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Emirates Team New Zealand won the 35th America's Cup vs Oracle Team Usa 7-1

Bermuda– I kiwi che fecero l’impresa sono dei ragazzi giovani e di talento. Sì, perché battere la superpotenza oracliana su una barca da loro ideata, pensata e quasi interamente costruita (nel cantiere neozelandese di loro proprietà), con le regole “auto-modificate-a-piacimento” è più che un’impresa. Si tratta di un capolavoto sportivo e tecnologico con pochi precedenti nella storia della Coppa e della vela in generale. Ed ecco, quindi, che il più longevo Trofeo di tutti gli sport, l’America’s Cup, torna nelle mani di un intero popolo, quello neozelandese, che certamente la rilancerà riconsegnandola alla moltitudine di velisti o appassionati che sempre l’hanno seguita.

Da sinistra: Dalton, Burling, De Nora e Ashby con la Coppa. Emirates Team New Zealand won the 35th America’s Cup vs Oracle Team Usa 7-1. Foto Borlenghi

Si sentono già dichiarazioni d’intenti. Solo ieri Ernesto Bertarelli di Alinghi, Riccardo Bonadeo di Azzurra e Mascalzone Latino si sono affrettati a far sapere la loro soddisfazione per la vittoria neozelandese. Paul Cayard, nel suo commento notturno, ha scritto di aspettarsi almeno una dozzina di team di cui 9-10 arriveranno a una vera sfida. Come sarà la nuova Coppa, la numero 36 di una storia iniziata 166 anni fa, lo sapremo tra qualche settimana, quando Emirates Team New Zealand e Luna Rossa, il nuovo challenger of record, avranno iniziato a scrivere il nuovo Protocollo. Se sarà un monoscafo planante sui 70/80 piedi o di nuovo un foiling cat, se avremo una probabile regola della nazionalità e se la barca sarà, come detta il Deed of Gift, costruita nel Paese di appartenenza dello yacht club che lancia la sfida, andrà comunque bene. Si percepisce un’aria nuova, fresca e pulita intorno alla Coppa, per un decennio intossicata dalle manovre oracliane. Ma c’è stato comunque del buono dalla Coppa numero 35 alle Bermuda, e quel buono sarà comunque tenuto in conto da Grant Dalton, Matteo De Nora e kiwi al seguito.

Patrizio Bertelli e Agostino Randazzo (CV Sicilia) festeggiano la vittoria kiwi. Foto Borlenghi

La velocità stupefacente dei foiling cat segna un precedente che non potrà essere dimenticato. Le rolling foiling tack, le virate in volo con rollio, di ETNZL rimarranno nella storia della vela per efficienza, così come lo spettacolo di Peter Burling al “volante” dell’AC50, in assoluto controllo del mezzo in ogni situazione. Prima di parlare del futuro, quindi, occorre celebrare con i dovuti e meritati onori Emirates Team New Zealand.

Sono loro, infatti, i giovani cavalieri che sfidarono il Golia superpoderoso. E lo hanno fatto con la creatività del sangue giovane ancora non corrotto dai denari che circolano nell’ambiente Coppa. La tenacia di vincere questa Coppa, che a loro sfuggiva dal 2003 quando gli fu tolta da Alinghi di Ernesto Bertarelli, si è mantenuta negli anni, anche dopo la quasi-vittoria del 2013, in cui un 8-1 diventato 8-9 avrebbe potuto annichilire chiunque. I kiwi sono stati capaci di ricominciare dal meglio, ovvero dal talento, che loro, Nazione velica per eccellenza, producono in modo continuo e costante. Nelle due isole agli antipodi nascono e crescono continuamente nuovi talenti. Si pensi che Peter Burling e Blair Tuke, a 26 anni, hanno già vinto un argento e un oro olimpico in 49er e l’America’s Cup. Solo quattro anni fa Burling vinceva la Red Bull Youth America’s Cup a San Francisco. Adesso ha vinto il massimo trofeo velico, diventando il più giovane timoniere a riuscirci.

Peter Burling. Foto Borlenghi

L’assoluto controllo, sia al timone sia in sala stampa, di Buirling ha del sensazionale. Centrato, capace di resistere alla pressione, come solo i vincenti delle classi olimpiche possono risucire a fare. E qui Jimmy Spithill capirà forse che la scelta di fare solo Coppa e di non misurarsi mai con la piramide iperverticale della vela olimpica, ne ha limitato il talento e la capacità creativa. Molti soldi ma meno gloria, dipende da come si guardi il mondo… E quello dei kiwi è un pianeta di terra e acqua sano e affascinante, dove il Davide velico è capace di vincere una sfida impossibile grazie all’applicazione e alla scelta delle migliori energie creative nei ruoli giusti. Il guru Grant Daltron lo ha detto ieri in conferenza stampa finale: “Abbiamo scelto i migliori giovani nei ruoli chiave del design team e dell’equipaggio. Gente con voglia di vincere e che poteva dare effettivamente qualcosa di nuovo”.

Alla faccia dell’innovazione… vedere Aotearoa sfrecciare a 26 nodi in bolina e a 35 in poppa con appena 9 nodi di vento, godere dell’efficiente posizione aerodinamica dei ciclisti-grinder, apprezzare la stabilità del volo e il controllo totale di Burling, resterà come uno dei momenti incancellabili nella storia della vela. E tutto questo è stato fatto da una Nazione di quattro milioni e mezzo d’abitanti, con meno della metà del budget del defender. Due isolone grandi più o meno come l’Italia distanti un giorno di volo da tutto.

Eppure laggiù si è avuto il coraggio d’innovare, la capacità di rispondere alla solita domanda sul come fare a far andare più veloce una barca, qualunque essa sia. Grant Dalton ha saputo delegare ed eclissarsi durante le regate per il bene del team. Matteo De Nora, che ieri sembrava felice come un bambino neozelandese che sale per la prima volta in barca a vela, ha dato l’input manageriale. I molti italiani nel team, da Max Sirena a Gilberto Nobili e Giordana Pipornetti, hanno contibuito a quel mix latino-anglosassone in salsa kiwi che già aveva iniziato a funzionare nelle passate collaborazioni con Luna Rossa. I veterani sapienti, i Murray Jones, Rod Davis e Ray Davies, rientrati sotto il Monte Cook dopo le esperienza multinazionali, hanno dato quell’esperienza che i giovani leoni hanno saputo immagazzinare rapidamente, con l’energia delle menti fresche.

Semplicemente, e non poteva che riconoscerlo lo stesso James Spithill, Emirates Team New Zealand è stata migliore in tutto, dalla progettazione alla gestione dell’energia a quella della pressione e della comunicazione. Lo sport ha vinto sull’arroganza. I kiwi si meritano questa Coppa e il movimento velico internazionale merita i kiwi. Ci voleva una boccata d’aria fresca al termine di una lunga bolina in mari incrociati. Well deserved guys. Aotearoa, l’Isola dalla lunga nuvola bianca, ha vinto. Mai come questa volta se l’è meritato e questo è un bene per chiunque ami la vela.

La gallery di Carlo Borlenghi/BMW:

8 COMMENTS

  1. Ma che distribuzione di peso hanno questi catamarani??? Guardando la foto di Aotearoa mentre è sollevata dalla gru si nota che i fascioni sono molto avanti, addirittura ben davanti ai foil e per essere equilibrata li davanti ci deve essere un sacco di peso.

    • Effettivamente per sollevare gli AC45 e derivati si usa solo una fascia per scafo, posta molto in avanti. Ma per la sequenza di montaggio dell’ala sulla piattaforma prima del sollevamento della barca completa, il cavo della gru viene fatto passare attraverso un anello sull’ala vicino all’attacco delle sartie alte. Queste sono quindi messe in tiro dal sollevamento ed equilibrano il tutto

      • Vedi che c’era il trucco??? Anche a guardare le immagini di quando alavano i cat l’effetto era straniante perché era incomprensibile come facessero a non sfracellarsi al suolo.
        Grazie della chiarissima spiegazione.

  2. Non c’entra nulla: in questo mese ho letto moltissimi articoli, sia in italiano che in inglese, ma non ho trovato una sola analisi sui motivi della disfatta di Ben Ainslie, se possibile qualcuno potrebbe spiegarci come un team con un budget cosi alto e con velisti cosi bravi sia riuscito a fare così male?

    • Il mio pensiero: ha fatto male ma relativamente a Team New Zealand. Non ci fossero stati i neozelandesi BAR, Artemis ed Oracle se la sarebbero giocata alla pari. Ma il problema per tutti i sindacati è stato che ETNZ c’era, ha aguzzato l’ingegno ed ha presentato un mezzo innovativo: aveva la barca più veloce di tutte e li battuti tutti tutti quanti, uno dopo l’altro.

      • Esatto Ludo e Michele. ETNZL è vstato migliore in tutto e, visto con il senno di poi, Oracle probabilmente avrebbe faticato anche a superare Artemis. Ben Ainslie ha peccato un po’ di progettazione, rincorrendo la prassi senza rischiare e innovare come hanno fatto i geniali e umili kiwi. In più, fondate voci dicono che vi sarebbe stato un errore iniziale di calcolo nelle variabili idrodinamiche, che ha poi influito nelle scelte progettuali. Non sapremo mai la verità, ma certo è che Ben Ainslie ha fallito. Ma forse è più corretto dire che sono i kiwi ad aver vinto. Su tutti.

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