due medaglie olimpiche e poi si sentirà anche parzialmente responsabile per averlo portato a bordo in questo gioco… Non vorrei essere nei suoi panni. C’era Nossiter a bordo, c’erano grandi velisti ma quando si rompe una cosa così i velisti non possono nulla e comunque se qualcosa va storto su queste barche non è che puoi far molto, sei vittina di questo oggetto, che è affascinante e che ci riporta come ai tempi epici dell’automobilismo, quando ogni tanto una macchina si incendiava e il pilota moriva bruciato. Da allora le macchine di Formula Uno sono molto più sicure. Qui, la sicurezza forse non è stata messa al primo posto.

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