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Valencia, Spagna- Abbiamo chiesto al nostro opinionista Luca Devoti un ritratto di Valentin Mankin, a una settimana dalla sua scomparsa avvenuta il primo giugno scorso. L’olimpionico italiano, argento in Finn a Sydney 2000, ricorda così il quattro volte olimpionico ucraino con cui ha condiviso lunghe fasi della sua preparazione all’allora CPO di Livorno. Un ritratto che a nostro avviso consente di ricostruire la figura del grande Mankin e del suo notevole apporto alla vela italiana.

Ho conosciuto Valentino prima dell’Olimpiade a Barcellona, con le selezioni. Le avevo praticamente perse alla prima regata a causa di un’influenza, poi avevo recuperato ma alla fine vinse Emanuele Vaccari e andò lui. Fu in quei mesi che conobbi Valentin Mankin, con quel suo italiano alle prime armi che, da un certo punto di vista, non sarebbe mai migliorato. Un’intensità straordinaria, una passione incredibile, una forza fisica e un livello di determinazione paurosi. Me lo ricordo, quando aveva 55 anni ed era un po’ sovrappeso, fare il cristo agli anelli e restarci, con tutti che guardavano stupiti.

Valentin Mankin ai tempi dell'oro olimpico in Finn (1968). Foto concessaci da Luca Bontempelli
Valentin Mankin ai tempi dell’oro olimpico in Finn (1968). Foto concessaci da Luca Bontempelli

Valentin è sempre stata una persona sofferta. Agli inizi della sua carriera sportiva, probabilmente l’antisemitismo che era parte integrante della cultura Sovietica degli inizi Anni Sessanta, gli impedì di andare alle Olimpiadi di Tokyo. Gli avevano tolto il passaporto. Le scuse erano varie, ma fondamentalmente credo che un ucraino di origine ebrea non piacesse, non rappresentasse il prototipo dello sportivo sovietico.

A base di una quantità di lavoro stratosferica era poi riuscito a convincere il sistema a portarlo alle Olimpiadi, ad Acapulco 1968, dove aveva vinto il primo oro in Finn. E poi un altro nel 1972 in Tempest. Quella quantità di lavoro lo portò a essere quello che è sempre stato, una persona di straordinaria intensità e concretezza. Probabilmente Valentino non amava le situazioni facili. Quando venne in Italia, portato da Sergio Gaibisso, aveva ricevuto anche un’offerta dalla vela australiana e quella federazione, rispetto alla italiana, era più organizzata e strutturata, con una mentalità assai professionale. Da noi ebbe a che fare con una struttura diversa, in cui non era facile inserirsi, tanto che il suo sogno di creare un centro, dove dedicarsi all’insegnamento per formare gli atleti di alto livello, si scontrò spesso con dinamiche a lui estranee.

Mankin con l'allora presidente FIV Sergio Gaibisso all'epoca della sua venuta in Italia per Barcellona 1992. Foto concessaci da Luca Bontempelli
Mankin con l’allora presidente FIV Sergio Gaibisso all’epoca della sua venuta in Italia per Barcellona 1992. Foto concessaci da Luca Bontempelli

Barcellona 1992 fu disastrosa per noi. Arrivavamo con un campione del mondo in carica, il grande Giorgio Zuccoli che eroso dal dubbio fu l’unico che non corse con le proprie vele per terminare in fondo alla classifica. Con un campione del mondo Star in carica, Roberto Benamati, che esplose per la pressione. Luca Santella in FD. Si vedeva che, pur avendo atleti di grandissimo valore, quel sistema non poteva funzionare e da lì, Valentin Mankin ebbe mano libera come direttore tecnico con il Centro di Preparazione Olimpica di Livorno come centro operativo.

Valentin prese un preparatore atletico valido come Andrea Madaffari, che si buttò anima e cuore nel lavoro. Quel periodo è stato alla base di un gruppo di atleti che hanno fatto la storia della vela italiana e che sono ancora sulla cresta dell’onda. Sono tutti passati attraverso massacranti allenamenti a Livorno. Forse lui non capì la difficoltà politica del sistema in cui si inseriva, perché gli era totalmente estraneo ed era abituato a imporre la sua predominanza tecnica. Forse non capì neanche che la cultura diversa proponeva da noi atleti più fragili e delicati, a cui lui propose sempre carichi di lavoro spaventosi.

Mankin in un uno dei primio raduni azzurri. Si riconoscono giovanissimi Francescxo Nruni, Matteo e Michyele Ivaldi, Emanuelka Sossi, Riccardo Giordano, Paco Wirz, Sandro e Paolo Montefusco
Mankin in un uno dei primi raduni azzurri. Si riconoscono giovanissimi tra gli altri Francesco Bruni, Matteo e Michele Ivaldi, Emanuela Sossi, Riccardo Giordano, Paco Wirz, Sandro e Paolo Montefusco, Maria Quarra e Anna Barabino. Courtesy Luca Bontempelli

Non posso dire di essere stato figlio di quel sistema, perché per me quel modus era forse ingestibile. Io dieci ore di lavoro al giorno non riuscivo a tenerle fisicamente. Però, certamente, la continuità del lavoro che era alla base della filosofia di Valentino, è stata una scuola molto interessante. L’uomo era straordinario.
Con gli anni si creò una situazione in cui molti atleti lo rispettavano enormemente. Enrico Chieffi, campione del mondo Star venendo dalla prua del 470, con un prodiere (Roberto Sinibaldi, Ndr) che era una persona squisita ma non aveva alcun background velico, formato da Mankin che lo metteva su un Finn e lo faceva andare remando fino alla Meloria. Tanti risultati incredibili, campioni del mondo, vicecampioni iridati, gli Ivaldi campioni europei 470, Salvà-Sossi, Bruni mondiale ISAF di Laser, risultati da cui oggi siamo lontani.

La preparazione alle Olimpiadi del 1996 lo vide un po’ in difficoltà nel gestire insieme la preparazione e le relazioni burocratiche. Il suo personaggio era superiore alle nostre dinamiche ed era obiettivamente difficile stargli dietro. Non c’era nessun atleta che si avvicinasse a quello che lui era. Chieffi, Bruni, forse anche il sottoscritto, sono quelli che più hanno tratto giovamento dal suo modello. Per il resto capitarono anche situazioni difficili e a Savannah non andò bene. Alessandra Sensini vinse però il suo primo bronzo e salvò la trasferta. Da lì si cambiò un po’ gestione e Valentin restò in FIV, ma non più come direttore tecnico. E non fu facile per lui gestire la cosa. Era talmente superiore all’ambiente in cui si era ritrovato, che era come un ET che viene da un altro mondo e che pochissimi possono capire. Ha seminato moltissimo ma poi il suo progetto non proseguì. Il CPO, anche per problemi logistici, venne chiuso e non se ne fece più un altro. Restò, però, tutta la mole di lavoro fatta in quel quadriennio straordinario, che poi è stata alla base della mia carriera successiva. Quella famosa base di diecimila ore di lavoro che, mentre la facevo, non mi dette quasi risultati ma che poi invece mi ritrovai nel quadriennio verso Sydney 2000, dove vinsi l’argento.

Valentin Mankin all'epoca del secondo oro, in Tempest a Kiel 1972. Courtesy Luca Bontempelli
Valentin Mankin all’epoca del secondo oro, in Tempest a Kiel 1972. Courtesy Luca Bontempelli

Valentin restò quindi nella posizione di allenatore per varie classi. La sua forza e l’intensità lo portavano a essere un aiuto straordinario, soprattutto all’inizio, ma poi in pochi riuscivano a proseguire, semplicemente perché non erano come lui, con quell’intensità, altrimenti anche noi avremmo avuto un atleta capace di vincere tre ori olimpici. Questo lui lo soffrì moltissimo. Possiamo dire che forse in un ambiente diverso avrebbe dato ancora di più. Il nostro contesto era differente, però bisogna anche capire che questa persona veniva da una realtà durissima, di vera povertà, da un’Ucraina che con il disastro di Chernobyl aveva sofferto moltissimo e veniva, di fatto, anche per mettere in salvo la sua famiglia. Avrebbe accettato qualsiasi cosa per il bene dei suoi. Era un uomo pieno di affetto, di sensibilità, di qualità umane. Persone così, i geni, sono davvero fuori dalla normalità e scelgono situazioni difficili. Viktor Kovalenko, che era suo allievo, ha scelto l’Australia dove è diventato il guru del 470 e degli attuali successi olimpici aussie, con ben altre retribuzioni. Considerato che Valentin era il maestro di Kovalenko e che, da un certo punto di vista, valeva dieci Kovalenko, si può dire che conta anche la normalità, che ti consente di adattarti al livello in cui ti trovi.

Valentin veniva confrontato con i risultati e capitarono situazioni difficili. Era una persona avanti ai suoi tempi, che tanto ha lasciato, la cui biblioteca dovrebbe essere presa a patrimonio della vela mondiale, non solo di quella italiana. Tutti i suoi appunti dal russo, i suoi articoli raccolti, i suoi libri. Un uomo che è vissuto solo ed esclusivamente per la vela e che pensava vela, giorno e notte, mattina e sera. Ricordiamoci che ha vinto tutto dai 30 anni fino ai 45, una persona fuori dall’ordinario. Il suo modo di lavorare, depurato di una carica di lavoro eccessivo, resta il massimo che si può fare per ottenere un risultato. Ed era una persona onesta. Non ricorreva a trucchi o a malizie. C’era una grandiosa cultura del lavoro, che era poi quella dello sport sovietico e che caratterizzava ciò che aveva fatto.
Soffrì quando lo Stato non lo fece andare ai Giochi per due edizioni. Nel 1968 era talmente forte, a 30 anni, che era impossibile non farlo andare. Bisogna ricordare che nell’Unione Sovietica sarebbe poi terminato essendo il direttore di tutti gli sport acquatici alle Olimpiadi di Seoul 1988. E ne era orgoglioso. Lavorava su tutto, alimentazione, meteo, tecnica, preparazione. Dormiva pochissimo e lavorata per buona parte della notte.

Mankin "eroe" dello sport sovietico in una rappresentazione celebrativa dopo l'oro ad Acapulco 1968 in Finn. Per lui fu l'affermazione dopo le iniziali difficoltà dovute alle sue origini ebraiche.
Mankin “eroe” dello sport sovietico in una rappresentazione celebrativa dopo l’oro ad Acapulco 1968 in Finn

Valentino ha lasciato tanti semi, molta gente affezionata a lui, ma purtroppo il suo sogno, un centro di preparazione di atleti olimpici, non si è realizzato in Italia con lui in vita: la continuità di lavoro, poter studiare vivendo in una città di mare, lavorare tutti insieme come era nel CPO di Livorno. Chi ha avuto a che fare con lui sa benissimo quanto gli deve. Anche io devo buona parte dei miei risultati a questo metodo. Ed è l’unico metodo, intendiamoci, non ce ne sono altri per emergere ed è questa la sua maggiore eredità positiva, che dovrebbe essere mantenuta viva. Io, nel mio piccolo a Valencia, faccio questo e spero a breve nel supporto e riconoscimento dell’Isaf. La Federazione Italiana Vela, con la nuova guida tecnica, ha nel programma di questo quadriennio la creazione di uno o più centri di allenamento di alto rendimento. Alla fine il lavoro di Valentin sarà stato capito e credo che lui, nel vedere realizzati finalmente i suoi sogni, sarebbe molto ma molto felice.

Luca Devoti

Mankin nel 2011 con Diego Negri ed Enrico Voltolini durante la loro campagnma Star. Foto Bontempelli
Mankin nel 2011 con Diego Negri ed Enrico Voltolini durante la loro campagnma Star. Foto Bontempelli

3 COMMENTS

  1. “Avrebbe accettato qualsiasi cosa per il bene dei suoi. Era un uomo pieno di affetto, di sensibilità, di qualità umane. Persone così, i geni, sono davvero fuori dalla normalità e scelgono situazioni difficili.”
    Bravo Luca.

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