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Livorno- Torniamo sulla 151 Miglia Trofeo Celadrin, svoltasi a inizio giugno tra Livorno, Marina di Pisa e Punta Ala (135 barche, record di iscritti), per leggere il punto di vista del nostro “Velista Qualunque”, Fabrizio Monacci, che vi ha preso parte a bordo del GS37 Kyros.

No, l’argomento è così serio e l’evento talmente prestigioso che non posso proprio iniziarlo come vorrei. Altrimenti, parlando della 151 miglia esordirei con il titolo 151 patane. Ma proprio non posso.
L’evento così di richiamo, i partecipanti così intensamente motivati, le barche così potenzialmente tirate, l’organizzazione perfetta e comunque ancora tesa alla ricerca della qualità che ogni tono scherzoso è veramente difficile da trovare e quindi ci provo lo stesso.

L'armatore di Kyros. Foto Cenci
L’armatore di Kyros. Foto Cenci

Giovedì sera, nel nuovo porto di Marina di Pisa, alla cena di avvio del complesso evento, incontro finalmente l’equipaggio: Giancarlo Campera, l’armatore, Stefano Galli, coordinatore di bordo, Jacopo Baroni, Edoardo Mazzucco, Gianfranco Baldini, Alessandro Vagelli. Mario Cenci lo conosco già. E’ lui che mi ha portato a bordo e che forse, proprio per questo ha preso qualche meno, meno (1 svarione, anche se forse non così grave, l’ ho pur fatto). Spero per lui che non ne abbia a pagare un prezzo troppo elevato.
Gente simpatica, cordiale e immediatamente franca. E’ quanto ti aspetti andando per mare.
L’appuntamento è per venerdì mattina alle 13. Io prima debbo andare a Livorno, nella bella sede dello Yacht Club, per un aggiornamento della lista equipaggio e per il briefing. Riesco a malapena ad assolvere il primo dei compiti, facendo una coda proporzionale al numero delle barche iscritte. Trangugio poi, non per fame ma per una saggia vocina che non proviene dallo stomaco, ciò che mi riesce ad arraffare dalla lunga e affollatissima tavolata. Buon per me, come si vedrà.

Mario passa a prendermi, affannato con ancora in testa disegni e calcoli che si trascina dal suo studio di architetto e via per Marina di Pisa da dove dobbiamo salpare. Lui deve andare ancora a Pisa a prendere la sua sacca (il perché non l’avesse già caricata mi rimane un mistero) e mi molla alla sbarra di uno degli ingressi del porto (ovviamente il più lontano rispetto alla posizione della barca) con il mio equipaggiamento, il suo e il mio concorso alla cambusa di bordo. Mario e io siamo abituati alla voracità e alla sete dell’equipaggio di Miranda VI e quindi ci siamo adeguati. Il percorso verso la barca è a tappe. Avanzi di 100-150 metri, lasci a terra ciò che eri riuscito a caricarti sulle spalle e torni indietro a prendere il resto.

Appena arrivo al posto di ormeggio, Giancarlo decide senza troppo pensarci su che tutta quella roba sta meglio in macchina che a bordo. Si salvano la mia sacca e un accenno di viveri. La cassa di vino che il fratello di Mario produce (davvero con arte) va a fermentare nel bagagliaio. A bordo del resto ci sono già ben 2 bottiglie (da 750) per 8 persone. Comincio a pensare.
Io riesco a scamparla e posso salire.

La barca è “Kryos” (GS 37) che per i suoi risultati non ha proprio bisogno di presentazioni.
Mario alle 14 finalmente arriva con il resto dell’equipaggio e si salpa con qualche mugolio di Giancarlo, che di uscire per ultimi dal porto forse non ne aveva proprio l’intenzione. Prima di mollare gli ormeggi, Giancarlo ci chiama per un briefing sottocoperta. Immagino che ci voglia parlare di strategia e ammiro la sua saggezza; quelli di “Wawa” (Akilaria 40), anche loro in ritardo, avrebbero potuto sentirci. Ci vengono così indicati i luoghi dove stivare i nostri, non necessari, carichi e ci viene detto che Stefano, tra le altre cose, è il cambusiere di bordo. Ora tutto è chiaro, o quasi.

Kyros alla boa di Marina di Pisa. Foto Cenci
Kyros alla boa di Marina di Pisa. Foto Cenci

La partenza è un vero spettacolo. Dei 135 iscritti partono per primi i 75 in IRC. Noi in ORC un quarto d’ora dopo. Riuscire a vedere la barca comitato e il contro starter è un’avventura. Nonostante questo si sente solo un OCS per ITA —-, non me lo ricordo. La boa di svincolo è a 2,2 miglia e bisogna guadagnarsela con il poco vento che c’è (guarda caso). La doppiamo e mentre si scende verso la boa di Marina di Pisa incrociamo i mostri IRC che risalgono verso la Giraglia. Il primo che si sfila di fianco a noi è “PenDragon”, poi gli altri. Al nostro turno di doppiare la boa monta un’aria da Ponente-Libeccio che ci accompagnerà, via via rinforzando verso GLG (all’epoca dei radiofari). E’ prua secca, nelle migliori tradizioni e c’è anche, man mano che ci avviciniamo, un’onda crescente di prua, che non ci aiuta certamente.

Comincia il mantra della regata: “dov’è Walhalla” (barca gemella)?”. Quanto volte lo sentirò ripetere da Giancarlo, Stefano, Jacopo ed Edoardo (il nucleo storico di Kryos).
Stefano, nel suo ruolo di cambusiere, decide che per le onde non è possibile sporzionare (il termine è proprio suo) le lasagne preparate da Ilaria, la moglie di Giancarlo. Provo a dire che allora forse non è così complicato tagliare qualche fettina del pecorino al pistacchio di cui voci bene informate mi avevano riferito. Vengo gelato con uno sguardo di assoluta riprovazione: non è certo il momento di variare i pesi a bordo. Tempo mezz’ora chiamo il resto dell’equipaggio a un’ammutinamento, fregandomene di Walhalla e di tutte le divinità teutoniche. Scaldo in forno la torta di ceci (guai a Livorno chiamarla cecina come fanno quelli di Pisa) e qualche focaccia. E’ un toccasana gradito a tutti, compresi i teorici del bilanciamento, ed è una fortuna, altrimenti saremmo rimasti a secco sino al pomeriggio di sabato, con l’eccezione della colazione che poi sembrerà un rito dispensato con tutte le sue articolate procedure.

Nel buio Giancarlo mi lascia il timone e va a farsi un riposino. La velocità è buona e la barca molto reattiva. Passato il traverso di Capraia, Giancarlo riassume il comando delle operazioni e si comincia con le virate non senza una lotta ravvicinata, anzi un corpo a corpo con un Comet 41 che alla fine è costretto a cedere e ad andare sulle altre mura. Bravo Giancarlo. Alla Giraglia siamo 6^ di classe e 20^ in ORC overall (tempi in reale).

Già al passaggio dello scoglio faruto si capisce che la situazione del vento è destinata a cambiare. C’è un tale affollamento di barche in attesa di un po’ d’aria che sembra di rivivere la partenza.
Piano piano scendiamo verso l’isola d’Elba. C’è chi ha scelto di stare più in terra, chi più fuori (tra cui “Walhalla”, sempre cercato con il binocolo visto che non appare sul race tracking) e chi, come noi va per rotta diretta, al centro. Si prova con lo spi, si ritorna al fiocco, e poi ancora. Il mare è sporco, ci sono parecchi detriti e noi becchiamo anche un tronco che poi vediamo sfilarsi di poppa.

Arriva il momento della colazione pomposamente annunciato da Stefano che domanda chi voglia il caffè. Ingenuamente lo chiedo senza zucchero immaginando una cuccuma fumante. Compare, insieme ad un paio di scatole di biscotti, un thermos la cui efficienza era stata messa a dura prova dal lontano momento della preparazione.

Passa altro tempo e ci vediamo superare da barche, tra cui “Tanha Lot” (Dehler 39) che prima avevamo distanziato. Jacopo insiste nel dire che quelle non sono le prestazioni della nostra barca, e ha ragione ma la spiegazione arriverà diverse, troppe ore dopo.
A ogni modo si supera Capo S.Andrea e ci mettiamo in rotta per le Formiche. Di nuovo patana, è l’ennesima. Si riprova con lo spi, ma per breve tempo. Su il fiocco con il quale è più agevole cercare di agguantare quelle strisce di vento, che poi dureranno solo poche centinaia di metri. Al traverso del Golfo Stella si comincia a ragionare sulle miglia mancanti ed il tempo limite. Immobili per ore. La poppa ce lo dice chiaramente con il suo blooop, blooop.

C’è chi evoca la latitudine dei cavalli e chi con ostinazione prova a far sbandare la barca, come Edoardo, contando sui suoi 50 o poco più chili di peso. E’ tutto proteso, con il braccio sinistro allungato verso il nulla quando la spiegazione viene finalmente trovata: ci stiamo da ore trascinando dietro tutta la potatura di un intero giardino, tronchetti inclusi abbarbicati al siluro.
Nella disperazione della calma piatta veniamo finalmente consolati dalle lasagne che ora è possibile sporzionare come, dopo una lunga lunga riflessione, ha deciso Stefano. Incredibile, compare anche una delle due bottiglie di vino. Mai lasagne furono e saranno così buone. Brava Ilaria…

Come al solito vediamo barche a sinistra, ben sotto l’Elba, altre a destra a sfiorare Pianosa. Noi in mezzo. Per nostra sfortuna loro seppure piano si muovono e noi rimaniamo in attesa serpeggiando tra strisce di vento, sempre ben separate.
Entra finalmente un po’ d’aria da Grecale e si riparte.

Il cielo è stellato ma la notte è davvero buia. Come sempre, anche su Kryos si tende a fare maggior affidamento sulla visione diretta che non sugli strumenti nonostante l’oscurità. E’ comunque un buon allenamento. Di lì a poco diventerà una necessità; la batteria muore e addio alla posizione, alla direzione e intensità del vento e alla nostra velocità. Idem per la profondità.
Il passaggio delle Formiche diventa un momento di tensione.

Alla radio si sentono nel frattempo ritmatissime comunicazioni di barche in prossimità del traguardo. Ammiriamo la freddezza del Comitato che riesce a far fronte a tutte le esigenze, anche a quelle inutili. C’è una barca in particolare che per circa mezz’ora insiste, continuamente sovrapponendosi alle altre, nel chiedere conferma del proprio orario di arrivo e della sua precedenza rispetto a una che ritiene essere giunta dopo. La lotta tra la signora interessata a questo dato e l’operatore del Comitato è serrata, nonostante quest’ultimo insistesse nel dirle che per la concitazione degli arrivi non gli era proprio possibile fornire quanto richiesto. C’è anche chi sembra aver esaurito la propria capacità di resistenza e non possa aspettare il proprio turno per essere guidato all’ormeggio dagli indaffaratissimi ormeggiatori. Il Comitato se la caverà sempre in maniera egregia e molto signorile. Bravi davvero.

Sulla nostra rotta per Punta Ala ancora una volta caschiamo in una buca di vento per poi ritrovarlo a circa 2 miglia. L’arrivo è serrato, ingaggiati con una imbarcazione rimasta sconosciuta. Ancora una volta Giancarlo dà prova della sua maestria.

Tagliamo alle 2:20, dopo 34 ore circa di navigazione. Il riordino della barca è rapidissimo, stimolati come siamo dai cornetti e dal caffè (finalmente vero) che ci aspettano in banchina. E poi a dormire, anche Giancarlo che nonostante non sia “freschissimo di giornata”, in tutta la navigazione avrà riposato, comunque vigile, per non più di 90’. Sorprendente… Riesce anche a digerire bene la delusione della posizione finale (oltretutto ben dietro “Walhalla”), lui abituato a ben altri risultati.

Fabrizio Monacci

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