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Roma- In attesa delle decisioni del presidente World Sailing Carlo Croce, che ha avuto dal voto di lunedì scorso (vedi news relativa di Fare Vela) sulle procedure di revisione delle classi olimpiche un mandato non meglio definito, converrà porsi qualche domanda sulla direzione che sta prendendo il nostro movimento.

Prima, però, notiamo che qualsiasi decisione rimandata alla primavera 2017 ci appare in clamoroso ritardo, vista l’esigenza di programmazione di atleti, tecnici, club, cantieri, eventi, classi propedeutiche. E questo quando l’agenda 2020 avrebbe dovuto essere già decisa e fissata, come da iniziale decisione dello stesso gruppo guidato da Carlo Croce.

Moth in regata all'Europeo 2016 di Maubisson, iniziato oggi in Francia. ©Th.Martinez/Sea&Co.
Moth in regata all’Europeo 2016 di Maubisson, iniziato oggi in Francia. ©Th.Martinez/Sea&Co.

Evoluzione, dicevamo, ma forse il termine mutazione descrive meglio ciò che sta accadendo nella vela internazionale. La spasmodica ricerca della velocità si presenta ormai in progressione geometrica con il foiling, che pare ormai la ricetta per risolvere qualunque tema abbia a che fare con la vela. Tutti vogliono volare, e, intendiamoci, questa tecnica, che nuova non è ma si sta imponendo adesso grazie ai materiali migliori e allo sviluppo tecnologico, è appassionante ed è certo una delle molte discipline che compongono la vela. Solo che non può essere l’unica o, perlomeno, l’unica a interessare. Foilano i Moth e questo si sapeva da anni ed è uno spettacolo. Foilano, perdonateci il termine orrendo, gli AC45 e i futuri AC50 dopo che quei geniacci dei kiwi (sempre loro) dimostrarono a Russell Coutts che il suo bestione da 72 piedi a poco serviva se loro gli volavano attorno. Foilano i GC32, i Flying Phantom, provano a farlo anche gli Imoca 60 oceanici, addirittura alcuni Laser hanno messo le ali allo scafo. Presto lo faranno anche i Nacra 17 dopo che i Classe A già sono decollati. D’altra parte, ma se si può andare a 30 nodi, dicono gli adepti, perché bisognerebbe accontentarsi di 10? Vero, ma il ragionamento, se portato alle estreme conseguenze, porta anche a rivedere il concetto stesso di “sailing”, quello che tutti noi abbiamo imparato in lunghe navigazioni, in attenta osservazione e rispetto del mare e del vento, in responsabilità verso gli equipaggi di cui facevamo parte o di cui avevamo il comando.

Carlo Croce sta insistendo molto sul kiteboarding, anche questo in versione foil (ma con una classe non ben definita), come disciplina olimpica per il 2020. Vi sono anche alcuni input del CIO sulla necessità di discipline giovani e spettacolari, gli “urban sport”. Il concetto di “sailor” si sposta sempre più verso quello di “rider”, di scivolatore sull’acqua. Solo che i due termini hanno in sé qualcosa di profondamente diverso.

“Sailing” presuppone il concetto di navigazione, ovvero un mezzo che galleggia sull’acqua e si sposta, grazie al vento, da un luogo a un altro. Per farlo usa delle tecniche uguali in teoria da secoli, ma perfezionatesi poi grazie ad attrezzature sempre più dinamiche e veloci. A tre o a trenta nodi, comunque, la barca sempre naviga e, udite udite, riesce anche a star ferma sull’acqua senza rovesciarsi se il vento non c’è. In questa attività lo studio e il rispetto del mare sono fondamentali e proprio da qui sono nati quei valori positivi della “vela-scuola di vita”, della “vela-ecologia”, della “vela-esperienza” che di fatto sono stati il miglior strumento di marketing della nostra disciplina.

Il monegasco Nocher, vincitore dell'Europeo Kiteboard foil a Cagliari. Ma basta avere un aquilone per far vela?
Il monegasco Nocher, vincitore dell’Europeo Kiteboard foil a Cagliari. Ma basta avere un aquilone per far vela?

Il concetto di “rider” è diverso. La tavola non entra in acqua ma ci scivola sopra. Certo è divertente, ma non vuole integrarsi con il mare per “navigarlo”. Lo sfida, quasi lo usa come una sorta di tappeto elastico per salti, giravolte e capriole. L’essenza stessa di “sport estremo” mal si sposa con la vela, che appunto del rispetto per il mare ha sempre fatto uno dei suoi assiomi immodificabili. I kiteboarder, che per carità si divertono assai, fanno parte del nostro mondo? Culturalmente seguono pulsioni adrenaliniche, quasi sessuali, di sfida all’elemento vento. Vogliono dominarlo invece di integrarvisi. Più simile al surf da onda, il kiteboarding ha nella cultura delle spiagge la sua origine, con il contorno di belle ragazze in bikini, che sappiamo come marketing raramente sbagli…, musica sparata e tipi alternativi. Due mondi che in comune hanno una superficie acquea e il vento, ma che vivono due realtà separate e che poco si parlano. Capita spesso che velisti di fama si divertano a far kite. Più difficile il contrario, dove i kiter difficilmente fanno vela. Beh, si divertono, dicono loro, decisamente di più e non è questa la sede per dubitarne.

Bisogna, invece, parlare del nostro dna velico, che questa esasperata e continua ricerca della velocità fine a se stessa rischia di modificare, in una mutazione genetica che non sappiamo dove porterà. E su questo, a nostro parere, dovrebbero riflettere anche i responsabili massimi di World Sailing, che almeno nel nome richiamerebbe appunto un concetto diverso da quello dei “riders”. Portare la vela al grande pubblico, provare ad avvicinarla alla “gente” e ai “giovani” va bene, ma pare un rischio deludere migliaia di appassionanti in tutto il mondo senza la sicurezza di conquistarne di nuovi.

Giles Scott, campione del mondo Finn
Giles Scott, campione del mondo Finn

Non solo. Un’altra delle bandiere che la vela ha sempre issato è quella della “seaworthiness”, ovvero della “navigabilità” con un’altra delle improbabili traduzioni dallo splendido inglese nautico. Dell’adattamento del mezzo e dell’equipaggio al mare, della sicurezza, del dovere dello skipper di garantire la sicurezza dell’equipaggio. Pare difficile mantenere tali impegni quando la sfida diventa estrema. Quando la categoria cambia, aumentando le doti di rischio. Quando la “scuffia” diventa l’unico motivo di spettacolo, come l’America’s Cup show delle World Series per ora dimostra, proprio come l’inconscia attesa dell’incidente alla prima curva del GP di Formula 1.

Una barca deve poter salpare e tornare anche da sola dal porto o dal club da dove è uscita. Si sta arrivando alla quasi relazione di uno a uno tra i mezzi degli allenatori e gli attrezzi foileanti, con inevitabili aumenti dei costi e dei rischi. La vela olimpica e professionale è per definizione al limite delle possibilità umane, ma non è stata sin’ora mai sfida estrema, neanche al Vendee Globe o alla Volvo Ocean Race, dove fior di marinai regatavano e navigavanodi pari passo. Vi sono elementi che indicano come la “vela” altra specie potrebbe diventare, con non poche incognite in una rotta a luci di via spente nella notte.

Crediamo che World Sailing sia ancora in tempo per seguire una politica sportiva rivolta all’innovazione che non abbandoni i valori che hanno fatto grande la vela, dall’America’s Cup alle Olimpiadi all’ultimo ragazzino su un Optimist di una qualsiasi scuola vela. Che vi sia, però, la volontà concreta di farlo lo scopriremo nei prossimi mesi.

E voi che ne pensate? Il dibattito è aperto e ogni contributo è gradito.

14 COMMENTS

  1. Acuto articolo Michele sulla evoluzione della vela.
    Personalmente sono molto in linea con il tuo pensiero ed a supporto vorrei evidenziare che nell’atletica le discipline sono le stesse, o quasi, delle olimpiadi dell’antica Grecia. Pertanto si può, e si deve, tenere presente il present ed il futuro, ma snaturare una disciplina che ha un Storia non è una buona idea. Inoltre sacrificare allo Sponsor, che ha certamente meriti e legittimi obiettivi, una filosofia di vita ci porterà a non avere nemmeno nello sport una isola protetta dal dio denaro.
    Pertanto, inserire nuove e “giovani” discipline è corretto, ma cancellare la storia è una idiozia che ci porterà al disastro nello sport come sta accadendo nella vita di tutti i giorni.
    Io credo che bisogna guardare al futuro ma senza dimenticare il passato, chi siamo, da dove veniamo.
    Ricordo a tutti la storiella del ragazzo che prendeva il sole e fu invitato a spaccarsi le ossa per una vita agiata. Ma lui già la aveva, perché affannarsi?

  2. Ciao Michele.
    Il mio punto di vista è il seguente, che predico già da molti anni nei confronti del windsurf olimpico ed è oggi applicabile al kitesurf.
    Non ho nulla contro le medaglie olimpiche ai windsurf ed ai kitesurf. Semplicemente non devono rientrare nello sport Sailing.
    E’ chiaramente un’altra cosa.
    Il giorno che vedremo un windsurf od un kitesurf con a bordo una bussola ne riparliamo.

    Saluti a tutti,
    Dado

  3. Aggiungerei qualche considerazione,forse insita nell’articolo dell’ottimo Tognozzi,che io non sono pero’ riuscito a evincere.1)Si va verso l’aumento di fragilita’ in generale dei mezzi nautici,tendenzialmente evolventesi nella ricerca di risparmio di peso.2)In tante regate di altura si fa sempre piu’ affidamento sul soccorso di unita’ esterne alle stesse,grazie all’affinamento dei sistemi di localizzazione e comunicazione.3)Qui parlo sopratutto del kite:il mezzo e’ totalmente incapace di sostenere a galla il peso dell’equipaggio in ogni situazione,impedendo quindi il ricorso a un altro sistema di propulsione in caso di avaria.
    Buon vento e buona navigazione a tutti,
    Mario

  4. La trasformazione dello sport in spettacolo, imposta dagli sponsor e dai media, ed accettata, per ovvii motivi di sopravvivenza, dal CIO e dalle federazioni internazionali, segnerà necessariamente un cambiamento nel mondo della vela, in particolare quella olimpica. La necessità di eventi brevi, spettacolari, adrenalinici, che dovranno suscitare negli spettatori sensazioni ben lontane da quelle tradizionalmente legate a questo sport, porteranno progressivamente e forse velocemente, al sacrificio di quasi tutte le attuali classi olimpiche. Pena l’esclusione della vela dai Giochi. Un evento da sempre temuto e che, se si verificasse, toglierebbe ossigeno soprattutto all’elefantiaco carrozzone che governa la vela mondiale, ma anche alle opportunità di sviluppo dell’intero movimento.
    Va in tutto ciò considerata l’enorme influenza dei comitati d’affari che, dietro il paravento di teste coronate e gentiluomini d’altri tempi, gestiscono di fatto le scelte, in termini di eventi ed attrezzature. Insomma tutto sembra ormai agire nella direzione di far apparire vecchio e superato un modo di concepire la vela che appartiene tuttavia alla stragrande maggioranza dei praticanti.
    Forse ci avviamo a veder convivere, a prescindere dalle definizioni più o meno colorite ed efficaci, due mondi completamente diversi: Una “vela” da Cirque du Soleil, riservata agli spettatori – e quindi sponsor, televisioni e mondo degli affari – ed una vela per gli attori, legata ai valori che tutti conosciamo. Uno sport/spettacolo riservato a chi lo guarda ed uno sport, dai valori che conosciamo, destinato a chi lo vive.

    • Grazie del contributo Gianfranco,
      in effetti la sensazione è si vada sempre più verso una divisione dei due mondi di cui parli alla fine del tuo intervento. La domanda è se e come riusciranno a coesistere.
      Un saluto

  5. Caro Michele, il tuo articolo va letto e riletto. Tutto cambia a questo mondo e si perfeziona, è una verità inconfutabile, ma ciò che sta accadendo nello sport della vela negli ultimi tempi lascia veramente perplesso chi ha vissuto ai tempi degli scafi dislocanti, quando era inconcepibile che una barca d’alto mare potesse superare una precisa velocità, funzione della sua lunghezza al galleggiamento. La planata era riservata alle derive, come il flying dutchman, quando cominciarono a planare anche le barche d’alto mare superando la millenaria limitazione della velocità non potevamo crederci. Ma erano ancora barche irrovescabili o meglio autoraddrizzanti, cosa a cui si deve rinunciare con i pluriscafi, che pure hanno avuto un enorme sviluppo. L’ultima invenzione, sempre tesa all’aumento della velocità, è il foiling, si sta espandendo rapidamente, arrivando anche all’alto mare, ha ancora di più sconvolto lo sport della vela: le barche con i foil non navigano più immerse, neppure superficialmente, volano, anzi “foilano”, come dici tu con quest’orribile verbo che ahimè è diventato necessario e che perciò ti dobbiamo perdonare… Cosa dire? Il progresso è questo, occorre accettarlo, capisco che è un’ardua impresa per Carlo Croce regolamentare le nuove classi, non vorrei essere al suo posto, ma bisogna farlo. Sono però sicuro che le barche tradizionali continueranno a solcare ii mari, anche in regata, tra l’altro hanno sempre il loro fascino che il foiling non potrà mai togliere loro. Per quanto mi riguarda su questo punto, il fascino, il progresso ci ha fatto fare dei passi indietro, le regate delle barche che “foilano” sono diventate monotone, l’unica cosa che rompe la monotonia è la scuffia!

  6. Caro Tognozzi,
    se voleva gettare un sasso… lo stagno pare già piuttosto increspato. Però non posso che condividere le sue osservazioni e anche buona parte dei commenti che mi precedono. Mi spiace solo di non poter entrare nel circo Barnum del foiling per trascorsi limiti di età, ma alla prima occasione conto di fare almeno un giro. In realtà non si è mai dato nella storia umana che potendosi fare una cosa non ci siano stati quelli che l’hanno provata e diffusa. Penso ai primi cat, ai primordi del surf, sembrava che ogni altro galleggiante fosse destinato a sparire, invece si continua a regatare con i dinghy12…e si fanno 700mn al giorno!
    Da vecchio navigante mi associo alle perplessità del cte Basile, ma ricordo con lui la profonda felicità offerta da un placido veleggiare su un veliero qualsiasi, avvalendosi di quel tanto di “seaworthiness” che ciascuno è riuscito a conquistare.
    Altra cosa è la competizione oggi avviata a divenire un gioco da gladiatori più che sfida tra gentiluomini.
    E’ il progresso, bellezza!

  7. Con i miei complimenti a Michele per il suo “pungente”, attuale ed esauriente giudizio sulla vela di oggi e sulle prospettive future, mi aggiungo, in ritardo, al coro di autorevoli consensi con la mia esperienza di vela, che ha le sue radici negli anni quaranta, per unirmi a chi ha ricordato che c’è sempre la vela d’altura, sebbene un po’ diversa dal passato, con la disponibilità degli ausili di oggi per navigare ed anche per essere soccorsi. Purtroppo è un settore che che non interessa alle federazioni, esclusivamente a caccia di medaglie olimpiche, anche se poi, quando gli “addominali” non ce la fanno più, è solo in essa che si può transitare, portando una quantità di tessere alla FIV, che a casa nostra si pagano.
    Non ci resta che consolarci con l’afflusso sempre crescente di barche nelle regate d’altura (che finiscono per costare anche meno all’armatore), sperando che anche la tendenza ad allungare i percorsi continui perché, a mio parere, se non si usano toilette, cucina e cuccette, non è Altura (con l’A maiuscola).

  8. Le solide argomentazioni sopra enunciate sembra che non abbiano suscitato alcuna obiezione da parte di possibili sostenitori della vela “acrobatica”: che i lettori di Farevela siano tutti “ortodossi”? Abito a Genova e ricordo quanti windsurf e hobie cat negli anni ’80 e ’90 volteggiavano davanti al Lido; come dinosauri sono scomparsi ed ora è la volta dei kite! Quanto dureranno? E’ questione di tempo, ma anche loro finiranno rottamati a marcire dietro qualche cabina di uno stabilimento balneare, rimpiazzati da qualche altra diavoleria alla moda. Transit Gloria mundi! Lo yachting è altra cosa…

  9. Sailing,foiling e riding sono solo declinazioni dello stesso bellissimo concetto dell’andar per mare sfruttando un elemento naturale mutevole ma al contempo onnipresente come il vento.
    Cambiano i materiali, le mode, le classi ma la fisica, che ci permette di vivere e godere di questo straordinario confine tra fluidi, e’ una costante ed e’ sempre pronta a premiarci ogni qualvolta ci si fa furbi con l’abilita’ e l’ingegno o a punirci quando si oltrepassa il limite dimenticando
    che il pieno controllo o comprensione della stessa e’ ben lungi dall’essere raggiunto.

    Disquisire sulla dignita’ velica di un’imbarcazione dislocante rispetto a quella planante o volante o ancora tra monoscafo e multiscafo o tra monotipo o box rule e’ superfluo se si pensa che il DNA in realta’ e’ a mio avviso lo stesso:
    una gamba in acqua e una in aria, l’una non puo’ funzionare senza l’altra pena l’inclusione in altra categoria o dell’uno o dell’altro elemento.

    Interessanti mutazioni genetiche invece io le inizio a scorgere e sicuramente le approvo la dove ad esempio non si usi solo la sola azione meccanica del vento per trasformare l’energia diluita che ci circonda in movimento silenzioso e pulito ma, perché’ no, anche l’irraggiamento del sole!
    Provocatoriamente… che c’e’ di male se ci fosse una classe che ammette anche qualche metro quadro di vela solare e un motore elettrico in collegamento diretto?

  10. Sailing,foiling e riding sono solo declinazioni dello stesso bellissimo concetto dell’andar per mare sfruttando un elemento naturale mutevole ma al contempo onnipresente come il vento.
    Cambiano i materiali, le mode, le classi ma la fisica, che ci permette di vivere e godere di questo straordinario confine tra fluidi, e’una costante ed e’ sempre pronta a premiarci ogni qualvolta ci si fa furbi con l’abilita’ e l’ingegno o a punirci quando si oltrepassa il limite dimenticando
    che il pieno controllo o comprensione della stessa e’ ben lungi dall’essere raggiunto.

    Disquisire sulla dignita’ velica di un’imbarcazione dislocante ripetto a quella planante o volante o ancora tra monoscafo e multiscafo o tra monotipo o box rule e’ a mio avviso superfluo se si pensa che il DNA e’ lo stesso:
    una gamba in acqua e una in aria, l’una non puo’ funzionare senza l’altra pena l’inclusione in altra categoria o dell’uno o dell’altro elemento.

    Interessanti mutazioni genetiche invece io le inizio a scorgere e sicuramente le approvo la dove ad esempio non si usi solo la sola azione meccanica del vento per trasformare l’energia diluita che ci circonda in movimento silenzioso e pulito ma perché’ no anche l’irraggiamento del sole!
    Provocatoriamente… che c’e’ di male se ci fosse una classe che ammette anche qualche metro quadro di vela solare?

  11. Ciao Michele,
    un punto cruciale che hai toccato e che credo vada approfondito ulteriormente è quello relativo alla suddivisione tra ‘rider’ e ‘sailor’. Mi sembra calzante il commento di Gianfranco che separa logicamente il ‘Cirque du Soleil’ dei rider dalla vela dei sailor. Abbiamo già una storia di 20 anni che ci arriva dallo Snowboard che di fatto è una disciplina di ‘figura’ prima che di competizione sul ‘tempo’ del vincitore. Rivedere l’evoluzione Olimpica dello Snowboard dal ’94 (sport dimostrativo) ad oggi (in cui è arrivato anche lo Slopestyle (disciplina di figura con gli Sci) credo possa essere interessante.
    Anche per lo snowboard esistono discipline come lo ‘slalom parallelo’ ma i veri numeri del pubblico sono quelli della ‘figura’ dell’Halfpipe.
    Per questo mi sembra assolutamente una forzatura sentire parlare di ‘regate’ di KiteSurf che vedo prima di tutto uno sport di ‘figura’ che come tale potrebbe certamente avere la vera attenzione del giovane pubblico.
    Mi sembra evidente che in tutto questo la ‘struttura’ olimpica delle classi e delle discipline veliche possa essere un ostacolo e che proprio per un problema di ‘struttura’ si sia tentati di far nascere una classe olimpica di regate di Kitesurf che nel tentativo di accontentare tutti (e di far coesistere 2 mondi separati per definizione) non soddisfi né i ‘rider’ né i ‘sailor’.

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