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L'argentino Facundo Olezza sommerso da un frangente in planata durante la Medal Race dei Finn a Palma. Foto Deaves

Palma di Maiorca- Ha fatto discutere la giornata delle Medal Race al recente Trofeo Princesa Sofia di Palma. Sabato 6 aprile, vento sui 20-25 nodi nella Baia di Palma, onda significativa. Regatano Finn, Laser, 470 e windsurf. Restano a terra Nacra 17, 49er e FX.

Chi regata offre spettacolo vero, con planate, spruzzi, duelli tra i frangenti, muscoli che gemono e barche che si trasformano in protesi umane. Il paradosso e’ che le barche definite “vecchie e lente” sono tutte in mare, quelle “moderne e veloci” tutte a terra. Quella seaworthiness, traducibile in italiano come aggettivo “barca marina”, non e’ piu’ un valore della nuova vela che World Sailing sta cercando di proporre? O, meglio, si sta inseguendo una “Unseaworthiness” fatta da barche velocissime ma che non possono navigare con appena due metri d’onda?

L’argentino Facundo Olezza sommerso da un frangente in planata durante la Medal Race dei Finn a Palma. Foto Deaves

La vela olimpica, e sportiva in genere, e’ cresciuta nel mito di grandi imprese e luoghi leggendari: il Mondiale Star di Laredo, in Cantabria, le Olimpiadi di Busan, in Corea, i Mondiali a Cadice o Cascais, con le ondone oceaniche che ti gettavano in faccia tutto il possente respiro dell’Atlantico. Il Mondiale Soling di La Baule, in Bretagna. Le ondone di Anzio. La Baia di Port Phillip a Melbourne. La Coppa America a Fremantle. Le correnti della Manica o di La Rochelle. Imprese epiche e regate durissime, dove una prova durava quasi due ore, con lati al vento di quasi due miglia. Oppure i vecchi triangoli olimpici, con i laschi che massacravano le braccia dei prodieri. Il mondo cambia e va bene così. I bastoni al vento si sono accorciati. I laschi abbandonati.

Poi qualcuno ha pensato che la vela dovesse essere cambiata ancora per diventare appetibile. Barche sempre piu’ veloci, volanti, ma che di marino hanno sempre meno. Attrrezzi divertentissimi, adatti pero’ a laghi dall’acqua piatta o a baie riparate. E via così, sempre piu’ al caldo riparo e sempre meno in mare aperto… La vela deve essere portata vicino alla gente, dicono. Mah… Solo chi non ha mai navigato puo’ pensare che la vela sia una disciplina da vedere e non da fare. Che il suo fascino stia nel vederla piuttosto che nel provare l’abbraccio del vento e del mare su barca e uomo in simbiosi. I kite, fighissimi sia chiaro, escono dal mare e ci scivolano sopra. L’acqua si trasforma in terreno di giochi e perde il suo significato d’elemento vitale da interpretare e vivere. I video velici sono sempre piu’ incentrati su scuffie, planate, capitomboli da circo. Effimeri godimenti da youtuber della durata di un orgasmo precoce.

L’assurdo lo si raggiunse ai Giochi di Rio 2016, quando le regate in oceano di fronte a Copacabana, furono tra le piu’ belle mai viste in epoca recente. Vento a 25/28 nodi, onde oltre i due metri: Finn, 470 e Laser dettero spettacolo ma, a parte qualche decina di velisti, allenatori, fotografi e giornalisti (tra cui chi scrive) non se ne accorse nessuno, perche’ le tanto ricercate televisioni avevano deciso di riprendere le regate degli skiff nell’acqua piatta e nei venti instabili all’interno della Baia. Le piu’ belle immagini che si potessero desiderare, uno spot eccezionale, semplicemente mancate perche’ qualcuno aveva ritenuto che un bollettino meteo non potesse dare indicazioni valide all’efficacia di un palinsesto. Un’occasione irripetibile. Persa. Un po’ come se il videoamatore che riprese l’omicidio di Kennedy a Dallas, dopo il primo sparo, si fosse girato dall’altra parte, invece di riprendere la storica sequenza.

470 donne inglese nelle prove in oceano a Rio 2016. Foto Renedo

Fatto curioso e’ che pare che la lezione non sia servita. Anzi. Si prosegue nella caduta, ridefinendo sempre piu’ una vela in cui l’arte marinaresca e la capacita’ d’affrontare il mare sono secondari rispetto all’effimera velocita’. Intendiamoci, il foiling e’ un’innovazione eccezionale e va benissimo. Appassiona e diverte, ma non puo’ essere considerato il solo “nuovo” modo di andar a vela, come se secoli d’evoluzione velica semplicemente fossero considerati come residui tecnologici del secolo scorso.

I migliori velisti al mondo, quelli delle classi olimpiche, possono e devono navigare e regatare in condizioni estreme. Vi sono barche che lo fanno, vedi Finn, 470, Laser o windsurf come appunto successo a Palma. Altre che oggettivamente sarebbero a rischio, come i Nacra 17 foiling, che infatti (e opportunamente) vogliono anche cambiare alcune regole di regata allo scopo di garantire maggior sicurezza, o i 49er. Oppure si toglie il Finn che ha fatto la storia della vela per mettere una barca mista per regate d’altura, spacciando una costiera con bonacce agostante per la course au large che tanto appassiona. Business is business, ma… conviene all’intero movimento?

Ricordiamo la storica Medal Race di Qingdao 2008, dove i Sibello persero l’Oro per una scuffia. Il Monsone picchiava duro e tutti gli skiff si ribaltarono almeno una volta. O un altro Trofeo Sofia dii alcuni anni fa, quando i Nacra non ancora foiling prima di puggiare alla boa di bolina aspettavano l’onda giusta, con surreali secondi prua al vento mure a dritta prima dell’attimo decisivo. Vittorio Bissaro era un maestro nella manovra, altri finirono in tuffo di prue. Insomma, bella la velocita’. Non c’e’ dubbio. Ma belle anche le barche che sanno e possono affrontare mare grosso in sicurezza.

Andy Hunt, il non velista CEO di World Sailing, certamente non sara’ interessato a queste considerazioni. Probabilmente le considererebbe un residuo nostalgico di qualche appassionato di vela in eta’ avanzata. Chissa’…. Se analizziamo pero’ anche i numeri della vela di base, in Italia la classe Optimist pare abbia perso solo nel 2019 circa duecento praticanti, o i numeri delle classi piu’ diffuse, scopriamo che la vela marina esiste ancora, ed e’ la piu’ praticata, ma rischia di ridursi in diretta proporzione all’avanzare dell’eta’ dei suoi praticanti.

Il mito dello sport consiste anche nell’emulazione delle imprese dei grandi campioni. Non e’ un caso che la vela d’altura di medio e lungo raggio continui ad avere numeri eccellenti o che nei circoli, vero centro vitale della filiera velica (molto piu’ delle agenzie di marketing care ad Hunt), le imprese dei grandi velisti fossero raccontate e apprese. Lo sara’ sempre meno? A forza di andar veloce la vela perdera’ il suo fascino?  Certamente appare strano che dei velisti olimpici preparatissimi non possano navigare in condizioni difficili sì ma non estreme, con delle barche dotate di status olimpico. E, si badi bene, la decisione di non farle regatare e’ stata anche giusta. L’uscita dalla spiaggia di El Arenal era oggettivamente difficile (ma i 470 sono stati varati da quella stessa spiaggia) e ci sarebbero probabilmente state molte scuffie e avarie.

Pazzesca foto di Marit Bouwmeester, la campionessa olimpica dei Laser Radial e argento a Palma, durante la Medal Race di Palma. Foto Renedo

Resta il fatto che l'”Unseaworthiness” non sembrerebbe una grande conquista per la vela, così come la necessita’ di un rapporto quasi di uno a uno tra gommoni allenatori e barche olimpiche. La capacita’ di affrontare e reggere il mare in sicurezza e’ sempre stata una delle caratteristiche della vela. Il nuovo foiling SSL degli Imoca o dei Figaro’ 3 dimostra che si puo’ volare anche tra le onde oceaniche. Appare strano che non possano farlo delle derive olimpiche nella Baia di Palma, Baleari, nell’aprile del 2019.

2 COMMENTS

  1. Caro Michele, hai detto tutto tu.
    Lo sappiano dagli ultimi tempi di Croce: siamo in mano ad autentici incompetenti che non hanno alcuna considerazione per i valori sportivi.

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