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Sada, Spagna- La Transat 650 vive ore di attesa, per conoscere quale sarà il programma deciso dalla direzione di regata dopo la cancellazione della prima gfrazione di tappa, con 5 barche nel porto prefissato, a Sada, in Galizia, con Giancarlo Pedote primo, e gli altri 69 dirottati a Gijòn, nelle Asturie. Il programma prevede di spostare la flotta a Sada, non appena sarà possibile, e da lì ripartire verso Finisterre e Lanzarote. Certo è che, in novembre, uscire dalla Biscaglia non è mai semplice e l’organizzazione si trova ora a prendere decisioni difficili.

Si è parlato molto della cancellazione della tappa, visto che era regolarmente partita e i primi sarebbero anche regolarmente arrivati. Come sempre in questi casi, la sicurezza ha la precedenza e occorre considerare il livello medio della flotta, ma c’è anche da considerare che sull’acqua alcuni velisti hanno regolarmente acquisito un vantaggio che viene negato. La Minitransat pare ormai trovarsi al bivio tra regata moderna ipercompetitiva e traversata- sogno di decine di velisti, per cui è davvero difficile mediare le due flotte e le diverse aspettative.

Far beccare decine di mini 650 da una burrasca di quelle vere in Biscaglia avrebbe conseguenze catastrofiche, per cui è necessario trovare un modo equo e marinaresco di uscirne, senza però penalizzare chi ha preparato questa regata per anni in modo professionale.

La flotta dei Mini riparata a Gijòn. Foto Minitransat
La flotta dei Mini riparata a Gijòn. Foto Minitransat

Sull’argomento, riceviamo questo interessante e appassionato contributo di Vittorio Malingri, che ci scrive dal suo Huck Finn II, in navigazione nel Sud Atlantico:

“Mi è sembrato di vedere qualcosa sopravento, ma sono cosi stanco che non approfondisco subito. Sono 3 giorni che tiro bordi contro un vento che è arrivato oltre i 70 nodi, contro onde che mi fanno venire voglia di tornare a casa subito. Per sfangarmela ho fatto rotta W pieno, verso il fronte freddo e mio ci sono ficcato dentro a capofitto. Ad un certo punto ero li che guardavo la tormentina, unica cosa a riva, e pensavo “ adesso esplode o mi tira giù l’albero”. A casa mia bolinare non ha limiti di vento, navighiamo su barche buone, e Moana 60 gliene potrai dire di ogni, ma che non ci “stia dentro” no!. Sono stati tre giorni in cui quando c’erano solo 50 nodi ero rilassato. Io, perché i segni sulla, anzi all’interno delle molecole dei vari materiali della barca non li vedi, te ne accorgi dopo, magari ad un miglio dall’arrivo, quando viene giù tutto.
Una mezzoretta dopo il “qualcosa sopravento” è diventato una barca a vela. E’ di sicuro uno di noi perché ha il tipo di randa che, di questi tempi, abbiamo solo sugli Open e sui Multi. Però è strano: fa una rotta che non ha senso, e la barca è super appruata. Prendo il binocolo è guardo meglio. Quasi esulto è Nigel Burgess, all’ultimo appuntamento radio con il centro di regata, solo qualche ora fa, lo davano tra i primi tre a doppiare la Coruna. “Devo essere messo molto bene” penso, mentre guardo la sua barca che praticamente torna a Les Sables. Ci devo dare dentro. Viro, riviro e faccio altro mentre sto riempiendo il ballast.. Quando l’acqua arriva a riempirlo sento un crak. Ammiro uno zampillo d’acqua che esce da una crepa, che sembra quella di quando nei film si inizia rompere una diga.
Ma non è un film, io devo tornare a bomba a Les Sables a riparare……………e Nigel è morto.

Siamo arrivati stamattina, ancora al buio, a Florianopolis, Brasile. La città e dentro l’isola di Santa Caterina, un’isola lunga vicinissima a costa che forma una laguna quasi chiusa. Sicuramente un tempo lo era,
a sud un entrata strettissima, tra scoglio e scoglio, e ancora più stretta é la parte navigabile tra i bassifondi.  Le profondità sono ridottissime e l’onda enorme. Entrarci al buio, a 10,5 nodi al traverso, non è proprio uno scherzo, prima dell’avvento del gps non l’avrei mai fatto.
Si chiama punta del Los Naufragados.

Io non so quanto navigate voi, ma qui navighiamo tra le 20 e le 25 mila miglia ogni anno, in ogni mare del mondo, con ogni tempo da tanti anni.. Adesso stiamo andando a farci un giro nei 40 ruggenti ad esempio. Questo solo per dire che un idea, approssimativa, di cosa è una tempesta seria ce l’ho. Ci ho perso più di un amico, come Nigel mio vicino di banchina a Les Sables, dove aspettavamo Mike Plant ma c’era solo sua moglie, un mese dopo la sua partenza da Newport, con ancora una speranza ammirabile dentro. Dove c’era Gerry Roufs che aiutava Philippe Poupon.
Ve la faccio breve, una volta ancorato, dopo uno slalom tra i bassifondi contro 30 nodi, di vento e tre di corrente contro, posso finalmente connettermi e controllate la Minitransat . Voglio sapere come va, se hanno deciso qualcosa per la ripartenza. Le ultime notizie le ho da Angra dos Reis, 374 miglia e 38 ore fa.
Controllo un pò di blog, leggo le news ufficiali quelle dei concorrenti e i pareri dei giornalisti. Sono basito.
Tra l’altro leggo anche che hanno pure posticipato la partenza della Jaques Vabre, dove ci sono barche e marinai ben più cazzuti. Faccio fatica a capire, le ipotesi, le lamentele, le insinuazioni di alcuni giornalisti. Pedote con il suo aplomb rilascia un ottimo “no comment”, ma si capisce che non è contento.

Chiamo Christophe Julliand e lo trovo parimenti intristito, anche lui dal mini attacco all’organizzazione della Mini. Chiamo Giancarlo Pedote per fargli i complimenti (zero errori), e lui mi racconta il suo punto di vista. E’ capibile, anche se non condivisibile, perché quando ci sei dentro ti sembra tutto molto, molto più grande di quello che è in realtà. E ne subisci l’influenza. Poi  è anche vero che le organizzazioni delle regate agiscono a volte in modo strano, ma non ce l’hanno con nessuno, solo cercano di gestire la situazione al meglio. E nelle regate oceaniche francesi ci sono sempre dei personaggi con le palle quadrate che si occupano di questo.

Adesso è notte, sono stato sveglio fino a che ho capito che che questi sono dei “velisti”, dei “regatanti”, che giustamente iniziano la loro carriera nell’entry level per eccellenza della vela oceanica la classe Mini.
I navigatori veri sono a le Havre  con il culo al caldo. Sono tutti contenti che abbiano rimandato la partenza, non ostante abbiano barche di 70 piedi o di 60 supercorazzate, decenni di esperienza e una quantità di miglia all’attivo in regata da centinaia di migliaia a testa. I marinai sano bene che rompendo tutto e rischiando non vinci niente e perdi gli sponsor. Sanno che un disastro, come alla Route du Rum di qualche anno fa, può segnare la fine immediata di una classe oceanica,(ORMA60) anche se la più in vista. Sanno che gli amici, e meglio averli vivi, berci una birra, passare buoni momenti con loro e non ricordarli in pezzi come questo..
Ma i marinai soprattutto sanno che i file meteo, e la presunzione di poter misurare e sapere tutto, non hanno mai impedito ad una tempesta di fare di testa sua: anticipare, essere molto più forte (o più debole) del previsto, cambiare traiettoria. Ricordano.
Ricordiamo Gerry, Mike, e Nigel, morto davanti a La Coruna, E tantissimi altri, che, come si suol dire, se li è portarti via la tempesta.

Però è strano che tutti quelli che ne hanno scritto e parlato, abbiamo pensato qualsiasi cosa, dai riflessi negativi su se stessi a che i francesi farebbero qualsiasi cosa pur di non far vincere uno straniero e via così. Nessuno ha creduto e riconosciuto la buona fede del direttore di gara, combattuto tra bisogni mediatici e organizzativi e la rompicoglionissima  e costosissima (per l’organizzazione) decisione di annullare una prova.
Forse stava pensando a tenere tutti in vita, compreso il futuro della Mini.
Sappiamo anche che sono tutti OK e la regata è li, reale, viva ancora tutta da giocare.
Ottimo. Da spettatore sono tutte cose che mi fanno un gran piacere.
Denis Huges il suo lavoro lo fa alla grande, ha mantenuto la suspance sulla gara fino a dare una classifica, che ha fatto piacere a tutti noi spettatori italiani, e magari rabbia e terrore a quelli francesi. Lo sappiamo, perché chi a vinto, chi è arrivato secondo, ecc..ce lo ha fatto vedere, Huges.
A vinto Pedote, e non ce ne frega niente di una medaglia.
Vai Zambelli!. Sei un grande e hai fatto un ottima prova. Non pensare a nient’altro che divertirti.
Non vedo l’ora di arrivare a Cape Town per scoprire cosa sarà successo?Sia alla Mini che alla Jaques Vabre….vai Raspaaaaa hai la barca più bella di tutte”. (Vittorio Malingri)

Prysmian alla partenza. Foto Ministransat
Prysmian alla partenza. Foto Ministransat

Interessante è anche il commento della Classe Mini italiana, a firma di Stefano Paltrinieri:

Quando un anno fa abbiamo saputo del nuovo format abbiamo tutti gioito per il ritorno al percorso tradizionale ma la data avanzatissima della partenza aveva di sicuro fatto aggrottare più di un sopracciglio. Non c’era dubbio che a metà Ottobre le probabilità che, dopo sei edizioni della MiniTransat partite col vento in poppa, ci si potessero aspettare bastonate da venti occidentali sul tipo di quelle del ’91, ’93 e ’99 erano altissime, ed infatti la realtà ha forse superato la fantasia.
Non ce la sentiamo di tirare la croce addosso al comitato di regata per la decisione presa.

Forse, a spaccare il capello in quattro, si potrebbe far notare che sancire fin dall’inizio l’arrivo a Gijon, avrebbe ora garantito un gruppo compatto nello stesso porto e, soprattutto, una classifica, ma col senno di poi non si va da nessuna parte. La posta in gioco era altissima ed in questi casi l’eccesso di prudenza non è mai biasimevole. Quanto alle illazioni sulla volontà di penalizzare un’italiano straordinario vincente (ed, aggiungo, un’australiano che stava vincendo tra i Serie) non ci
voglio perdere un nanosecondo in più…

Nessuno più di noi porta una conoscenza diretta di quei postacci.
Nel ’99 è stato proprio 40 miglia a nord de l’Estaca De Barras che il gruppo è stato falcidiato e le balise si accendevano a ripetizione come luminarie di Natale. Anche Stefano Pelizza, come Federico Cuciuc,arrivò a Santander… ma lo fece sotto armo di fortuna dopo avere trascorso 4 ore dentro la barca rovesciata. E lui fu di quelli fortunati, che riuscirono a riportare a casa il Mini, pur malconcio. Quindi, ragazzi, non scherziamo… altro non si poteva fare.

Regata fantasma dunque, ma anche se i suoi risultati sono stati scritti nell’acqua e non contano più nulla abbiamo comunque assistito a due giornate epiche, dal punto di vista metereologico ed agonistico, che non possono non avere lasciato tracce indelebili nei ricordi di chi le ha vissute e di chi le ha seguite. Provo a fissare qualche quadretto, da un punto d vista personalissimo, chissà quanto mai parziale.

Pedote ha compiuto un’impresa.
Non è facile partire coi pronostici appiccicati addosso di forza, quando ogni posizione che non sia la prima può suonare come una sconfitta e lui non ha fallito una mossa. Avrete notato che il colpo da KO non lo ha sferrato solo nel traverso iniziale, potenzialmente assai favorevole allo Scow, ma nella bolina finale, con mareincrociato e di difficilissima interpretazione. Giancarlo ha fraseggiato un bordeggio perfetto e si è scrollato di dosso con prepotenza cagnacci dalle unghie affilatissime, e basta guardare la foto di Boidevezi all’uscita del Raz per darmi ragione.
Forza, non perdere concentrazione!

E gli altri italiani?
Secondo me sono stati bravissimi. Facciamo mente locale alle condizioni che hanno vissuto.
Il rinvio di 15 giorni, col prevedibile corollario di difficoltà logistiche e lo stress emotivo, non può non avere influito negativamente sulla loro riserva di energie mentali ed endocrine. Alla partenza era da un mese che non navigavano e sono incappati in un vento a raffiche fino a 25 nodi, il mare residuo di San Giuda, obbligati a bordeggiare in acque relativamente ristrette in mezzo ad 80 barche.
Dopo il Raz abbiamo visto che mare hanno incontrato e vi assicuro che su quei toboga anche la manovra più banale diventa faticosa, pericolosa e difficile. Insomma c’erano tutte le condizioni per una debacle di proporzioni cosmiche, condita da ritiri (ricordate il 2011?) rotture gravi o ritardi in classifica fantozziani ed invece…

Tra i tanti ritiri non uno ha interessato i nostri e quanto alle loro posizioni, valutiamole attentamente.
Avete presente una finale olimpica dei 10.000 metri? Negli ultimi giri generalmente la muta degli africani riesce a doppiare più di un corridore, in genere dalla pelle più chiara. Lo spettatore poco esperto potrebbe obiettare: ma chi sono quei tapascioni?
Ed invece non ci si rende conto che si tratta comunque di fior di corridori capaci di tenere per quasi mezz’ora una velocità di crociera che un comune mortale reggerebbe per non più di 200-300 metri, capita l’antifona? Hanno affrontato avversari che quel canovaccio lo conoscevano alla perfezione, dato che l’uscita dalla baia di bolina verso il Raz l’avevano già affrontata, oltre che nei MAP, anche nei MiniFastnet 2011 e 12, corsi sulla rotta meridionale.
Tutti hanno tenuto una posizione nel gruppo che poteva esprimere grandi recuperi, come stava cominciando a fare Iacopini.

Mi permetto di fare una sottolineatura per la performance di Fornaro che ha portato il suo Pogo 1 come meglio non si sarebbe potuto.
Quanto alle determinazione ed alla irriducibile forza di volontà ho appena saputo che Federico Cuciuc, grazie all’intervento dell’onnipresente Pedote, ha già organizzato il trasporto di 556 via terra a La Coruña. Che dire di più?
Forza che avete preso la misura agli atlantici ed alle vostre barche…”. www.classemini.it

2 COMMENTS

  1. Belli questi articoli, però, tra tutti e due quanti strafalcioni! E’ proprio vero che in internet vale tutto, ma così diventa la discarica della grammatica italiana e voi di Fare Vela siete tra i maggiori “sporcaccioni”.

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