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Matmut all'arrivo

Les Sables d’Olonne, Francia- La lezione del Golden Globe. Con Jean Luc van den Heede celebrato a Les Sables e Mark Slats impegnato a precedere l’ultima burrasca per arrivare senza rischi in porto, e’ il momento di trarre alcune lezioni da questo giro del mondo vintage.

Matmut all’arrivo

Slats e’ atteso per venerdì mattina, questo mercoledì gli mancavano ancora 212 miglia.

Innanzi tutto la parola “Race”. Van den Heede ha compiuto un’impresa marinaresca, girare il mondo in 212 giorni su un 36 piedi da crociera e’ davvero un tempo eccezionale. Si e’ notata la voglia, umana, di vincere la parte competitiva dell’evento, ma il Golden Globe non e’ ufficialmente una regata. La Federazione francese non gli ha concesso per motivi di sicurezza tale status, tanto che i circoli a essa affiliati non possono esservi coinvolti. Il Golden Globe era e si e’ dimostrata una grandissima avventura umana e di navigazione, che van den Heede ha interpretato nel migliore dei modi, da gran marinaio qual’e’. Del resto uno che ha fatto due Vendee Globe, sei giri del mondo, che detiene ancora il record per il giro in senso contrario, non poteva, a 73 anni, che esaltarsi in un’impresa del genere. Lui stesso ha definito ieri i suoi due Vendee, come “un warm up per questo Golden Globe”.

Ecco perche’ la parte agonistica, e le piccole polemiche sul routage o meno alimentate da alcuni media, lasciano secondo noi il palcoscenico all’impresa marinaresca. Quella di van den Heede, Slats e degli altri tre solitari ancora in mare.

Mark Slats, atteso venerdì a Les Sables

Improponibile e’ poi il paragone tra il tempo di van den Heede, 212 giorni, e quello di Sir Robion Knox-Johnston sul Suhaili nell’edizione originale del 1968-69. Il giro del mondo vintage nel 2019, anche se affrontato con barche a chiglia lunga e senza elettronica, partiva comunque anni luce avanti all’impresa oroiginale, dove davvero si sfido’ l’ignoto in termini di rotte e resistenza umana. Basta dare un’occhiata alla bella ed efficiente randa steccata o al bel taglio dello spi di Matmut, il Rustler 36 di van den Heede, per capire che, vintage o no, si tratta di due ere geologiche diverse. Si spiega così che nei 212 giortni impiegati da van den Heede per completare il giro del mondo, Sir Robin non era ancora arrivato a Capo Horn.

Robin Knox-Johnston sul Suhaili nel mitico Golden Globe del 1968-69

La lezione del GGR e’ quindi soprattutto tecnica e di navigazione. Le barche lente, capaci di medie sui 5 nodi, circa 120 miglia al giorno, sono piu’ soggette ai fronti. Non hanno, cioe’, la capacita’/velocita’ di posizionarsi rispetto ai fronti del Southern Ocean in arrivo. Non rispettano l’equazione velocita’ uguale sicurezza della moderna vela. Da qui l’alto e prevedibile numero di ritiri e di “scuffie”, capovolgimenti a 360 gradi, capitati nella flotta, ridotta a soli cinque navigatori ancora in regata rispetto ai diciassette partiti. Capriole, insomma, non se ne sentiva parlare dagli Anni Settanta, dai tempi eroici del “Basta una volta” o dell’epica alla Vito Dumas.

Dettaglio sulla riparazione alle sartie basse effettuata da van den Heede in oceano

Portare barche lente nel Southern Ocean e’ sempre un rischio. Il giro del mondo e’ fattibilissimo, con una barca e uno skipper preparato, ma le rotte logiche sono altre, e passano un po’ piu’ su dei Quaranta Ruggenti. E qui, si arriva alla motivazione, alla sfida umana che resta il vulnus, romantico ma anche profondamente umano, e il fascino del Golden Globe. Un giro per tutti, in teoria, visto che in molti lo avevano sognato ma poi i diciassette partiti sono tutti marinai di provata esperienza o sportivi abituati alle imprese difficili. Un giro per dimostrare a se stessi di aver fatto qualcosa di straordinario dal punto di vista marinaresco. Non si spiega altrimenti il senso di avere interi oceani di distacco tra il primo e il terzo o il quarto. Con van den Heede in porto a Les Sables, il terzo, l’estone Randmaa, deve ancora passare l’Equatore a Fernando de Noronha e il quinto, il finnico Lehtinen, deve ancopra passare Capo Horn.

Navigare, quindi, su una barca normale intorno al mondo. I duecentocinquanta/trecento giorni consecutivi di mare sono un test fondamentale per barche, per tecniche di navigazione che proprio la lentezza media delle barche, così vicine a quelle che tutti noi usiamo nella stragrande maggioranza dei casi, rende prezioso. Usura dei materiali, quali vele usare, gestione dell’energia, riposo, alimentazione, tenuta psicologica. Un test enorme che di agonistico avra’ poco ma che di umano ha senz’altro tutto.

Resta la domanda sul perche’ chi compie per la prima volta un giro del mondo in barca a vela non sogni di farlo fermandosi a visitare isole splendide e lontane o luoghi ameni di grande civilta’. Questa e’ una risposta privata a cui tutti possiamo rispondere in modo differente.

van den Heede festeggia all’arrivo a Les Sables

La regata vintage nel 2019, invece, fa dubitare. Il confine legittimo dell’uso della comunicazione elettronica e’ quanto mai sottile. Il satellitare c’e’ ma si puo’ usare solo in alcuni casi per essere contattati dal Quartier Generale di Don McIntyre. Sir Robin non ce l’aveva… e la radio SSB per parlare con i radioamatori era essenziale. Per cui che senso ha mettere una benda a uno skipper in un mondo così interconnesso che si sono monitorati pure gli intercalari francesi trasmessi da van den Heede? Se il mondo del 2019 ha nella facilita’ di comunicazioni un motivo di sicurezza, non si vede perche’ impedirne l’uso a skipper che comunque navigano su barche che fanno, quando va bene, 140 miglia al giorno. Da qui il non senso, a nostro modo di vedere, di sanzioni o penalizzazioni, quando basta un GPS su un orogologio per sapere dove ci si trova. Semplicemente, VDH, Slats e gli altri, anche il nostro Francesco Cappelletti che ci ha provato, sono grandi marinai spinti dalla voglia di misurarsi con i propri limiti. Che poi sia insito nella natura umana cercare di arrivar primo e’ cosa scontata.

Van den Heede, e con lui Mark Slats, hanno compiuto una grande impresa marinaresca e per questo saranno ricordati. Chapeau.

 

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