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14 novembre 2015, Mar dei Caraibi a 50 miglia a N di di Barranquilla, Colombia- Jolly Roger sempre a riva. Ne abbiamo due: uno con le tibie incrociate per l’uso ordinario, e uno con le sciabole incrociate, per le grandi occasioni. Per il momento nessuna preda è stata avvistata, ma mi serve lo stesso come segnavento, perché la luce in testa d’albero e sempre mancante e il Windex si vede poco.
Siamo al quarto giorno di navigazione da Casa de Campo, (Rep. Dom.), e a 205 miglia dall’arrivo dal “covo” di Coco Bandero. Fino a qui è stata una navigazione tutta al contrario di quella precedente. Abbiamo issato le vele fuori dal porto, con due mani alla randa. Due giorni dopo le abbiamo tolte, stanotte le  abbiamo riprese per 12 ore scarse, e poi le abbiamo ridate. Tutto ciò sempre al lasco sullo stesso bordo, senza quasi toccare le scotte. Una navigazione senza storia o meglio un altra storia.

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A Casa de Campo Siamo arrivati a vela la mattina dopo l’ancoraggio a Saona. Mauro, un amico che dirige il cantiere del Marina, ci ha mandato incontro una delle sue barche a motore con Valentina, Mila e la batteria che ci ha permesso di accendere il motore ed entrare in marina.
Scesi Roberto e Andrea a bordo sono subentrati Valentina e Mila, mia figlia di 4 anni, già migliaia di miglia di navigazione all’attivo e completamente a suo agio sopra e sotto coperta. Si sono imbarcati con noi anche Roberto, un altro, e Anna, due allievi della nostra scuola Ocean Experience, che navigano spesso con me.
La sosta è stata puramente tecnica e di poco interesse. Sono stato fermo due giorni, a fare cambusa e sostituire l’alternatore. Ho lavorato sempre, 16 ore al giorno, non ho visto niente di nuovo. Non vedevo l’ora di andarmene. E’ una tappa che scelgo solo per il basso costo degli aerei, e perché ho, anche qui, la mia piccola rete di fornitori e amici; il che mi permette di trovare ed aggiustare rapidamente le cose durante le tappe, di solito molto serrate, del programma di scuola vela di Huck Finn II.

Di solito faccio scalo qui in primavera, proveniente da Panama, anche perché bolinare, contro Aliseo e corrente, da San Blas fino alla Rep. Dominicana è infinitamente più breve che fino in Guadalupa. Altro punto di aerei low cost e fornitori.
La repubblica Dominicana è il posto peggiore dei Caraibi, dopo Puerto Rico. Certo ci sono ottime persone dappertutto, e anche qui, ma possiamo dire che in generale i dominicani, indipendentemente dalla situazione economica, sono i meno ingegnosi, e con le aspirazioni più scontate, di tutti i loro confratelli caraibici. Strano perché qui è iniziato tutto, con Colombo e gli spagnoli, la capitale Santo Domingo è una bellissima città, piena di storia… ma la gente è lobotomizzata in partenza. Shopping al primo posto dei possibili divertimenti, mangiare schifezze al secondo, battere sui tasti di un telefonino al terzo. Nessun altra aspirazione oltre all’ovvia fuga a Puerto Rico, che è USA ma non continentale, come ogni emigrante che si rispetti.

Niente a che vedere con Cuba, Venezuela, Colombia; neanche a Panama brillano, ma mai poco come qui. La cosa deve essere infettiva perché anche gli stranieri stabilitisi sull’isola, italiani compresi, sono livellati con la popolazione. Ovviamente ci sono eccezioni e noi abbiamo amici come i fratelli Caslini che portano avanti il cantiere di Casa de Campo e sono concessionari per il caribe Benetti, Azimuth e altri marchi di yacht a motore, e l’ottimo Franco Pistone, che alterna la scuola vela a Porto Cervo con quella qui a Casa de Campo, o Mario che ha qui l’unico ristorante che ci possiamo permettere. Casa de Campo è un enorme resort con ville, golf, marina e villaggio in stile “finto vecchio/vero schifo” (tipo Portocervo, stessi architetti) popolato dai ricchi più kitch del pianeta (da Gaucci a Julio Iglesias a Michael Jordan).

Prima facevamo scalo nel fiume, a La Romana. Ancora e catena verso la foce del fiume, due cime sui piloni del ponte. Acqua marrone, carcere a sinistra e cantieraccio fatiscente a dritta. Ladri all’aspetto, sbirri corrotti,  carcerati che urlavano all’indirizzo delle mie hostess. Treno carico di canna da zucchero che passava ogni ora sulle nostre teste, riempiendo la barca di pezzi di canna. In paradiso ci stavo da re: uno sempre di guardia sul ponte e una torbida citta a portata. A Casa de Campo invece si è lontani da tutto, è tutto un mondo di plastica, carissimo, gli sbirri sono molto più esosi e per andare in città é un viaggio.
Bei tempi quando, in un vicolo buio, al ritorno da un’ottima magnata creola a un baracchino di strada per $1,5  a testa e di qualche birra bevuta in un “bar de putas”, dovevo, a calci e pugni, allontanare tre ragazzi che mi avevano puntato alla gola due chiodi da falegnami lunghi 20 cm. Il tutto con Mauri, bell’amico, che dietro le le spalle gli diceva ” lo tiene el!! lo tiene el el  dinero!!!!”.
Lo dico sul serio, sia la storia sia che erano bei tempi rispetto alla sosta a Casa de Campo. Questa volta tra balzelli statali  e “propina” a sbirri vari, tra pratiche di arrivo e partenza, abbiamo speso 550 dollari. Un mese di vita, con tutti gli optional e souvenir inclusi, a San Blas in 4 a bordo. Qui non si tratta di esser venali, lo dico per spiegare quanto poco costa la vita da queste parti, e quanto tanti sono 550 dollari per questa brava gente, e soprattutto quanto schifo sia che a prenderseli siano quei pochi che uno stipendio l’hanno già. Credo sia l’ultima volta che mi vedono qui.

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Unica nota positiva della sosta è che ho potuto seguire la Route du Rhum e l’arrivo del mio buon amico Loick, che si conferma”leggenda” e più grande marinaio al mondo. Ma lo sapevamo già. Chi non lo conosce dice che è st…zo. E’ tutto il contrario, è un ottima persona , simpaticissimo e gentile. Da lui ho imparato tanto, correndogli a fianco e, qualche volta, dandogli anche la biada, come sul trimarano. Da lui ho avuto la laurea oceanica, nel senso che, all’arrivo di una Ostar, disse pubblicamente che la regata migliore l’avevamo fatta io e Giovanni; lui aveva vinto in assoluto arrivando giorni prima con un multiscafo. Da lui ho imparato che le barche si devono portare sempre in modo molto morbido, senza forzare con troppa velatura e senza cazzare a ferro. Come invece fa la diffusissima specie dei “cazzoni”. Le barche, e questa da cui vi scrivo in particolare, non devono perdere energie nelle forzature, come ingavonarsi troppo in un onda perché forzate da vele troppo tese… a dire il vero neanche noi umani dobbiamo perdere troppe energie nelle forzature, cioè in  quelle situazioni che si vede che non vanno, nel compromesso, nelle storie sbagliate. Mollare le scotte e puggiare e sempre un’ottima opzione, nel mare e nella vita.

A parte la vittoria di Peyron, contando che ho seguito solo fino al 10 novembre e non so ancora quello che è successo dopo, non ho visto niente di eclatante.  Come è noto non seguo le fregnacce da ufficio stampa diffuse da gionali e siti, che rendono sempre tutti vincenti e raccontano poco delle realtà delle cose, a me interessa vedere la lotta la dove c’è. Io guardo la carta delle posizioni in relazione al meteo, le rotte, le virate e le strambate, in sintesi le scelte operate, guardo le velocità e conosco il terreno. La lotta c’è la dove le barche sono ad armi pari, cioè della stessa classe e della stessa competitività. E’ l’unico modo per riconoscere il valore vero degli skipper o se stanno”rubando la palla ai bambini”, cosa diffusissima al giorno d’oggi.

E si vede bene ad esempio in questa Class 40 dove dominano Kito de Pavant e Alex Pella, che ho conosciuto alle Azzorre la scorsa primavera, ma solo perché il solito francese ha rotto tutto. Seguono per valore ed esperienza tutti gli altri. La classifica Class 40 rispecchia la realtà delle possibilità reali e della bravura dei partecipanti. Chi è avanti e più bravo, chi è dietro lo è meno. E’ una specie di ranking list della vela oceanica, (Giancarlo Pedote è nono al momento in cui Malingri scrive, Ndr).

Anche in Imoca vediamo il valore di skipper, barca e shore team, ma è il monotono duello tra i soliti due. La classe dei trimarani giganti raccoglie barche molto diverse tra loro; ci sono solo due o tre avversari per genere: Banque Populaire VII e Spindrift, e l’ex Groupama i giganti, Sodebo e Idec quelli da record in solitario, e i MOD 70; in realtà sono 3 classi.  La classe multi 50 è interessante perché le barche sono quasi uguali; io tifo sempre per Lalou Roucayol perchè è bravo come marinaio, e soprattutto come umano. Anche lui è una di quelle figure che, dall’inizio della mia carriera in questo genere di corse, mi ha sempre dato una mano e un incoraggiamento. E’ stato sempre un gregario o un preparatore, di Francis Joyon  e Banque Pop in generale, adesso è uno skipper e lo vorrei vedere vincere.

La classe Rhum è una barzelletta, ci sono dei multi diversi tra loro per tipo e lunghezza, un 50 piedi open competitivo e uno anteguerra, un 60 Open con una “cariatide”, anche se blasonata a bordo (Robin Knox-Johnston, Ndr). Non c’è storia né competizione, se sono bravi si vede più dalle opzioni meteo che prendono che dalla posizione in classifica. Anne è una veterana ed è bravissima, ha la sua esperienza e lo sta dimostrando, altri al suo livello non ne vedo ne con i multi ne con i mono.
Poi guardo i comunicati dei vari team e o rido a crepapelle, specialmente sui virtuosismi giornalistici per salvare la situazione “siamo arrivati primi di quelli che non avevano la macchina del gelato!”, “ero primo ma….”. Ho vinto la Ostar” quando hai vinto una classe minore in cui il secondo era o una barca da crociera lunga come la tua o una più piccola. “Queste imprese hanno il 50% di possibilità di insuccesso… e noi subiamo questo”. Col cavolo, queste imprese hanno il 100% di possibilita di insuccesso se condotte da principianti… e almeno non rovinate la piazza a quelli che non lo sono e magari stanno finanziando le stesse imprese.
Queste sono cose dette e successe sul serio, che infatti hanno scatenato la reazione inversa: risate e sfottò.  A parte che non funziona, ma soprattutto il pubblico non è scemo.

Rispetto al tempo in cui la vela oceanica ha conquistato, con la sua forza narrativa, pubblico e di conseguenza media, mi manca chi è capace di raccontare. La generazione Franck Cammas e quella dopo (ottimi marinai e persone) sono freddi, non trasmettono. Ormai è solo performance, ma al pubblico non gliene frega nulla non capisce la vela oceanica, non la fa. Perfino i giornalisti del settore ne capiscono poco. Chi tra loro, a parte Patrice Carpentier, ha mai partecipato a una prova oceanica?
A mio avviso non è una colpa, soprattutto non lo è di nessuno, le cose cambiano: ci sono periodi migliori e più caldi che producono dei Terlain, dei Lamazou, dei Tabarly o dei Poupon, poeti degli oceani, che trasmettono delle sensazioni. E’ così. Non siamo tutti dei tecnici, nessuno tra il pubblico c’è stato e quindi abbiamo bisogno di descrizioni di storie umane. Di episodi divertenti, o devastanti, raccontati in video, in audio, con una foto o con una penna, che non può, e non deve essere, quella dell’addetto stampa. Se è cosi vuol dire che non hai niente dentro, o che non lo sai esprimere. Puoi vincere quello che vuoi, ma non c’é lo show. Non meriti uno sponsor perché non fai il lavoro per cui ti hanno dato un budget.

“Ho fatto 750 miglia a 27, nodi di media!!!”. Non me ne frega niente sentirlo da te, in preziosi minuti di trasmissione video satellitare che potevi dedicare ad altro. C’è già scritto nei numeri della cartografia, nella tabella delle posizioni. Se mi presti il tuo attrezzo, e le tue condizioni meteo, ne faccio 751 . Non sei un dio in terra per questo. Sei uno che mostra al mondo un’altra faccia della vita, l’opposto di quello che stiamo facendo tutti oggi. Stai facendo altro lì, stai dando forza e speranza a chi ti segue, battendo su dei tasti che si chiamano valori umani. Stai dicendo al mondo che sei libero, e che lo possono essere tutti, e che i risultati si guadagnano, prima sognando e poi realizzando i sogni con il duro lavoro la dedizione, l’ausilio delle tecnica e dell’azienda, fatta di persone normali e al tempo stesso eccezionali come te. Stai dicendo questo e tantissime altre cose e se lo vuoi fare bene devi raccontare la tua storia. In sintesi vorrei sapere come te la sei passata, cosa hai pensato quando ti sei cagato in mano dalla paura, cosa hai mangiato. Vorrei sentire “ho sbagliato” e non lo sento mai. “Ho fatto un errore di tattica” e non “ le carte meteo dicevano che ma..” Ce li hai gli occhi? E allora alzali e guarda se le carte meteo hanno ragione o no, se no sei tu che sbagli. E come in tutto, la tecnologia aiuta ma è l’uomo che fa le scelta. Il racconto non può essere sui mezzi tecnologici che le hanno permesse, deve essere quello delle paure che le hanno provocate, e delle gioie che ne sono derivate.

Io pubblico voglio una storia, una storia di avventure a puntate giornaliere. Voglio correre a casa, o nella pausa pranzo, e non vedere l’ora di scoprire cosa è successo, in questo che non è un  reality e “la realtà” di una storia vera.
Al giorno d’oggi esistono poche opportunità di raccontare una “lunga storia vera a puntate in tempo reale”, di captare l’attenzione della gente per giorni, a volte mesi, come raccontare l’idea, la preparazione, lo svolgimento e il dopo di una lunga regata o una lunga navigazione oceanica, compiuta da un uomo solo o da due amici. Aziende scegliete la vela oceanica perché, anche se le tabelle a cui siete affezionate non lo dicono,  è una bomba per moltiplicare investimenti, è una miniera di “bellissime storie”. Prima però guardate bene l’uomo e verificate se è capace di raccontarle piuttosto che di vincere e basta. Se è capace di portare a casa, o di inviare via sat, dei testi appassionanti, delle belle immagini, scattate o girate bene. Non è mai stato facile fare il navigatore oceanico, e non è mai stata solo una storia di capacità o di tecnica delle vela. Non funziona la ricetta “io mi occupo delle performance e ho degli specialisti che si occupano del resto”, è vita vera e non fiction. E noi siamo esigenti. Un esempio tra tutti il tipo dell’open 60 “Hugo Boss”, mi sembra si chiami Thompson. Non vince mai niente, ma comunica di brutto. Il Vendée Globe di “Roxi”, due edizioni fa. I silenzi di Francis Joyon; lui si che sa  fare trasparire la sua umanità con i numeri e le immagini , e qualcuno che racconta una storia originale e di sacrifici immani e non la solita di impresa di team work di specialisti super pieni di grana. Le sue imprese sono “io, mio padre e mio fratello ci siamo tirati su le maniche e ,con pochi soldi, abbiamo costruito una bella barca, con cui ho preso il mare”… e spacca le birre in testa ai giornalisti che gli fanno le domande idiote. Un grande, il “più” grande assieme a Loick.
Fate la storia, non una vittoria.

Time of Wonder all'arrivo in Repubblica Dominicana
Time of Wonder all’arrivo in Repubblica Dominicana

Mentre loro arrivano in fila indiana a Guadelupe, noi, di Time of Wonder siamo sempre qui, a strambare al lasco, davanti alla costa Colombiana. Costa che mi fa pensare a quando, nel finire degli Anni 70 e nei primi Anni 80, passando qui davanti facevo il turno con sulle ginocchia il mio buon Marlin 30-30 caricato con proiettili espandenti; un fucile tipo Winchester con munizioni ad hoc per affondare barche aprendo degli squarci enormi nello scafo. Ammazzare gente non è mai stata la mia passione e io non sono John Wayne, al massimo farli nuotare un pò in mezzo agli squali, in attesa delle Guardia Costiera.
Se fai il pirata sul serio, non come noi che agiamo di bandiera e fantasia e basta,  “beh dovevi pensarci prima fratello”. Non tutti i diportisti sono così stupidi da travestirsi in esca per squali e veleggiare in acque infestate dagli stessi senza le opportune contromisure. E tra essere pacifista e cretino c’è una bella differenza. Io sposo la filosofia di Kit Karson, “se proprio devo morire ne voglio portare con me il più possibile”. Giuridicamente si chiama legittima difesa.

Oggi per fortuna la Colombia è più tranquilla, anche se non completamente. Il Venezuela invece no, attacchi e  assalti a barche sono  frequenti da Trinidad alla Colombia. A La Guaira c’é un organizzazione, con spie alle capitanerie di Grenada, e altre isole della parte meridionale dei Caraibi, che segnalano le barche in partenza per posti come Las Aves o Los Roques. Dalle foci dell’Orinoco escono con gommoni che fanno raid contro chi si avventura nelle baie della costa W di Trinidad, mentre l’ottimo Chaguaramas, sulla costa E, continua ad essere il posto migliore e più economico dove lasciare la barca in cantiere o fare dei lavori ai Caraibi.

In conclusione il mondo è bello, vario e soprattutto molto grande, quindi basta preferire altre rotte e destinazioni a questi, oramai ampiamente decaduti, luoghi e lasciarli al turismo organizzato.
Dovremmo arrivare a San Blas domenica mattina, manca ancora poco alla fine di questo primo viaggio a  bordo di Time of Wonder. Sono state 2000 miglia di acqua prima fredda e poi calda scivolata sotto la nostra chiglia e di vento sulla nostre vele e sulla nostra pelle. I segni si vedono, piccole rotture qua e la, impianti da adeguare, perfino danni causati da caduta di persone che si sono aggrappate dove non dovevano o si sono schiantate dove era meglio non schiantarsi. Avrò il mio bel da fare nei prossimi due mesi, per riparate i danni, rinforzare là dove necessario, personalizzare le manovre, stravolgere gli impianti, verniciare la coperta , specialmente le zone a coppale e la falchetta, a cui devo anche sostituire qualche piccolo pezzo di legno marcito. Alternerò questo alla pesca subacquea, all’ozio con gli amici, alla scoperta delle isole più remote e fuori dal solito giro della massa.

Anche San Blas, purtroppo, è alla fine del suo periodo selvaggio; negli ultimi 4 anni e passata da 100 a 450 barche al giorno, e forse ora ancora di più. La colpa è stata di tutti quelli he ne hanno parlato, noi compresi, e di conseguenza dei media che hanno fatto servizi a tutto spiano, sempre assetati di ultimi paradisi da rovinare. Anche i Kuna stanno facendo la loro parte, cedendo al businness. Peccato che anche tra loro ce ne siano pochissimi che ne traggono vantaggio e i più che perdono qualcosa rispetto al passato… e anche qui tutto il mondo è paese.

www.vittoriomalingri.com

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