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Il 470 italiano di Ferrari-Calabro'. Foto Sailing Energy

Sarasota, Usa- “Prima che tu rivoluzioni il mio mestiere, voglio accertarmi che tu conosca il mio mestiere”. La frase che George Clooney pronuncia contro una giovane consulente rampante, nel fortunato film “Tra le Nuvole”, si potrebbe adattare perfettamente all’attuale situazione di World Sailing. In questi giorni all’Annual Conference di Sarasota si sta decidendo il futuro della vela mondiale. Esagerato? Non proprio, e cerchiamo di capirne qui le ragioni.

Il 470 italiano di Ferrari-Calabro’. Foto Sailing Energy

L’attuale Esecutivo di World Sailing, guidato dal CEO Andy Hunt e dal presidente Kim Andersen, si e’ messo in testa di trasformare quella che era la federazione mondiale della vela, prima IYRU e poi ISAF, in un’azienda con una governance professionista dedicata al marketing e all’aspetto commerciale. Detto in parole diverse, il governo della vela mondiale formato dall’unione delle varie federazioni nazionali (sono 145 a oggi) e delle varie associazioni di classe riconosciute si sta staccando sempre piu’ dalla realta’ del movimento velico, aumentando la spaccatura tra grande vela professionale e realta’ dei praticanti sparsi in tutto il mondo.

A farlo e’ un non velista, il CEO Andy Hunt, che proviene dal rugby e dagli ambienti dello sport marketing britannico, portato nell’allora ISAF da Carlo Croce. L’attuale presidente, il danese Kim Andersen, succeduto proprio a Croce due anni fa, ne sta assecondando alcune scelte. Fin qui nulla di strano, visto che il marketing e la promozione della vela dovrebbero essere tra gli scopi base della federvela mondiale. Il problema nasce dalle scelte operative e dalla trasparenza di gestione, che sull’aspetto finanziario e procedurale sta subendo una dura critica da parte di ambienti velici legati a una visione piu’ tradizionale e volontaria della cosa velica.

La mossa dell’ultim’ora, quella di rimettere in discussione con due Submission urgenti le scelte sulle classi olimpiche per il 2024 fatte al Mid Year Meeting dello scorso maggio, e’ solo la punta di un’iceberg molto piu’ grande. In pratica si sconfessa, come non praticabile, la scelta del “mixed dinghy event” e si propone di sostituirla con un “Mixed offshore keelboat event”. Su questo saranno chiamati a votare il 2 novembre il Council, che con una maggioranza del 75 per cento dovra’ autorizzare la votazione, e l’Assemblea Generale.

Per seguire in streaming i lavori del Council il prossimo 2 novembre:

A sconfessare l’operato del Board e’ arrivata nei giorni scorsi anche una presa di posizione da parte di Ng Ser Miang, potente ex vice presidente di World Sailing adesso passato al CIO, che parla di mancato contatto con la realta’ per quanto riguarda la pretesa di inserire nel programma olimpiche discipline non praticate e senza alcuna reale base. Qui sta proprio il cuore del problema.

La vela e’, piu’ di tutto, una disciplina di partecipazione e di condivisione. E’ bello farla, insomma, piu’ di quanto sia bello vederla, anche se esempi recenti dimostrano come, se ben ripresa e commentata, la vela possa attirare anche un interesse generale al di la’ della solita tempesta acchiappa-audience. La recente Barcolana di Trieste in questo e’ stata maestra. Servono storie umane, atleti da raccontare, capacita’ di spiegare i contenuti tecnici in modo semplice ma nulla, proprio nulla, sara’ in grado di raggiungere la pienezza e l’appagamento di una bella veleggiata in proprio. Non si tratta, quindi, di uno sport da tifare ma di una splendida attivita’ da praticare… Fare Vela appunto, se ci passate la battuta. Certo, e le notti magiche di Luna Rossa insegnano, anche nella vela il grande evento con identificazione nazionale puo’ arrivare a coinvolgere milioni di appassionati. Ma chi pratica la vela, da sempre o da neofita magari attirato proprio dall’avventura di una sfida oceanica o dalle sfide dell’America’s Cup, sempre preferira’ un’uscita o una regata anche sociale a un pomeriggio sul divano a seguire una regata fatta da altri.

Proprio questo aspetto, l’esistenza di un movimento di base di praticanti a tutti i livelli e su tutte le barche, costituisce il vero motore dello sviluppo velico. Il tutto si manifesta nei circoli velici e nelle varie classi. Sono questi i centri di sviluppo, che portano nuovi adepti nelle scuole vela e li gestiscono poi nella crescita agonistica. E sono loro, i velisti, che sostengono il mercato comprando barche, vele, attrezzature, abbigliamento, posti barca e, perche’ no, un giorno anche un viaggio magari a Cowes per assistere al Fastnet, a Saint Malo’ per la partenza del Rhum o ad Auckland per la prossima America’s Cup. Sono loro che tengono in vita i club, che poi formano parte della federazione nazionale che, a sua volta, costituisce World Sailing.

La vela d’altura sta ottenendo buoni numeri nelle ultime stagioni. Qui Endlessgame alla RMSR: Foto Falcon

E quale attivita’ reale si fa nei circoli? Le classi dai numeri piu’ alti sono sempre le solite, Optimist, Laser e 420. Barche semplici e accessibili, che costituiscono poi la base per passare a barche piu’ complesse e aduite: 29er, Finn, Snipe, skiff vari, monotipi e altura. Dipende dal fisico, dai denari e dalla passione. Queste ultime come armatori o come membri dell’equipaggio. Insomma, e’ evidente come si parta da una base per poi, con una piramide sempre piu ripida, selezionare i migliori che andranno alle Olimpiadi o entreranno nella vela professionistica.

Proporre una barca offshore mista per assegnare una medaglia olimpica non tiene conto di molteplici fattori: sicurezza, come impedire azioni non regolari, accessibilita’ di Paesi non ricchi al programma agonistico nel quadriennio, visibilita’ concreta dell’evento che, durando due o tre giorni, sarebbe mal digeribile dall’imperante TV che segue l’Olimpiade. E, non ultimo, il rispetto delle norme anti-trust, visto che necessariamente dovrebbe trattarsi di un ennesimo one design.

Il 29er, una delle classi che e’ maggiormente cresciuta nelle ultime stagioni. Foto Giolai

Va detto che la causa anti-trust in atto contro World Sailing e’ arrivata all’ufficio che regola la libera concorrenza della Commissione Europea, che sta indagando e che, secondo quanto risulta a Fare Vela, ha gia’ sentito alcune delle parti. La questione e’ potenzialmente in grado a rovesciare il tavolo di WS, visto che dal 1996, anno d’introduzione del Laser one design, si e’ arrivati via via a ridurre il numero delle classi multi cantiere a due (470 e Finn. guarda caso proprio quelle sotto attacco dal board di WS) inserendo monopoli che sarebbero contrari al libero commercio internazionale e a detrimento degli utenti finali, i velisti, che vengono sovraccaricati con costi aggiuntivi e spese accessorie. Si badi bene che la questione NON riguarda il Laser o il 49er o il Nacra 17 in se’, ma la possibilita’ o meno che chi lo voglia possa costruire una barca nel rispetto delle regole di stazza, pagando le dovute royalty al detentore del marchio, e il mercato poi orientera’ gli acquisti verso le barche migliori come costruzione. E’ noto che la lobbying in sede di classi olimpiche e’ sempre stata attiva. Interessi, veti, alleanze sono sempre state all’ordine del giorno, ma sono sempre anche state il risultato visivo di un reale movimento di base. La classe RS:X ha gia’ deciso di aprire la produzione e si parla anche di un prossimo windsurf foil per il 2024.

Le classi e i circoli, dicevamo. La corsa alla vela iperveloce pone delle problematiche di costi e di sicurezza non indifferenti. Chi regata in Moth, splendida barca capace di regalare emozioni forti? Chi ha buone disponibiltia’ economiche e chi ha molto tempo da investire negli allenamenti per carpirne i segreti. Sapete che il rapporto tra gommoni degli allenatori e barche di un Nacra 17 foiling olimpico e’ quasi di 1:2, ovvero un gommone per due barche… alla faccia della Sustainability di cui si fa bella World Sailing. E anche così sta aumentando la lista degli incidenti, che hanno visto coinvolti anche alcuni equipaggi di punta italiani, con il bravo coach azzurro Ganga Bruni spesso protagonista di efficienti soccorsi in acqua. Chi potrebbe permettersi tale sforzo a livello di circolo? Nessuno. Così come non sarebbe buona pubblicita’ per la vela far tornare ragazzini adolescenti a casa con tagli ai piedi o contusioni un allenamento si’ e uno no.

La disciplina piu’ in salute del momento e’ la vela d’altura offshore, che presenta flotte in crescita un po’ a tutti gli eventi. La si fa, nel 95 per cento dei casi, con monoscafi tradizionali. Certo, ben preparati e veloci come dimostrano le ultime 151 Miglia, Giraglia o Rolex Middle Sea Race, ma pur sempre barche classiche. Classi come il J/70 o la Star rivitalizzata dalla Star Sailors League fanno grandi numeri. E’ ovvio e avvincente che poi le grandi classi pro, come gli Imoca 60 o i multiscafi da grand prix o gli AC75, applichino il foiling e soluzioni tecnologiche all’avanguardia e portino sempre piu’ in alto i limiti della vela profesionale. Quella e’ la vela d’elite professionale, a cui appunto si arriva da una continua selezione partendo dalla base.

La Sailing World Cup limitata ai primi delle ranking e’ stata un flop e bene fara’ World Sailing a riaumentare le ammissioni gia’ a partire dal 2019, dove Genova costituira’ una tappa fondamentale. Le grandi classiche che hanno fatto la storia della vela, Hyeres, Kiel e Medemblick sono passate dagli oltre mille velisti a poche centinaia, con evidenti problematiche per l’indotto logistico in loco. La regata primaverile di Palma, che dalla World Cup, e’ restata fuori, ne ha addirittura tratto beneficio.

Perdere la massa dei velisti amatoriali e’ un rischio. I Ben Ainslie, i Giles Scott, i Robert Scheidt vinceranno sempre e comunque, ma la possibilita’ di condividere una linea di partenza con il campionissmo, anche una sola volta all’anno, e’ un elemento di promozione fantastico per la vela, unico sport in cui cio’ sia possibile. Pensereste mai di condivedere il campo da tennis con Roger Federer o quello da calcio con CR7? Impensabile. Nella vela, invece, lo si fa. Tutti sappiamo che il campionissimo lo si vede solo in partenza, ma anche solo esserci, lì in quell’attimo fuggente, e’ appagante così come lo sara’ condividere con lui una birra nei rilassanti post regata al bar del circolo. La vela non ha bisogno di mixed zone. Il campione parla con i velisti dilettanti. E’ parte di loro. Spiega le sue tecniche. I giovani velisti si immedesimano in lui e pendono dalle sue labbra e dai suoi movimenti… “mi compro la visiera di Scheidt… gli stecchati o i guanti di Ben…”.

Andy Hunt, il poco velista CEO di World Sailing, federazione mondiale della vela. Foto World Sailing

Ebbene, tutto questo a Andy Hunt, CEO strapagato di World Sailing, manca. Non lo sa, visto che non ne ha mai fatto parte. Gli manca la quotidianeta’ di un movimento che prospera della sua pratica. Il business per il business, mascherato da promozione commerciale, alla lunga serve solo alle tasche di chi ci lavora, non all’intero movimento. Si sta separando sempre piu’ la vela professionale da quella amatoriale. Inutile far finta che non sia cosi’. E’ quanto sta accadendo in questi mesi, per una visione rischiosa che, per dirne una, ha preferito pagare affiti quadruplicati in centro a Londra invece di investire nella base dei club.

Il pubblico della vela siamo noi che vela la facciamo. “Riconsegnare il governo della vela ai velisti” e’ lo slogan del gruppo che contesta il board. Ne fanno parte l’ex presidente Paul Henderson e un po’ tutti i media velici internazionali di riferimento.

World Sailing appare sempre piu’ un comitato d’affari volto a sostenere chi ne fa parte. I prossimi giorni a Sarasota chiariranno le linee che la vela prendera’ nei prossimi anni. E non e’ detto che ne esca tutta intera.

1 COMMENT

  1. E’ la medesima situazione che si prospetta in italia per coni servizi.
    Coloro che detengono potere e denari fanno solo il proprio interesse.
    Chi gestisce gestisca e chi paga controlli !!!!!
    E’ la base di ogni rapporto : chi spende NON DEVE e non può essere il controllore della spesa !
    Buon vento, sempre!
    Aldo Mingardi

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