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Prosegue la serie di articoli sulla storia della Coppa America che fu, che abbiamo chiesto alla collega Francesca Lodigiani, alias Wilma Flinstones. In questa quinta puntata la narrazione ripercorre l’edizione di Fremantle 1987, a cui parteciparono due sindacati italiani, Azzurra e Italia.

 San Francisco 2013: ovvero i giorni nostri

C’è chi dice che Mrs. Flinstone sia un po’ calvinista e con un pesante senso del dovere. Sarà per quello. Sarà – più probabile –  per l’ infinita curiosità e voglia di rendersi sempre conto di  persona delle cose, fatto sta che il 7 luglio 2013, grazie a quella diavoleria che si chiama streaming, lei è lì collegata al sito di Farevelanet  a vedere l’apparizione solitaria dei kiwi nella prima regata della più desolante, per ora,  Louis Vuitton Cup degli ultimi 30 anni. La navicella spaziale AC72 branded  Fly Emirates, con i suoi velisti vestiti da astronauti per sacrosante ragioni di sicurezza dopo la tragedia di Burt Simpson – in assenza di Luna Rossa, di fatto in sciopero con l’organizzazione –  si produce in una cavalcata solitaria sul percorso all’ombra del Golden Gate. Gli speaker  anglo-parlanti seguono e commentano eccitati. Si sottolineano e declamano le velocità massime raggiunte dal grande ragno con ala rigida che vola (o meglio fa foiling, come dicono gli esperti), che col passare dei giorni aumentano: 41, 42, 43 nodi…

Il 13 luglio, mentre è in corso la cena di gala a Napoli al Savoia di Pippo Dalla Vecchia per la World Cup dei Dinghy 12’ – classe centenaria da veri Flinstones della quale Wilma è infatti il Segretario – Mrs Flinstone capta notizie da  Ubaldo Bruni, oggi dinghista doc che corre con un Lillia celestino, il quale da sotto al tavolo tra IPad e IPhone segue il primo confronto tra Luna Rossa, col suo Checco come tattico, e gli amici/avversari kiwi. Un massacro, sintetizza. Miglioreranno.

Si certo, ma che noia intanto. Per Mrs. Flinstone, che non ama, va detto, neppure le gare di Formula 1, che  tanto avvincevano suo padre, questi exploit a lambire Alcatraz (perché lì sotto c’è meno corrente) per ora sono proprio noiosi. Più noiosi delle tante  lunghe regate di Coppa del passato, con barche umane e comprensibili al normo-velista, quando i buoni si piazzavano in testa e  accumulavano minuti su minuti di distacco.  La Louis Vuitton Cup inventata da Bruno Troublé nell’83, in questo senso era stata una bella ventata di novità e emozioni. Via via eliminati i challenger scarsi, il gioco si faceva duro e l’excitement cresceva e appagava. Speriamo che almeno le regate della Coppa vera e propria siano meglio.

New Zealand a Fremantle 1987
New Zealand a Fremantle 1987

Down Under: Fremantle 1986

Per contrasto, in un emozionante  flash back, riemergono le immagini e i ricordi della Campagna d’Australia a Fremantle, una delle più belle edizioni della Louis Vuitton Cup, complice il Fremantle Doctor, il vento che ogni giorno soffiava dal mare regalando ai velisti  i suoi 18/25 nodi quotidiani e un mare infernale, causato dalla  profondità di appena  20 metri sul campo di regata.  Per i 12 metri con cui si correva allora, un bel contrasto rispetto alle condizioni sostanzialmente miti di Newport. Non furono poche né le avarie, né gli uomini finiti in mare in regata.

All’epoca avevo da poco virato la boa dei 30 anni e continuavo a fare l’avvocato. Nel frattempo aveva scovato un paio di settori abbastanza divertenti cui dedicare la mia attenzione da leguleio, il media – entertainment,  che aveva a che fare con la creatività ed era quindi  più vicino alle mie corde e l’immobiliare, la materia della mia tesi di laurea, entrambi affrontati nelle fasi contrattuali, del costruire quindi.  La frequentazione dei tribunali infatti, ormai era chiaro, proprio non mi garbava. Poi c’era l’amato Messaggero.  E anche il mensile Mare 2000. Mi aveva  reclutata  Franco Belloni, col quale avevo condiviso l’avventura del libro del Centenario dello Yacht Club Italiano orchestrata da  Beppe Croce. Zio Beppe, che da qualche tempo purtroppo stava male e che nell’autunno dell’86, mentre eravamo a Fremantle, se ne andò… Un grande dolore. Una grande perdita.

Mi sono chiesta più volte in questi mesi, se il continuo rimandare la puntata sull’unica edizione dell’America’s Cup disputata in Australia, potesse dipendere dai deludenti risultati di Azzurra e di Italia a Fremantle. Probabilmente sì. E non è un caso se le immagini e i ricordi più vivi  di allora per me siano relativi ad altri team. I kiwi in primo luogo. Stavo spesso con loro, complice una vecchia amicizia dei tempi di Newport 77 con Laurent Esquier, le General, il loro inflessibile coach che ebbe il compito di renderli competitivi a tappe forzate. Ero affascinata dalla loro energia, dalla determinazione, dal coraggio. Poi c’era John Kolius, anche lui vecchia conoscenza di Newport, a capo della impressionante impresa-corazzata del New Yacht Yacht Club. E Dennis Conner, che aveva scelto di non partecipare al mondiale a febbraio restandosene rintanato a lavorare sodo sui suoi Stars & Stripes alle Hawaii. Alla fine aveva lanciato la sfida per il San Diego Yacht Club, il club di casa sua. Dennis, che faticava a mettere  insieme il budget, faceva sforzi inauditi per apparire meno antipatico e più comunicativo possibile e il sorriso stereotipato che sfoggiava appena  si accorgeva di essere nell’obiettivo di un fotografo, era diventato famoso. C’era anche il grande, simpatico, travolgente  Buddy Melges, con psicologo dagli occhi blu per il team al seguito. E c’era Tom Blackaller insieme al suo discepolo e giovane amico Paul Cayard, neppure trentenne, alle prese con USA, una barca con un timone di prua e uno di poppa, che non sempre andavano d’accordo. La contesa tra Tom e Dennis era costante. A terra Tom si produceva in  roboanti dichiarazioni, più o meno offensive, amplificate dalla stampa. In mare spesso agli incroci il suo equipaggio faceva un gran chiasso percuotendo attrezzi sullo scafo, mentre in poppa c’era tutto un gran urlare parole non propriamente da educande. Match nei match divertenti per chi soffiava sul fuoco, alla ricerca di buone “lines” da riportare. Molto fastidiosi per Conner, Tom Whidden, John Marshall e i suoi, che si imposero però di non rispondere mai alle provocazioni, di non cadere mai nella trappola di perdere la concentrazione, ma che incrementavano  ad ogni attacco la volontà di fargliela vedere… Come poi avvenne.

Azzurra

Ma sto svicolando ancora una volta.  Azzurra e Italia. La prima con i colori dello Yacht Club Costa Smeralda, la seconda con quelli dello Yacht Club Italiano. Fu una spedizione no. Peggio Azzurra, “The Blue Rock”, come fu impietosamente definita da illustri commentatori anglosassoni. Italia almeno,  ebbe degli  sprazzi. Ma alla fine l’Italia Nazione  deluse i circa 10.000 italo-australiani di Fremantle che sull’onda dell’entusiasmo creato da Azzurra 83, avevano preparato striscioni e bandiere per gli auspicati festeggiamenti. Per loro era motivo di incredibile orgoglio avere lì due challenger italiani. Da un punto di vista sportivo la figura fu però decisamente magra

Per Azzurra d’altronde dopo Newport, l’apice dell’avventura, emersero problemi di vario tipo. Dispute nelle linee di comando, problemi di impostazione tecnico/progettuale,  divisioni degli uomini in correnti,  concorrenza per i ruoli chiave, nuovi ingressi da metabolizzare, sussurri e grida. Un contesto, purtroppo non insolito nelle cose italiane, che al Mondiale di febbraio a Fremantle,  egate di flotta, si tradusse nel 10° posto su 14 concorrenti di Azzurra II, una barca “solo onesta”, come la definì Ricci. Dietro di lei  barche vecchie o vecchissime, come Courageous.  Poi, a metà estate 86,  l’uscita di scena di Cino Ricci che con Chicco Isemburg e Lorenzo Bortolotti (andato via a inizio estate), guidava l’impresa sportiva– nessuno l’avrebbe potuto neppure sognare ai tempi di Newport e della Principessa Azzurra-  che dalle colonne di un settimanale non propriamente specializzato,  mi sembra  la Domenica del Corriere,  sugellò la sua dipartita prendendosela con l’avvocato Agnelli, che a suo parere aveva la colpa di aver “lasciato una cosa che era di tutti gli italiani a un arabo capriccioso (sic!) e ai suoi lacchè  (sic! sic!).” Cronaca diventata storia. Resta il rammarico di un’occasione perduta male, nonostante il budget messo insieme dalla ventina di sponsor.  Ma cosa accadde in casa Azzurra tra il ritorno trionfale da Newport a Porto Cervo e la realizzazione delle tre nuove Azzurre, due di Vallicelli e una, mai usata in regata, di Schiomachen?  Ho avuto, in via confidenziale, versioni e interpretazioni varie e differenti.  Sul banco degli imputati anche gli effetti di una sovraesposizione mediatica,  fino ad allora di fatto ignota nel mondo della vela, che in qualche modo scombinò la percezione delle priorità e l’equilibrio  dei protagonisti. Certo fu un gran peccato. E fu soprattutto una pena vedere l’equipaggio, il timoniere  Mauro Pelaschier, il tattico Tiziano Nava,  stoici,  fare il loro dovere  e uscire  giorno dopo giorno a farsi battere. Senza speranza.  Un giorno apparvero  con  una maglietta speciale. Mi ricordo che più o meno c’era scritto: “Mai Una Gioia Sailing Team” . Chiusero all’11° posto, di fatto l’ultimo dopo il ritiro nel secondo e terzo round robin di Courageous e Challange France.  A Fremantle, a sostenerli comunque per mesi, Riccardo Bonadeo, presidente del Consorzio, oggi Commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda,  che di recente ha riportato sui mari il logo Azzurra e che a 30 anni dalla magica estate di Newport si dice stia preparando qualcosa di bello per la sua Principessa.

Azzurra 4, progetto Vallicelli. Foto Martin Raget
Azzurra 4, progetto Vallicelli. Foto Martin Raget

Italia

Sul fronte Italia le cose andarono un po’ meglio. Ma qui bisogna fare un breve passo indietro.  Il Consorzio di una decina di sponsor dello Yacht Club Italiano guidato alla nascita da Carlo Croce e Lorenzo Bortolotti, al Mondiale dell’estate 1984 a Porto Cervo aveva vinto con Victory 83, secondo molti il miglior 12 metri dell’estate dell’83 dopo Australia II. Un bello choc per gli eroi azzurri di Newport. Materia per versare fiumi di inchiostro per chi scriveva e sguazzava nelle interpretazioni dietrologiche su questa seconda sfida italiana all’ombra del guidone rosso bianco del grande  club di Beppe Croce, che era però tra i padri fondatori di Azzurra. Yacht Club Italiano–Yacht Club Costa Smeralda. La tradizione-il nuovo. E con Italia nuovi personaggi sulla scena. Li realizzai la prima volta, lo ricordo bene, a un ricevimento a Porto Cervo, davanti a un trionfale buffet decorato con sculture semi- commestibili : Massimiliano Gritti, Mario Schimberni, Gianni Varasi, questi ultimi in abito grigio scuro. Tra i “nuovi” a supporto di Italia anche un entusiasta e vitale Maurizio Gucci che scorrazzava a seguire le regate su un grande motoscafo bianco.  Un dettaglio: il Messaggero in quegli anni era della Montedison, presieduta  da Mario Schimberni (Raul Gardini e la Ferruzzi sarebbero arrivati alcune estati dopo). Una bella fortuna per Mrs Flinstone. Il giornale mostrava infatti un certo interesse a seguire le gesta della “sua” barca. Un fenomeno che ebbe poi il suo apice col Moro di Venezia.

Torniamo a Italia a Fremantle. Della partita operativa non faceva più parte Carlo Croce e Lorenzo Bortolotti  per un periodo era addirittura approdato nel pozzetto di Azzurra. Mentre Stefano Roberti da Azzurra era passato a dare buoni consigli a Italia. In tutti questi giri di valzer, Tommaso Chieffi, neo mondiale 470 col fratello Enrico, dopo essersi messo in luce al timone di Victory 83, lepre di Italia, al mondiale di febbraio, aveva conquistato il timone del 12 metri “titolare”. Skipper Aldo Migliaccio. Membro dell’equipaggio anche Luca Bontempelli, reduce da un argento all’Europeo di Primavera Star a prua di Albino Fravezzi. Luca come era? Luca era Luca. Intelligente, competente, documentato, pronto, polemico, ruvido, energico, mai “intruppato”, a tratti imprevedibile. Speriamo solo che dopo queste righe non mi tocchi restare un’altra eternità in castigo, come accadde durante una trasferta insieme a Capo Horn nel 1990 a seguire Gatorade di Falk e Merit di Pierre Fehlmann,  sulla – per noi –  famosa nave militare cilena Galvarino, dove i signori giornalisti uomini, capitanati dal Jefe Paolo Martinoni, furono costretti a dormire in un container ormeggiato con catene sul ponte, al cui interno erano contenuti letti a castello da fachiri. Per fortuna con la Cabbbbiati della Stampa (come la chiamava Paolone Venazangeli, che sul Galvarino si ingarrellava con Luca in gare a chi beveva più lattine di Coca Cola), potemmo approfittare della cavalleria di un ufficiale che ci cedette la cabina. Ma questa è un’altra storia. Tornando a Italia, disegnata da Giorgetti e Magrini col contribuito di Aermacchi e Intermarine, la barca non sfigurò e i ragazzi alla fine chiusero al 7°posto le selezioni. Va però anche detto che  quell’anno emergere era veramente difficile, quasi impossibile. Tanto che tornò mesto e sconfitto a casa persino lo sconfinato esercito del New York Yacht Club. Passarono invece il turno Conner, Blackaller, i kiwi e i sorprendenti francesi di French Kiss.

Italian Graffiti e Italian Glamour

La mia prima volta in Australia è stata per il mondiale pre Coppa del febbraio 86 . Viaggio eterno.  Fumigazione della cabina, passeggeri compresi, prima dello sbarco dall’aereo all’arrivo per evitare “l’importazione “ di insetti sgraditi dal Vecchio Continente. Un cielo  immenso, profondo, più che in qualsiasi altro luogo (una sensazione senza fondamento scientifico, lo so, ma anche in seguito mi ha fatto lo stesso effetto).  Un accento inglese diverso e sulle prime complicato da decifrare. Un clima e dei ritmi decisamente rilassati. Campi da golf nei parchi al centro di Perth con gente a tutte le ore. Un Royal Perth Yacht Club lontano nelle strutture e nei decori dal gotha degli Yacht Club blasonati.  Quando ci arrivai la prima volta  Fremantle, il porto di Perth, cittadina ottocentesca dai begli edifici bassi color pastello alla foce dello Swan River, era un cantiere in movimento. Ricordo che ero in un albergo quasi davanti a dove si tenevano le conferenze stampa, la cui ristrutturazione avanzava con noi dentro. La mattina, quando uscivi dalla camera, incappavi nello srotolamento della moquette e nel suo incollaggio nel corridoio, e dovevi stare attento a non travolgere le latte di colla sul tuo cammino. L’ultimazione di camere e piani procedeva a tappe forzate giorno dopo giorno,  giusto in tempo per accogliere gli ospiti che via via arrivavano. Fui messa in una camera “provvisoria” perché la mia sarebbe stata pronta solo un paio di giorni dopo… Al pian terreno c’era un  grande bar-pub dove un sabato sera mi affacciai incuriosita dal grande entusiasta baccano: dietro al bancone una barista che per l’occasione serviva in topless…

I lavori di ristrutturazione e ripulitura alla foce dello Swan River andarono avanti a tappe forzate e al mio ritorno in autunno, mi si presentò una Fremantle tirata a lucido. L’Esplanade, l’albergo dove passai parecchie settimane, a febbraio era ancora un edificio delabré.  Ho molto amato l’Esplanade, una costruzione bassa di legno. Era un albergo a dimensione umana, con un non so che di esotico/coloniale. Scrivevo lì i pezzi che dettavo al Messaggero, combattendo col fuso orario, e con la realtà della televisione coperta da Alfredo Pigna della RAI e dal suo “aiutante”, un giovanissimo Giovanni Bruno, che di notte mandavano servizi con i quali dovevamo fare i conti, visto che uscivano prima dei nostri sui quotidiani.  Una situazione che rivoluzionò definitivamente il nostro lavoro a San Diego, quando arrivarono le dirette e le notti magiche del Moro. All’Esplanade  viveva anche Maurizio Gucci, e la sera ci si incontrava e si chiacchierava. Stette a Fremantle praticamente tutto il periodo. I maligni facevano dietrologie su quella  sua lunga permanenza fuori dall’Italia. Una sua fissa erano i contraffattori orientali dei prodotti col suo marchio e negli aeroporti dei trasferimenti da e per l’Italia ne andava a caccia per farli perseguire. Gucci stava molto coi suoi ragazzi. Si era veramente appassionato alla Coppa. Tanto che nel 92 arrivò a San Diego col Creole e la sua compagna, una bella persona,  a respirare di nuovo profumo di America’s Cup.

Fremantle era più o meno a un’ora da Perth. Una grande, bella, placida, verde città collegata alla cittadina del suo porto da una immensa superstrada, nel mio ricordo a infinite corsie percorse da miriadi di macchine a velocità costante e un po’ bassina… Una distanza considerevole. E distanze considerevoli c’erano anche a Fremantle per andare da una base all’altra, alla sala stampa, al luogo delle press conference, al quartier generale del Challenger of Record. Tutto questo per dire che l’amata bicicletta fu presto sostituita da un’auto, una piccolissima giapponese bianca nuova di zecca. Un vero colpo di fulmine per me. E un impegno in più per i poliziotti aussie. Ricordo per esempio un giorno che tornavo guidando da Perth e avevo a fianco a me un collega al quale stavo raccontando qualcosa, a quanto pare  avvincente. A un certo punto, come nei film di Don Camillo e Peppone, risuona una voce dall’alto: <stop, do stop!> Io inchiodo e mi blocco, al centro della carreggiata centrale delle infinite carreggiate. La voce rimbomba di nuovo preoccupata: “no, no, no, on the side, on the side!”.  Mi accosto, scendo e dalla macchina con autoparlante incorporato escono due poliziotti – mandinghi. Notano il cartellino di accredito come stampa che ho  prudentemente indossato e uno attacca tra lo stupefatto e il divertito:  “Ah italiana, allora è tutto chiaro. La stavamo seguendo da un bel po’ mentre continuava a passare da una corsia all’altra senza mettere nessuna freccia, anzi ci divertivamo a prevedere le sue mosse successive. E poi ci chiedevamo come facesse a zigzagare così bene visto che le mani invece che per il volante le usava abbondantemente per parlare col suo amico. Ma cosa gli raccontava con tutte quelle mani. “Due sorrisi, due battute e per quella volta niente multa, solo sermone.” Ma altre volte andò diversamente. D’altronde vivo a Roma, dove giro in motorino. Cosa si pretende.

Se i risultati degli italiani in regata non furono esaltanti, sotto altri profili, sia in mare sia a terra, la spedizione lasciò un segno. Innanzitutto l’Italia fece una splendida figura nel ruolo di Challenger of Record, un ruolo che lo Yacht Club Costa Smeralda, capitanato dal Commmandante Alberini, come veniva pronunciato il suo nome,  svolse in maniera impeccabile, e per quel che ricordo al di sopra delle parti. I ragazzi dei campi di regata, i collaboratori ex ufficiali di Marina,  i membri del comitato di regata, Sandro e Kari Riccetto e Giovanna Alberini in primis. Tutto il team portato dall’Italia che gravitava sul  Royal Freshwater Bay Yacht Club, fece veramente un ottimo lavoro, riconosciuto da tutti. Un risultato non scontato alle prese con il Fremantle Doctor e il mare infernale che sollevava.

A terra poi c’era Casa Italia,  curata nell’allestimento personalmente da Maurizio Gucci, un club raffinato e appetito gestito da Flavio Scala col suo staff traghettato dal Garda, cuoco compreso. C’era l’Azzurra Pavillion. C’erano Le Maschere,  il ristorante Ciga,  E poi andavamo da Lisa, dolce signora piemontese, moglie all’epoca dell’uomo Finmeccanica in Far East, Australia. Per l’occasione avevano preso una bella casa con grande terrazza e da lei ci si sentiva a casa. Sia noi della stampa sportiva, che i grandi inviati di passaggio. Con uno di loro, noto, ma che io non conoscevo, feci una discreta gaffe, che poi si trasformò, temo, in qualcosa di peggio. Eravamo in sala stampa e Lisa, ottima PR, ce lo stava presentando. Lui un po’ blasé raccontava di  esser arrivato via Isola di Pasqua. A quel punto, prima gaffe: gli chiedo di che giornale sia. Risposta tra il piccato e il paternalista: del Corriere… E io in buona fede: quale Corriere? E lui:  di Corriere ce n’è uno solo!  Lisa ride ancora quando ricorda la mia risposta a quel punto: “Ma, veramente c’è il Corriere dello Sport, il Corriere Mercantile, il Corriere dei Piccoli…”  Il grande inviato è stato pochi giorni a Fremantle,  ma in quei pochi giorni non sembrava amarmi molto.

A Fremantle ritrovai Ben Lexcen. Le sue teorie, il suo pensiero divergente, la sua ironia, il suo essere dissacratorio, mi affascinavano e voglio chiudere questa puntata con un suo flash in tema di equipaggi. “La Coppa America è uno sport da tedeschi, non da latini. Loro sono vincenti. In fondo si tratta di mettere tutto in fila per due: tutte le chiglie, tutti gli uomini. Uno, due, tre, disciplina. E’ ideale per i tedeschi. La Germania insegna ai bambini piccoli a portare i pantaloni corti e a dire sì papà, no papà. E’ ideale. Gli italiani? Ti accorgi che stanno per virare dalle sigarette che gettano fuori bordo. Penso sia fantastico. L’ho letto su una rivista. Ucciderei per le loro divise, quella di Gucci chissà se riuscirò a conquistarla. Ma i latini non potranno mai vincere la Coppa. A bordo non appena c’è una discussione, tirano fuori i coltelli. E gli italiani, inoltre, sprecano troppe energie con problemi del tipo: chi è il capo del Sindacato, chi dovrebbe essere il vicecapo e sedere alla sua destra. E’ assurdo, da noi è ininfluente. Bondy (Alan Bond, ndr) siede vicino al fabbro o al prodiere. Non gliene importa niente a nessuno. Ma vuoi mettere però la vostra gioia di vivere, la vostra arte, la vostra umanità, al contrario degli americani. Troooppo seri. Trooooppo compresi nel loro ruolo.” (Francesca Lodigiani) 5-continua

8 COMMENTS

  1. grazie … Wilma, ci vediamo presto sulle ns barchette, dove, per fortuna, si respira ancora questa aria di “pura” vela ed amicizia.

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