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Hiking estremo per l'ungherese Berecz. Foto Deaves

Nella sua rubrica Olympic Academy Luca Devoti ci parla di metodi di allenamento nella vela olimpica ad alto rendimento, basandosi sull’esperienza della Dinghy Academy da lui aperta a Valencia, con uno sguardo finale sulla situazione del Finn italiano in vista della fase decisiva per la selezione a Rio 2016.

L’esperienza della Dinghy Academy è iniziata dopo Weymouth 2012, quella che per me era stata una grande delusione. Dopo quell’Olimpiade come allenatore italiano, in cui mi sono reso conto di come le dinamiche nazionali impediscano una vera crescita degli atleti, vedere ragazzi che non erano mai saliti in Finn, come per esempio l’ungherese Zsombor Berecz che a Londra 2012 era arrivato 21esimo in Laser, ottenere grandi risultati nel quadriennio e all’Europeo di Barcellona… Beh, vedere Berecz vice campione europeo è stata una grandissima soddisfazione, un risultato straordinario. Il giovane ceco Ondrej Teply è campione del mondo juniores in carica e ora anche campione continentale juniores. Il croato Milan Vujasinovic si allena con noi da più di un anno e ha fatto terzo all’Europeo. La conferma di un metodo che portò anche Baldassari e Poggi a fare quarto e quinto agli Europei 2012 a Scarlino.

Hiking estremo per l'ungherese Berecz. Foto Deaves
Hiking estremo per l’ungherese Berecz. Foto Deaves

I Campionati Europei sono sempre stati importanti nella mia carriera, prima di velista e poi di coach. Dopo aver fatto un ricco penultimo nel primo Europeo della mia carriera ad Anzio, ma solo dopo aver convinto l’ultimo (il mio ex socio nel cantiere Tim Tavinor) ad andarsene dalla regata un giorno prima perché soffrivo troppo, poi negli anni successivi feci un settimo, un quinto, due secondi e un primo, a Spalato nel 1997. A Scarlino 2012 come coach secondo con Vasilij Zbogar, quarto con Poggi e quinto con Baldassari, nel 2013 Zbogar campione europeo e nel 2014 lo stesso Vasilij secondo. Non solo, quest’anno gli atleti che si allenano qui a Valencia hanno fatto 2, 3, 6, 10 e 12. Una conferma che il sistema di allenamento che abbiamo adottato è di valore. Un sistema che ho mutuato dalla mia esperienza di atleta, soprattutto grazie agli insegnamenti di Valentin Mankin. Una persona a cui tengo particolarmente, visto che dal punto di vista sportivo Mankin è stato un maestro, così come dal punto di vista dell’approccio mentale il professor Codoni è stato un grandissimo che mi ha aperto la mente.

Una delle regate test a Valencia
Una delle regate test a Valencia

Tra l’altro occorre segnalare che il budget globale di tutti gli atleti della Dinghy, che sono circa una decina, è inferiore a quello di un atleta top. Un Giles Scott, un Jonathan Lobert costa come dieci atleti della Dinghy, altro risultato importante. Una maniera diversa di fare sport. Non più la vela gitana, ma una vela stanziale, fatta in un posto solo. Dove ci si muove solo per poche regate selezionate. Dove si vive in un ambiente sovranazionale e ci si allena tutti i giorni con gruppi elevati di atleti, da 8 a 15 e anche 20 quando alcuni team amici vengono ad allenarsi con noi con i loro coach. Questo permette agli atleti di ripetere situazioni di regata in maniera costante, anche dal punto di vista della qualità. Noi, sostanzialmente, facciamo cinque regate al giorno per 200 giorni all’anno. Sono un totale di mille regate all’anno, a cui aggiungiamo manovre a comando, diciamo 8.000 manovre all’anno. Alla fine, dopo 3/4 anni si cominciano a vedere i risultati e credo anche che questo gruppo, se continuerà ad avere la determinazione e a credere in questo metodo, tra altri 3/4 anni diventerà difficilmente battibile, proprio per la differenza significativa con chi si allena con il metodo classico, dove in tre o quattro si va in su e giù per il mare, magari anche senza boe. Si vede anche nell’approccio alla boa di bolina, nella scelta degli ultimi bordi, è lì che si vede come sia diventata automatica la scelta della migliore opzione, la maniera più rapida e scaltra di passare.

Il croato Milan Vujasinovic. Foto Deaves
Il croato Milan Vujasinovic. Foto Deaves

Vuol dire che vinceranno una medaglia alle Olimpiadi? Assolutamente no, all’Olimpiade è altra cosa ancora. L’emotività e la pressione sono straordinarie, ma c’è una crescita anche in questo senso, che viene proprio dal metodo di lavoro. Sono quindi orgoglioso di quello che hanno fatto i miei ragazzi e dispiaciuto per alcuni che non sono ancora riusciti a realizzare il loro valore, perché sono convinto che anche Simone Ferrarese un giorno si sbloccherà e inizierà a fare risultati, così come altri. E’ chiaro che non tutti rispondono nella stessa maniera, ma comunque la crescita generale è incredibile.
Il massimo complimento l’ho ricevuto da chi ha vinto l’Europeo, l’olandese PJ Postma, che è venuto da me e ha detto “Devo farti i complimenti, i tuoi ragazzi stanno diventano fortissimi”, e PJ è uno dei grandi, si è mangiato l’Oro a Londra per una stupidaggine e un complimento da lui è una cosa che da un punto di vista professionale gratifica.

Come possiamo migliorare ulteriormente? Beh, l’approccio sportivo pulito, senza doping, con alti valori etici, può portare a migliorare se c’è anche una crescita culturale. Il sogno dell’Università della Vela resta uno degli obiettivi della Dinghy Academy. I ragazzi devono studiare, almeno lingue, aerodinamica, idrodinamica, devono approfondire tali tematiche in studi di livello universitario per essere ancora più competitivi. La vela è uno sport di alto livello dove si prendono continuamente decisioni e la capacità di prendere decisioni è la chiave per essere un atleta vincente.

Non è un paradiso, anche noi abbiamo delle difficoltà. Sino a oggi ho espulso otto atleti, perché non rispondevano ai requisiti minimi di impegno, serietà e correttezza che considero fondamentali e può darsi anche che alcuni li abbia espulsi per il carattere che ho, ma credo che questo sia un altro discorso. E’ certamente un’esperienza interessante, che si potrebbe ulteriormente migliorare, approfondendo la parte mentale, la parte tecnica e quella di alimentazione. Si potrebbero poi ottimizzare i movimenti, andando a lavorare sullo strumento, la barca, per renderla ancora più efficace dal punto di vista bio-meccanico. Abbiamo ancora margini di miglioramento, ma non dobbiamo mai dimenticare che la costruzione di un atleta vincente richiede 10.000 ore di lavoro e i miei ragazzi ne arrivano adesso ad avere 3.000. Dobbiamo quindi lavorare ancora un quadriennio, se non due, per riuscirà davvero a dominare il Finn.

L'uruigagio Alejandro Foglia in palestra. Dopo tre Olimpiadi in Laser (ottavo a Weymouth 2012) è paszsato al Finn entrando nella Dinghy Academy di Valencia. Si è qualificato per Rio 2016.
L’uruguagio Alejandro Foglia in palestra. Dopo tre Olimpiadi in Laser (ottavo a Weymouth 2012) è paszsato al Finn entrando nella Dinghy Academy di Valencia. Si è qualificato per Rio 2016.

Questa è la Dinghy Academy: un atleta ungherese, uno sloveno, un uruguagio, un canadese, atleti un po’ da tutto il mondo che con poche risorse riescono a fare dei risultati. E poi atleti giovani, come Teply o il giovane argentino Facundo Olezza, 22 anni, un fenomeno in assoluto. E’ probabilmente il migliore atleta che io abbia mai visto alla Dinghy. Viene dal 420 e dal 49er come prodiere ed è salito in Finn solo un anno fa e sta crescendo in maniera esponenziale. Sa bordeggiare e ha un feeling naturale con la vela, tanto da essere già riuscito a qualificarsi per Rio 2016 per il suo Paese. Un gruppo di amici che quando vanno in mare si scannano tra loro ma che quando tornano a terra si bevono una buona bottiglia insieme, rispettando i valori dello sport.

E qui devo fare una nota sulla situazione italiana, che a me appare un po’ compromessa dall’eccessiva personalizzazione della visione e dello sforzo necessari per andare alle Olimpiadi. Manca un qualcosa della comprensione dei valori olimpici a buona parte degli atleti italiani. Lo sport di alto rendimento è una cosa complessa e occorre una struttura di pari livello. Prendiamo il calcio, vi sono società, in Italia la Juventus, che funzionano e altre che, pur avendo budget, invece non sono strutturate. Si tratta di un modello, sempre costante in chi alla fine vince.

Filippo Baldassari in poppa. Foto Deaves
Filippo Baldassari in poppa. Foto Deaves

Gli atleti italiani qualche buon risultato nella loro carriera lo avevano fatto. Baldassari e Poggi devono tornare indietro agli Europei 2012 per avere un risultato nei primi dieci. Paoletti al 2013, quando fu sesto al Mondiale. Da allora notte fonda.
Baldassari a Barcellona ha fatto un primo risultato e mi ha fatto piacere che si sia avvicinato al mio gommone e mi abbia dato le sue cose, perché vuol dire che ha capito dove ha sbagliato nel 2012 e può avere la chance di tornare in alto perché sembra aver ripreso un po’ il filo di quello che aveva interrotto per vicissitudini particolari giusto prima dell’Olimpiade. Doveva forse cominciare prima, ma è sulla strada buona.
Paoletti è un eccellente tattico, un triestino di quelli veri, di quelli che amano la vela. Una persona squisita e un ottimo regatante. Il Finn è uno scoglio ripido, contro gente fortissima, Michele deve tornare a quel piacere di navigare che aveva contraddistinto quel Mondiale dove aveva fatto sesto. Paoletti ha una chance, deve dimostrare nelle prossime regate di riuscire a tornare quello che è.
Poggi è croce e delizia. Poggi è molto dotato dal punto di vista della coordinazione ed è a volte velocissimo. Mi ricordo per esempio nel 2012 una poppa con 25 nodi a Palma dove passò in tromba Ben Ainslie, però non ha mai chiuso una regata in linea con quello che potrebbe fare e tende a disperdersi in mille vicende che non sono poi quello che conta, visto che alla fine parlano solo i risultati. Può farcela, a patto di una grande crescita.
Voltolini da quando è uscito dalla Star non ha ben capito come allenarsi. E’ un fantastico atleta, ma ancora non è un fantastico regatante, gli mancano esperienza e ore in barca. Deve necessariamente continuare per un’altra Olimpiade e rinnovare il suo metodo di allenamento.

Giorgio Poggi. Foto Deaves
Giorgio Poggi. Foto Deaves
Michele Paoletti. Foto Deaves
Michele Paoletti. Foto Deaves

Bisogna alla fine riuscire ad arrivare nei primi dieci e non bisogna più parlare, anzi per eccellere davvero devi finire nei primi cinque perché una medaglia è un qualcosa ancora più su. Già un decimo posto è una cosa, ma arrivare nei primi tre è molto più in alto. Se questo è l’obiettivo, la crescita deve essere a tutti i livelli. Devo dire che, pur con errori, tutti hanno però lavorato e hanno delle possibilità, anche Simone Ferrarese che qui a volte in allenamento va proprio bene ma deve riuscire a sbloccarsi in regata. Sin’ora l’ho visto efficace solo nel primo giorno dei Campionati Italiani a Napoli. Lui viene da una famiglia di grandi velisti e ha uno zaino sulle spalle enorme. Deve metterlo a terra e tornare a regatare perché gli piace, divertirsi e poi potrà farci vedere quello che è, perché a oggi ancora non ne abbiamo individuato il potenziale.

Il finnismo italiano si è diviso tra varie strade. Non ha lavorato come team, non ha lavorato all’interno della Federazione e al momento non ha risultati. Tutti potrebbero far risultato ma temo che tre anni di lavoro frammentato non si riescano a mettere a posto in un mese. Comunque le prossime settimane ci diranno se hanno la chance o no di arrivare dove sperano e credono. Io gli auguro di fare bene, anche perché il Finn italiano ha una tradizione particolare. E’ l’unica classe olimpica, insieme alla Star e al windsurf, che ha dato almeno due medaglie all’Italia, con Albarelli e chi scrive. Lo stesso Gorla, vincitore di due medaglie in Star, proveniva dal Finn e quindi questa deriva ha sempre marcato la vela italiana in maniera importante, ma erano altri tempi ed era un’altra cultura sportiva. Dobbiamo tornare a una cultura dei valori sportivi veri e spero di vedere grandi regate fatte da italiani.

Il prossimo Trofeo Sofia a Palma (27 marzo-1 aprile) sarà una regata assai interessante, ma ho calcolato che in una maniera o nell’altra ben 43 concorrenti su 77 saranno coinvolti in selezioni, chi per selezioni interne, chi per selezione continentale, chi per osservazioni. World Sailing deve ripensare questo sistema perché le regole di regata mal si combinano con selezioni così estese e si rischia di compromettere la dinamica dell’intera regata tra una miriade di sfide incrociate. Ricordo che nel 1996, per esempio, la selezione per Paesi fu fatta a Murcia e c’era solo un regalante per nazione. Un sistema più semplice, pulito e lineare. Mi auguro, quindi, che World Sailing punti su dei trial secchi tra Nazioni separati dalle regate del circuito, spesso usate per selezioni nazionali. Come, per esempio, è avvenuto nel caso dell’Europeo di Barcellona, dove gli americani Caleb Paine e Zack Railey si sono fatti match race interagendo con la flotta e ricevendo, senza dubbio, le maledizioni di altri atleti che passavano di lì ed erano impegnati nella ricerca del miglior risultato possibile.

(Luca Devoti)

Il video del match race tra gli americani Paine e Railey nella sesta prova dell’Europeo a Barcellona:

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