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Questo agosto pazzo ha riportato l’ispirazione alla nostra Wilma Flinstone che, impossibilitata ad allenarsi sull’amato Dinghy per l’immininente Campionato Italiano di Malcesine, è tornata ad aggiungere una nuova puntata alla sua storia della Coppa America dell’era Flinstone… Per cui, ecco a voi il settimo appuntamento con la Coppa che fu. Si parla della per certi versi mitica Coppa del 1987 a Fremantle, con l’Australia nel ruolo di defender e un cattivissimo Dennis Conner a caccia di rivincita. Buona lettura.

Il manifesto della Coppa 1987
Il manifesto della Coppa 1987

Mai fidarsi delle promesse dei marinai. Questa puntata, che chiude l’epopea australiana dell’America’s Cup  (correva l’anno 1987) doveva arrivare ben prima, ma un interessante giro di giostra del lavoro togato di Mrs Flinstone ha buttato all’aria i buoni propositi. Fare Vela, di ampie vedute, comprende e perdona, spero, e ora, complici un’estate in Tigullio meteorologicamente travagliata, ma soprattutto potenti sciroccate che costringono dinghy e gozzi in porto, è di nuovo tempo di flash back. Tra l’altro in un momento particolare per la Coppa America contemporanea, con Patrizio Bertelli che con la sua quinta sfida eguaglia Sir Thomas Lipton e con Iain Murray, uno dei protagonisti della Fremantle di allora, che esce a sorpresa di scena insieme all’Australia e a qualsiasi sogno di riscatto, perlomeno  in tempi brevi.

The Old Man and the Kid

“Abbiamo un conto in sospeso davanti a tutto il mondo.” Per Dennis Conner e i suoi dopo la sconfitta di Newport quel pensiero era diventato un’ossessione. Tanto da dedicarci quasi quattro anni di vita. Tanto che gli uomini che Dennis aveva messo insieme per quella riscossa, molti dei quali suoi veterani,  lavoravano per quasi niente prendendosi lunghe aspettative dai rispettivi lavori, accettando di vivere mesi e mesi praticamente reclusi alle Hawaii. Altro che ingaggi miliardari, si parlava per i più di 75 dollari a settimana e per le mogli di tanto lavoro volontario in cambio di vitto e alloggio. Il fatto poi che Australia II avesse infranto l’egemonia americana dopo 132 anni di imbattibilità, rendeva  una “mission possible” quella che a Newport era sempre sembrata “impossibile”.

Chris Dickson e Dennis Conner nel 1987
Chris Dickson e Dennis Conner nel 1987

E questo anche grazie ai piani del vittorioso scafo di Bond e Lexcen che si diceva fossero facilmente reperibili. Insomma l’illusione era che si ripartisse tutti più o meno alla pari. Da lì il gran numero di sfidanti, 13, e tra essi i Kiwi che galvanizzati dalla vittoriosa cavalcata nei round robin e nelle semifinali di KZ 7, Kiwi Magic, il primo 12 metri di plastica della storia dei challenger, sentivano ormai profumo di vittoria, di possibilità di battere gli odiati australiani, coloro che li consideravano tradizionalmente “chiacchieroni pieni di aria fritta”. Senza contare il bel business che si sarebbero portati a casa.

A capo del sindacato dei Kiwi c’era Michael Fay, merchant banker di Auckland, non velista, 37 anni, grande energia e secondo Mrs. Flinstone di un certo fascino. Al timone The Kid, Chris Dickson, 25 anni, scelto dopo una selezione secca su 10 prove corse sotto l’egida di una giuria internazionale su percorso di 24 miglia ciascuna. Il ragazzo aveva una determinazione impressionante, un vero killer. Mrs Flinstone se lo ricorda bene alle affollate conferenze stampa del dopo regata, giorno dopo giorno, vittoria dopo vittoria, naso sempre più sottile, stoccata dopo stoccata con Conner, che rispetto a lui, con i suoi 44 anni si proponeva sornionamente come The Old Man.

Un Conner tonico, ben lontano da quello  bolso che non disdegnava gli alcolici delle Coppe successive.  Mrs Flinstone si è sempre chiesta perché dopo il riscatto trionfante di Fremantle, Big Bad Dennis non abbia chiuso con la Coppa America. Sarebbe rimasto una leggenda, e invece a San Diego nell’85, a Auckland nel 2002, lo spettacolo che dava era proprio malinconico. La verità è che la scelta del momento giusto per uscire di scena è un’arte, anche se non facile da interpretare.

Ma torniamo a Chris. “Studiava legge, poi in piena autonomia ha scelto la vela. E’ un ragazzo con una enorme forza di volontà che è riuscito anche da juniores in un’impresa unica, conquistare per tre volte il Youth World Championship dell’IYRU. ”A raccontare con gli occhi azzurri che illuminavano un volto segnato dal sole e da migliaia di miglia di navigazione, era Roy Dickson, il grande vecchio (saggio?) del team kiwi pieno di giovanissimi. Lo ricordo bene, ho fatto molte chiacchiere con lui. Era socio di una importante  società di engineering e si era preso una sorta di sabbatico per prendere parte a questa avventura. In qualche modo il tarlo della vela a Chris l’aveva instillato lui, all’epoca uno dei velisti più famosi della Nuova Zelanda con parecchie Admiral’s Cup e Ton Cup alle spalle. Mi ricordo che civettava col concetto che oggi lui era “il padre di Chris”, mentre fino a poco tempo prima Chris era il “figlio di Roy”. Un po’ come Mrs Flinstone che dopo aver calcato per anni la scena dell’universo velico (non tanto con i risultati agonistici in dinghy (sic!), quanto con  attività giornalistiche e organizzative), nel magico mondo delle vele d’epoca ha realizzato all’improvviso di esser diventata la  “sorella di Giancarlo”.

New Zealand, la "Plastic Fantastic" dominatrice del round robin ma poi battuta da Conner nella finale della Louis Vuitton Cup
New Zealand, la “Plastic Fantastic” dominatrice del round robin ma poi battuta da Conner nella finale della Louis Vuitton Cup

Un giorno, mentre andava in scena l’ennesima massacrante conferenza stampa, resa rovente tra l’altro dal “Plasticgate”, ricordo però anche l’osservazione dello psicologo dagli occhi blu che supportava il team di Buddy Melges. “Quel ragazzo ha una faccia che non va – mi disse –in futuro avrà dei problemi.”

Come andò a finire  la cavalcata trionfale dei Kiwi è storia. Arrivati alla Louis Vuitton Cup con uno score di 37 vittorie e 1 sola sconfitta nel primo Round Robin, peraltro a opera di Stars & Stripes, Kiwi Magic fu battuta da Stars & Stripes per 4 a 1. Il Plasticgate, ovvero la bagarre orchestrata da Conner contro lo scafo kiwi, con la pretesa di fare dei carotaggi nella vetroresina a prua e a poppa per accertare che la resinatura non fosse stata realizzata con spessori  inferiori nelle estremità rispetto al resto della barca (nel caso un vantaggio rispetto agli scafi in alluminio), alla fine fu stoppata, anche per  la ferma posizione  assunta dal Lloyds’ Register of Shipping, i cui rappresentanti avevano assistito a tutte le fasi della costruzione degli scafi kiwi, che consideravano perfino “oltraggiosa” l’insinuazione yankee.

Quella bagarre incise però senz’altro sulla tenuta psicologica di Dickson e dei Kiwi.  C’è inoltre chi dice che Dennis giocasse a sembrare più preoccupato  di quanto fosse in realtà della velocità dei Kiwi, per far sì che loro stessi si credessero fortissimi e smettessero di migliorare, di “fine tune” la propria barca, mentre lui e i suoi continuavano in silenzio ad apportare giorno  dopo giorno micro miglioramenti alla loro.  Tipico esempio di dietrologia da America’s Cup. Ma probabilmente c’era del vero.

Fatto sta che per i Kiwi fu una brutta sconfitta, che lasciò dietro di sé rabbia e amarezza. Non ultimo per l’accusa al team di Fay di aver “cheated”, di aver imbrogliato, con i loro plasticoni. Un sospetto che Big Bad Dennis  insinuava qua e là, tra il detto e il non detto. Finché a una conferenza stampa si fece sfuggire – o forse no-  una frase pesante, anche alla luce del comune sentire degli sportivi neozelandesi. Suonava più o meno così: “Tutti gli ultimi settantotto 12 metri costruiti al mondo sono stati realizzati in alluminio, perché costruirne uno in vetroresina a meno che non si voglia imbrogliare?” L’accusa di “cheating” e il suo effetto devastante sul fiero popolo kiwi. Un elemento da tener presente quando arriveremo all’epopea di Raul Gardini e del Moro di Venezia. Ma  questa è una storia che appartiene  a un’era glaciale successiva…

Fine dei giochi quindi per i Kiwi; per i il lavoro di squadra di Davidson, Farr e Holland, i progettisti; per Laurent Esquier, “ le General”, che con l’assoluta fiducia dei suoi ragazzi di down under da fine febbraio 86 (fino ad allora aveva cercato con Yves Pajot di concretizzare la sfida di Marsiglia), all’inizio dei Round Robin,  era riuscito a portarli a tappe forzate al livello necessario. Laurent, francese di Tolone, all’epoca aveva 33 anni e dopo tre sfide col Barone Bich, si era fatto la Coppa dell’83 proprio con Conner… Un Laurent molto diverso da quello dandy e un po’ Casanova delle America’s Cup precedenti.  Il giro di boa dei 30 anni, il bisogno di fare i primi bilanci, diceva lui. Più probabilmente aveva lasciato il segno l’averla scampata, dopo esser stato in fin di vita e paralizzato, a un incidente capitato poco prima. Per fortuna senza conseguenze successive.

 

I Kookas e il giovane Iain Murray

I grandi assenti del Mondiale 12 metri che nell’inverno 86 precedette le selezioni e poi la Coppa, erano stati tra i challenger Stars & Stripes, rimasto alle Hawaii, e tra gli aspiranti defender, Kookaburra, il sindacato formato da Kevin Parry, al pari di Alan Bond un self made man di successo di Perth che vedeva nella Coppa un’occasione per emergere e fare business. Il suo uomo chiave e skipper era Iain Murray da Sydney, all’epoca 27 anni e sei volte mondiale di 18 piedi. Si, con qualche chilo in meno, l’uomo che abbiamo visto a capo dell’organizzazione a San Francisco l’estate del 2013. Serio, schivo, profilo basso, come Ben Lexcen senza laurea in ingegneria, una fama di visionario progettuale, con John Swarbrick, un giovane architetto, che trasformava in numeri le sue idee e intuizioni.

I Kookas facevano della segretezza un credo. Li ricordo uscire e rientrare al traino ogni santo giorno, avanti e indietro, per andare ad allenarsi dalla mattina al tramonto con le loro tre  barche d’oro lunghe e sottili. Soli e appartati, per non svelare le proprie armi.  Solo quando rompendo una consolidata tradizione i neozelandesi, dopo la sconfitta nella Louis Vuitton Cup,  anziché aiutare il Challenger, cioè Conner, decisero di supportare allenandoli  i Kookas, che nel frattempo erano diventati il Defender battendo in modo netto Australia IV, gli uomini di Parry e Murray compresero che non erano abbastanza forti. Ma ormai era troppo tardi. Da segnalare che la decisione kiwi di supportare il Defender anziché il Challenger scatenò le ire di Conner, in un’escalation che coinvolse le relazioni diplomatiche tra i due paesi con pressioni che si dice arrivarono fino al Primo Ministro della Nuova Zelanda. Troppi i dati che i Kiwi avrebbero potuto fornire ai Kookas sulle performances di Stars & Stripes. Come probabilmente fu, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Ma come detto, era ormai troppo tardi e anzi a quel punto gli australiani affrontarono Big Bad Dennis avendo perso la loro sicurezza di essere i più forti.

Stars & Stripes festeggia lo storico successo del 1987
Stars & Stripes festeggia lo storico successo del 1987

 

Comeback     

Il riscatto di Dennis Conner che andò  in scena a Fremantle fu epico. Fu anche il riscatto di un’ America che per la prima volta (e unica fino all’estate 2013?)  si appassionò e immedesimò, complici l’esordio delle telecamere a bordo e delle dirette TV, a quella strana competizione che in qualche modo era stata vissuta fino ad allora come un giochino tra ricchi, snob e tendenzialmente WASP.  Avanti tutta con il patriottismo. Tanto che quando qualcuno osservò, chiedendosi se ciò significasse un minor tasso di patriottismo, che la bandiera a stelle e strisce della base di Conner era “solo” di due metri per tre, mentre quella del compound di Kolius e del New York Yacht Club era di sei metri per sei, Dennis e suoi corsero ai ripari e il giorno successivo anche sul loro pennone sventolava una bandiera di sei metri per sei… (fonte: uomini della confinante base di Bond, fieri della loro “striminzita” bandiera australiana, gli stessi che un giorno aiutarono a disincagliare Stars & Stripes che si era insabbiata al traino al rientro in prossimità del molo della sua base. Salvo poi spifferare il tutto in giro tanto che nei bar di Fremantle andava per la maggiore un nuovo cocktail: il Conner on the Rocks).

Per comprendere fino in fondo l’enormità e il valore dell’impresa del commerciante di tendaggi e moquette di San Diego, come Dennis spesso si definiva, bisogna però tornare alla sua tragica estate del 1983 e a come si comportò con lui e i suoi uomini il New York Yacht Club.

Dal momento della sconfitta lo lasciò completamente solo. Né di fatto gli diede la chance di rimediare permettendogli di combattere sotto le sue insegne per riscattarsi in Australia. Liberty era un 12 metri lento. Ben Lexcen aveva avuto un’intuizione progettuale geniale e Australia II era semplicemente più forte. Lui e i suoi uomini fecero di tutto e di più per resistere in acqua, ma se dopo 132 anni di egemonia a stelle e strisce andò come andò, tutte le colpe non potevano essere addossate solo a lui.

Probabilmente per questo Mrs Flinstone, che è “vagamente” idealista, ha sempre considerato – con un po’ di tristezza vista la sua passione per lo storico Club della 44esima strada a Manhattan – che  la vittoria di Stars & Stripes a Fremantle non è stata solo una sconfitta degli australiani, ma anche del New York Yacht Club. La Coppa infatti tornò sì in America, ma dopo le centinaia di foto tra le braccia dei membri del team, dopo la benedizione di Ronald Reagan e del suo vice George Bush Senior alla Casa Bianca a Washington, dopo il corteo trionfale lungo la 5th Avenue a New York,  la sua nuova  casa americana era diventata la moderna sede del San Diego Yacht Club nella sunny California.

Quale sembrò a Mrs Flinstone la ricetta del trionfo di Conner e dei suoi a Fremantle ? Molto lavoro di gruppo, anche sotto il profilo progettuale.  Non a caso  si diceva che le barche più forti a Fremantle, Kiwi Magic e Stars & Stripes, fossero frutto di un grande lavoro di team. Nel caso di Stars & Stripes, Britton Chance, Dave Pedrick e Bruce Nelson, orchestrati da John Marshall.

Una preparazione quasi ossessiva basata sul credo che esprimeva sempre Conner: la fortuna è composta al 99 per cento da talento e preparazione. Non ci sono scuse per la sconfitta. E qui vale la pena ricordare, a proposito del talento, che Conner vinse il suo secondo Mondiale di Star nel 77 a Kiel piazzando 5 vittorie in riga su 87 concorrenti… E a proposito della  preparazione, che il ritiro alle Hawaii, dove il vento era sempre tra i 20 e i 30 nodi e l’onda tra il metro e il metro e mezzo, significò arrivare a Fremantle e trovarsi assolutamente a proprio agio in quelle dure condizioni. Senza aver svelato nulla del proprio livello.

A ciò va aggiunta anche la bella dose di umiltà e forza che ci vollero, a girare come una trottola a raccattare fondi in prima persona. Nonostante il notevole peso della sconfitta dell’83 sulle spalle. Nonostante  un carattere/personalità in cui apertura, empatia, simpatia e umiltà non erano certo punti di forza. Nonostante un potente New York Yacht Club che di fatto remava contro e faceva concorrenza. E con viaggi di fundraising in USA per coprire il budget quando già le selezioni a Fremantle erano in corso.

Conner dichiarava di  aveva chiesto ai suoi una dedizione assoluta alla Causa. La riconquista della Coppa doveva essere il loro unico obiettivo. Da anteporre a qualsiasi cosa:  famiglia, carriera, soldi,  sesso, religione, amicizia. Tre anni di lavoro continuo dall’alba alla notte. Bandita qualsiasi negatività, ritenuta letale (della serie divieto di mugugno). Una dedizione assoluta che i suoi offrirono. E Tom Whidden, come Dennis dichiarò a più riprese, fu un tattico straordinario e un suo irrinunciabile occhio destro.  Il 4 febbraio 1987, a neppure quattro anni di distanza dal fatidico 26 settembre 1983, calò il sipario su uno straordinario Comeback.

Anche in quel caso, come a Newport con Australia II, a Fremantle andò in scena lo “smutandamento” della chiglia di Stars & Stripes, che rivelò al  mondo una robusta chiglia pinnuta branded Budwiser: The King of Beers. Un atto di gratitudine per aver puntato su di loro in tempi non sospetti. Contrariamente ad altri grandi marchi, più New York centrici.

Australian Graffiti

La Coppa America di down under è rimasta nel cuore di Mrs Flinstone. Non fu facile lasciare l’immenso cielo terso australiano, il curioso accento aperto alla Crocodile Dundee, la sensazione di grande spazio e libertà. Non a caso alcuni uomini dei team sono rimasti laggiù. In più ci si era messo pure l’innamoramento delle vecchie MG bordeaux (un amico dinghista direbbe rosso veneziano…) e verdone che giravano per le strade e si potevano prendere a poco. Mrs Flinstone aveva persino pensato di comprarne una e di chiedere “un passaggio” tra i container di Azzurra o Italia. Prevalse però il pragmatismo parsimonioso delle origini liguri.

Non riusciva a spegnere la poesia neppure la lugubre incombente installazione che in piena Perth scandiva il numero dei morti per fumo, che cresceva inesorabilmente e sul quale, anche senza volere, cadeva lo sguardo ogni volta che si transitava per quell’incrocio obbligato venendo da Fremantle. Alla fantasia del lettore immaginare gli scongiuri dei latini a ogni passaggio.

Fu, tra l’altro, in occasione di una cena a Perth, dopo il solito passaggio sotto il catafalco antitabacco, che Mrs Flinstone fu casuale spettatrice di un maschio feroce scherzo orchestrato dai veterani del giornalismo velico italiano ai danni di un inviato di un quotidiano del Nord (non il Corriere). Sostenendo che il collega in questione  “con aria indifferente” era sempre a caccia, carpendo anche dai colleghi, di scoop sulla spedizione italiana, si misero d’accordo di inventare una notizia bomba di politica interna di Azzurra e cominciarono a parlarne tra loro a voce alta, dicendo però che visto il fuso orario, era opportuno concordare di non dare la notizia in Italia a quell’ora, ma di aspettare tutti la mattina successiva. Un’intesa di  “embargo”,  come si dice in gergo.  Non posso dimenticare gli sghignazzi del gruppetto mentre osservava l’incauto allontanarsi “con aria indifferente” alla ricerca di un telefono per fare la collect call alla sua redazione a scapito di tutti. Un ricordo tra i meno belli. Da qualsiasi lato lo si giri.

 

Il Grande Ben

La curiosità di Mrs. Flinstone per Ben Lexcen risaliva a quando si chiamava Bob Miller e aveva disegnato il Ginko, un’insolita barca blu che era apparsa un giorno all’ormeggio davanti allo Yacht Club Italiano a Genova. Un acquisto di Giorgio Falk (che divenne Guia III e affondò nel Triangolo Altlantico del 76, si dice per un incontro ravvicinato con un’orca). Poi nell’estate dell’83 a Newport la conoscenza di persona e, complici alcune interviste e la contiguità con la base di Azzurra, un’amicizia fatta di chiacchiere su tutto, di sfoghi, di risate.

Ben Lexcen
Ben Lexcen

Arrivata a Fremantle  la consuetudine riprese e fu uno dei valori umani aggiunti della spedizione. Di Ben ricordo il gergo immaginifico, il pensiero divergente, l’energia, a volte la tristezza, le teorie balzane e pirotecniche. Per esempio secondo lui l’Europa era stata in grado di produrre una civiltà superiore perché era stato tutto un incrociarsi tra popoli. Uso incrociarsi come eufemismo perché il termine usato da Ben iniziava con f e finiva con k. Insomma il fenomeno del ratto delle Sabine elevato alla massima potenza, a livello continentale, da nord a sud, da est a ovest. Aveva una sua particolare teoria anche su come comportarsi con le multe. Tra i round robin Mrs Flinstone era stata a Sydney e Melbourne e in un paio di arcipelaghi felici. A Sydney la nota guida disinvolta le aveva fatto guadagnare l’ennesima multa. Chiese a Ben come pagarla e lui, che stava guidando, correndo come un pazzo, una macchina bassa e sportiva, le prese la multa di mano, la trasformò in coriandoli, aprì  il finestrino e fece volare via il tutto. Un eroe. Secondo lui mai quelli di Sydney l’avrebbero rintracciata a Perth, figurarsi in Italia. Superfluo quindi pagare. In compenso quando 14 anni dopo in veste serioso/diplomatica ritornai in Australia, al controllo passaporti confesso di aver avuto un qualche timore. Ma Ben aveva avuto ragione.

Tra i suoi racconti c’era quello sull’anziana proprietaria di un negozio di Fremantle che accanto all’immagine di Gesù esponeva una foto di Australia II. Secondo la “nonna”, diceva Ben, “quella non era una barca, ma un angelo inviato dal Signore per far rivivere questo posto che stava morendo.” E lui, e tutto il clan di “Bondy” sentivano la responsabilità e il merito di quella rivoluzione, anche se a lui in particolare pesava la troppa notorietà. “Non posso camminare per la strada, fare la spesa al supermercato con mia moglie, che tutti mi parlano come se fossi loro fratello. E io rispondo, non posso farne a meno. E’ terribile però, e pensare che non sono né Robert Redford, né Elisabeth Taylor. Sarebbe insopportabile. Immagino come debba essere drammatico nascere nella famiglia reale !” Insieme alla notorietà, immancabile l’invidia.

Quella che raccontava gli aveva fatto  perdere la sintonia con gli uomini della vasca di Wageningen, Quella dell’establishment del Royal Perth Yacht Club che secondo lui favoriva i Kookas. “Perché sono gelosi di Bondy. Perché lo considerano un parvenue, anche se poi lo sono pure loro. Ma lui per ripicca diventa sempre più grande e potente, così grande che non possono controllarlo. Viene qui con la sua barca di 170 piedi e li bagna con le sue onde. Si sposta con il suo 747 personale con piscina Jacuzzi e letto circolare da rock star. E loro diventano gialli di invidia! Per me comunque vincere la Coppa America è stata una liberazione. Un riscatto di 12 anni di lavoro. Non so se saremo il Defender e se vinceremo la Coppa, comunque vada io voglio ritirarmi e navigare con moglie e nipoti solo per divertimento sulla mia barca tutta rosa che è ormeggiata a Sydney.”

E pensare che tutto era cominciato casualmente da un incontro di Bond che Ben ricordava così: “Un giorno un sottopancia di questo Bond arriva da Perth e mi dice che il suo capo vuole un mio progetto. E così nasce Apollo, col quale si decide di andare alla Bermuda Race. Siamo nel Connecticut, ancorati a Memereneck, e sul pontile vicino c’è Valiant, una barca strana con niente nel pozzetto. Bond con la sua solita discrezione senza farsi alcun problema prende e sale a bordo e infila la testa sotto per vedere che cosa diavolo ci fosse, dove fossero nascosti i winch. Esce fuori infuriato Vic Romagna, una delle colonne del New York Yacht Club, tipico esempio di east coaster, il quale incomincia a trattar male Bondy, dicendogli che è un gran maleducato, che è come se entrasse in casa d’altri senza essere invitato. Alan, che per parte sua non è una timida mammoletta, ritorna furibondo da me a bordo di Apollo e mi chiede che cosa diavolo sia quella “bloody thing”. Gli rispondo che penso sia un 12 metri, una barca che viene usata per certe regate che si corrono per una certa Coppa America. E Bond senza pensarci su due volte : <disegnami uno di quei cosi, voglio prendermi quella Coppa! > Quasi 12 anni dopo c’è riuscito.” (Francesca Lodigiani)

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