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Dopo un periodo di riposo (si fa per dire), trascorso in parte a regatare sugli amatissimi Dinghy, la nostra Mrs Flinstones è tornata a grande richiesta, più pronta che mai, per rinfrescarci la memoria sull’America’s Cup che fu. D’altra parte della prossima, la numero 35, ancora attendiamo il Protocollo che il defender Oracle Team USA ancora non si decide a comunicare, a nove mesi dalla conclusione della numero 34. Attendiamo fiduciosi… Intanto godiamoci i ricordi di Mrs. Flinstones, alias Francesca Lodigiani. Siamo a Fremantle, Australia, per la Coppa del 1987.

flinstonesPremesse e giustificazioni

Lazy Jack, lazy Susan, e ora anche  lazy Wilma. Cioè  Mrs Flinstone  che lo sa,  è consapevole, che da luglio dello scorso anno pencola,  si balocca,  fa la “batticuenta tigullina” (non è chiaro se trattasi di lessico familiare ad hoc o vocabolo genovese per definire chi batte la fiacca, ma il concetto è quello) e non scrive le puntate della disfatta del New York Yacht Club a Fremantle, del trionfo di Dennis Conner e dell’inizio della fine del ragazzo prodigio Chris Dickson. The Old Man and the Kid, come si diceva down under in quel fine 1986, inizio 1987.

Mrs Flinstone in verità non è per niente pigra, anzi. Il problema è che fin da piccola, riesce sempre a impelagarsi in una serie infinita di impegni che fan sì che il tempo non sia mai abbastanza.  Ne sapeva qualcosa Nanni Corradi, il suo pediatra a Genova quando a 9 anni arrivò da Milano. Se per una banale influenza con febbrone lui osava prescriverle di restare a casa qualche giorno, scoppiava un dramma. Le proteste della docile Mrs Flinstone erano ferme, anche se pacate. Non si poteva assolutamente saltare l’allenamento a cavallo, l’ora di C-Flöte a scuola ( la Deutsche  Schule, allora in Via Caffaro), la lezione di ginnastica dall’Arquati, le riunioni degli Scout a Castelletto (Coccinella capo della Sestiglia Rossa of course). Ma il dottor Corradi era inflessibile. Specie per quel che riguardava  il cavallo. Restare a casa, punto e basta.

Qualche anno più tardi emerse però chiaramente che il bravo dottore non esercitava la par condicio tra sport. Mrs Flinstone nel frattempo aveva sui 14/15 anni (il pediatra dottor Corradi l’ha seguita fin quasi alla maggiore età, all’epoca 21 anni…) e i suoi genitori, che di cavalli non capivano molto, osservavano con preoccupazione la sua crescente passione  e il fatto che alla Società Ippica Genovese fosse stata promossa alle cure del Signor Bembo che le faceva montare  cavalli “privati”, cioè di altri soci, avviandola al salto a ostacoli e ai primi concorsi. Avevano quindi chiesto a “Pinguin” –  che da ragazzo a Santa Margherita teneva il gozzo di mamma al Metropol e che in quel periodo gestiva dei corpi morti in porto davanti a casa, straordinario velista, timoniere di celebri “barche grosse” da regata (RORC) –  di portarla in barca, con il subdolo obiettivo di distogliere la sua attenzione dai fascinosi quadrupedi. Pinguin riuscì nell’impresa, complice Edo Guzzetti del Namar (la barca della prima Cape to Rio di Ida Castiglioni) e il Soling di cui Pinguin si occupava, che era di Franco Carraro (mi sembra di ricordare allora campione di sci d’acqua in Tigullio dove regnava il maestro Gigi Figoli).

To make a long story short, bye bye cavalli e via con la vela, d’estate in Tigullio, d’inverno alla scuola dello Yacht Club Italiano. Cosa c’entra il dottor Corradi? C’entra, c’entra. Perché da quel momento in poi, anche se con la febbre, come d’incanto l’uscita domenicale per il corso dello Yacht o più tardi, la regata di turno, venivano autorizzate. Anzi consigliate, perché l’aria marina, lo iodio, avrebbero contribuito alla guarigione… Non c’entrava naturalmente nulla che l’intera famiglia Corradi fosse pazza per la vela.

Il 12 Ottobre 2013

New York, 12 ottobre 2013, splendida giornata di Indian Summer, numero 37W della 44° strada, sede del New York Yacht Club,  saletta rotonda all’incrocio delle scale che portano al salone dei modelli, uno dei luoghi più emozionanti e meravigliosi per un appassionato della storia della vela. All’interno di una grande nicchia rotonda, davanti ad amici di mezzo mondo della generazione Flinstone, molti arrivati dall’Italia, vengono uniti in matrimonio un’emozionata Margherita Bottini e un emozionatissimo John Marshall. Un happy end, un fil rouge di quasi una vita che si annoda tra due persone di mare, di vela, di cultura, di natura, di molto altro e di tantissima  Coppa America. Nel parterre, con qualche anno in più, ma in genere tonici e riconoscibili, numerosi protagonisti del nostro mondo. Alla cena placè nella sala dei modelli – dame in lungo e cavalieri in smoking – Margherita mi destina il posto accanto al Commodoro del Club, rigorosamente vestito da Commodoro con una miriade di bottoni di ordinanza; un signore non altissimo, energico, entusiasta, che poi si scatenerà nelle danze. E’ lui che stando seduti a tavola mi indica attraverso una grande finestra con ringhiera la nicchia dove Margherita e John si sono appena sposati.

La celeberrima Sala dei Modelli del New York Yacht Club. Foto Dufresne
La celeberrima Sala dei Modelli del New York Yacht Club. Foto Dufresne

La Coppa stava lì, dice con un tono che oscilla tra la nostalgia e il rammarico. Al tavolo anche Bruno Troublè con la moglie. Sempre moooolto francese. Pure da lui ricordi e nostalgia. La Louis Vuitton Cup 2013,  la “sua” Louis Vuitton Cup, a San Francisco è stata una disastro. Cavalcate solitarie dei grandi ragni volanti, nessuna suspense, risultati scontati. E’ quasi certo che non ce ne sarà un’altra dopo questi primi  30 anni. Tra l’altro anche alla luce dei cambi di management  avvenuti nella maison. I ricordi fioccano. La sindrome da Grande Freddo impera. Con dolcezza e un po’ di spleen; ma è giusto così.

Su un punto però c’è consenso unanime: al di là di qualsiasi altra considerazione la  34°America’s Cup, la finalissima tra Emirates Team New Zealand e Oracle Team USA è stata uno spettacolo incredibile e avvincente. Da cardiopalma.  Sia dal un punto di vista dei mezzi, che da quello dei protagonisti. E’ andata in scena, consumata in diretta, una tragedia umana , quella dei kiwi, e in particolare di Dean Barker, sempre più ripiegato sul suo timone, a fronte dell’energia, la forza, l’affiatamento, la stamina che irradiava dal trio Ben Ainslie, Jimmy Spithill e Tom Slingsby nella rimonta dall’8 a 1. Il come back più travolgente della storia dello sport. Certo, con buona pace dei dubbi sulla legittimità, o quanto meno correttezza (concetto caro a Mrs Flinstone),  del marchingegno montato nella giornata di riposo su Oracle Team USA che ne ha trasformato la performance.

Oracle US 17 precede Team New Zealand nella regata decisiva della 34th AC. Foto Borlenghi/Luna Rossa
Oracle US 17 precede Team New Zealand nella regata decisiva della 34th AC. Foto Borlenghi/Luna Rossa

Il Tramonto del New York Yacht Club in Coppa America

Fino a quando la Coppa era “fuori”,  a qualcuno all’antico Club (1844) poteva ancora passare per la mente che un giorno sarebbe tornata nella nicchia sulla quale si affaccia la “Sala dei Modelli”. Modelli che per quel che riguarda i protagonisti della Coppa America il Club, nostalgicamente, continua a collezionare. Ma ormai si è girata la boa dei 30 anni dal quel straordinario/tragico (a seconda dei punti di vista) 1983 e la Vecchia Brocca, quando non è in “road-show-accalappia-finanziamenti” in giro per il mondo, abita a San Francisco, all’ombra del Golden Gate Yacht Club e di Larry Ellison. Per “tornare a casa” dovrebbe prima farsi una puntata all’estero e poi essere riconquistata da un sindacato con guidone del vecchio Club. Dura. Lo ammette anche il Commodoro commensale di Mrs Flinstone al matrimonio Bottini-Marshall. I tempi sono cambiati. Probabilmente fu un errore non investire nel Dennis Conner ansioso di riscatto del dopo sconfitta, che di fatto fu ferocemente snobbato.

Fatto sta che a Fremantle il New York Yacht Club arrivò in grandi forze: veliche, progettuali, finanziarie, sociali. Di tutto e di più. Mrs Flinstone se lo ricorda bene. Potere WASP che tracimava  da tutti i pori. Un esercito apparentemente compatto. Un velo di arroganza. Una bandiera a stelle e strisce smisurata. Una security impenetrabile. Un codice comportamentale sulla riservatezza, ferreo. Poi, alla vigilia della Louis Vuitton Cup l’invito a una conferenza stampa oceanica la mattina, nel ricordo abbastanza presto, in cui John Kolius, il texano, il prescelto nell’Operazione Riscossa, per descrivere il proprio stato d’animo raccontò il “nanetto” dei bambini gemelli, Uno troppo pessimista e uno troppo ottimista. Per modificargli l’attitudine  il pessimista viene rinchiuso in una stanza piena di balocchi e di ogni ben di Dio. Dopo qualche ora, quando si riapre la porta, lo trovano affranto e piangente: <Qualcuno prima o poi mi ruberà qualcosa!> L’altro gemello invece, l’ottimista, viene rinchiuso in una stanza piena di sterco di cavallo. Quando gli aprono la porta è lì sporco e felice infervorato a scavare: <Con tutta questa merda da qualche parte deve pur esserci un pony, lo troverò  !!!!> “ Ecco – disse John Kolius- io mi sento come questo gemello.”

Le cose però andarono diversamente. Alla fine del terzo round robin, per un punto, America II e il New York Yacht Club furono fuori. E con loro la speranza di tornare nella vecchia cara Newport. La verità è che quello del sindacato del New York Yacht Club fu un fallimento annunciato, ma in molti di noi, Flinstones ante litteram, non riusciva a morire la speranza che quelle vittorie di misura fossero una diabolica tattica, “sand bagging” per coprire l’arma segreta da sfoderare al momento buono. Ma l’arma segreta non c’era. Nonostante fossero quelli che si allenavano da più tempo a Fremantle. Nonostante il budget superasse di sicuro i 16 milioni di dollari dichiarati ufficialmente, nonostante fosse il sindacato con la presenza e l’organizzazione più impressionante. La verità è che quella sfida fu affossata da un progetto che non era abbastanza valido, e dalla mala politica sotto forma di dissidi, tensioni e annosi problemi di potere all’interno del Sindacato.

Il manifesto della finale della Coppa 1987 autografato da Dennis Conner e Iain Murray
Il manifesto della finale della Coppa 1987 autografato da Dennis Conner e Ian Murray

Olin Stephens

Parlo di fallimento annunciato perché a Fremantle io andai tre volte. La prima fu in occasione del Mondiale di febbraio 1986, dove brillavano per l’assenza Stars & Stripes di Dennis Conner e Kookaburra di Ian Murray, coloro che sarebbero stati i finalisti della Coppa. In quella prima trasferta seppi che era a Fremantle in visita “non ufficiale”  Olin Stephens, classe 1908, un mito. Se ne stava rintanato nella base di America II e pochi sapevano della sua presenza. Io lo scoprii per caso perché era sullo stesso volo di un amico che me lo fischiò. Non fu facile ottenere un incontro, ma i buoni rapporti di Newport, quelli col fratello Rod stabiliti durante i miei primi anni di università al Salone a Genova,  dove facevo la standista alla Nautor degli Swan pre-Ferragamo (per la cronaca insieme al Tigre – chi è del Tigullio sa di chi parlo – che si divertiva a scarabocchiare il manuale di Diritto Internazionale (sic!) che mi portavo dietro per far finta di studiare nei tempi morti…)  fecero il miracolo. Le tre barche che realizzò il New York Yacht Club, US 42, US 44 e US 46, erano progettate sì dallo Studio Sparkman & Stephens, ma il chief designer era Bill Langan.  Il grande vecchio diceva che con lui si limitava a “scambiare semplicemente delle idee”.

Ricordo che superati i convenevoli sul tempo, ascoltata la sua avversione  per i 12 metri  che regatano in flotta, quando sono nati invece per il match race,  Stephens disse che per lui Australia III  (la vincitrice dei mondiali disegnata da Ben Lxcen, il progettista che più lo affascinava), New Zealand (2°) e America II (3°) erano le barche più forti. La più grande curiosità la mostrava però per i plasticoni kiwi. Era invece molto molto irritato con il “suo” equipaggio, che in regata ne aveva fatte di cotte e di crude, dalla perdita di un uomo in mare, all’aggrovigliamento dello spi sullo strallo, poi liberato a fatica impugnando il coltello, a vele scoppiate sul più bello, ad altro ancora. Diceva di essere convinto però che da lì a un anno l’America’s Cup l’avrebbe riportata a casa  la sua Lego Boat “un nome dato da voi della stampa solo perché è fatta in modo da poter sostituire molte chiglie, anche se meno di quelle che si dice in giro, e spostare l’albero senza problemi, più di mezzo metro avanti e indietro.”

Non sapeva invece ancora quale tra le esistenti  US 42, US 44 e la US 46 nella pipe line per il maggio successivo,  sarebbe risultata la più veloce e avrebbe  corso la Louis Vuitton Cup col nome di America II. Ricordo anche un dato cui accennò Stephens, del quale scrissi su Mare 2000 senza attribuirgli però l’importanza che poi, ripensandoci, aveva.  Mi raccontò che lui aveva incominciato a lavorare col computer verso il 1965 “un piccolo calcolatore con memoria e programmabile”.

Qui però Mrs Flinstone si avventura su un terreno minato, visto che a suo tempo ha persino avuto problemi a far funzionare il videoregistratore e che nel 2000 quando lo Studio Pavia e Ansaldo del quale nel frattempo era diventata socia impose l’e mail, ebbe una crisi mistica proclamando che a quella diavoleria  non si sarebbe assoggettata mai…salvo poi capitolare più per digiuno che per amore… Olin Stephens mi disse che successivamente lo Studio aveva acquistato un piccolo Olivetti, ma che le loro barche  erano principalmente il risultato di prove in vasca, anche se gli risultava che da tre anni l’uso del computer per la progettazione di barche fosse aumentato parecchio, tanto che  i francesi di French Kiss, che lui vedeva forti con ventone, ma con buchi col vento leggero, andavano dicendo di aver realizzato la progettazione  utilizzando unicamente il computer.

Per Mrs Flinstone era  arrivato il momento di lasciare la roccaforte di America II e Olin Stephens , che l’anno prima, il 1985, durante lo Zegna aveva ricevuto nel Teatrino di Portofino, il  premio “Una Vita per la Vela” . Gli fece però un ultima domanda, voleva un suo pensiero sul mondo attuale dei 12 metri. Si può riportare la risposta grazie alle carte sopravvissute nel  famoso magazzino di Albinia andato sottacqua più di un anno fa dove Giampi, il  fratello–che-non- butta–via-niente,  si ostina a tenere persino le vecchissime vele del  suo Voscià,  S&S del 1959,  intorno alle quali Mrs Flinstone si aggira tipo caimano  – vabbeh  di questi tempi meglio dire alligatore – con l’intento  di impossessarsene per trasformarle in eleganti borse da mare dal sapore vintage…

Eccola la risposta di Olin: “Io sono un uomo abbastanza vecchio (aveva 78 anni ndr). Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono. A volte dico a me stesso che sto quasi vivendo in un altro mondo, ma che devo guardare il mondo come è ora. D’altro canto le persone vecchie che cercano di combattere il cambiamento fanno un errore. Feriscono solo se stesse. Così io tento di vivere con il cambiamento, anche se non posso dire che mi piace tutto. Per esempio questa forte sponsorizzazione. A causa sua gli standard di sportività sono mutati. L’aver reso deducibili dalle tasse i contributi delle società ai consorzi dei 12 metri ha cambiato lo spirito della Coppa America. Lo sento cadere rapidamente. Ma come dico, io sono vecchio, e La prego di riportare la premessa sulla mia età prima di scrivere questa mia affermazione.”

Olin Stephens
Olin Stephens

Molti anni dopo, circa una ventina, ho rincontrato Olin Stephens, arzillo quasi centenario, a regatare all’Argentario Sailing Week. Grazie a mio fratello Giampi ho pure il suo libro con una bella dedica scritta di pugno con una penna stilografica. Una passione da Flinstone che naturalmente condivido. E ai dinghisti che non avessero colto il messaggio subliminale di questa conclusione vorrei ricordare che: tranquilli il master lo abbiamo già spostato ai 65 e il supermaster ai 75. Il premio The Legend per gli 80 plus, lo abbiamo. Che problema c’è ad aggiungere una categoria Super Legend, Superdinghista, Superman, o quel che l’é.

A questo punto arrivederci a presto  con la conclusione della Coppa australiana e soprattutto con l’epilogo della saga The Old Man and The Kid, altrimenti a FareVela mi menano.  Poi, in estate, il Moro di Venezia.

(Francesca Lodigiani)

Le altre puntate della storia della Coppa scxritta da Mrw Wilma Flinstone sono nella sezione Opinionisti di Farevela.net

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