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Valencia, Spagna- Luca Devoti ha annunciato recentemente la sua candidatura al Board di World Sailing, ovvero a uno dei posti di vice-presidenza della federazione mondiale della vela. Pre-candidati italiani, oltre a lui, sono anche Riccardo Simoneschi e Walter Cavallucci.

La fine del lockdown e la crisi finanziaria e di idee in cui versa World Sailing comportano necessariamente il classico adattarsi cambiando o rischiare la decadenza. I temi di discussione sono quindi molti, dalla diffusione delle classi, dal formato degli eventi, dall’equilibrio tra innovazione e sostenibilità, al ruolo centrale dei circoli e della socialità.

In questa approfondita intervista ascoltiamo l’opinione dell’olimpionico di Finn ed ex skipper di Coppa America Luca Devoti, che abbiamo sentito da Valencia, città dove è rimasto a vivere dopo l’America’s Cup del 2007 e in cui esercita la sua attività di coach.

Fare Vela Buongiorno Luca, come sta andando la fine del lockdown a Valencia?
Luca Devoti Il lockdown è stato complicato. Una reclusione molto forte qui in Spagna, non hanno lasciato uscire i bambini per sessanta giorni. E’ stato duro e per gli atleti particolarmente, soprattutto per quelli qualificati per le Olimpiadi. Qui ne abbiamo tre (i finnisti di Argentina, Messico e Venezuela, Ndr), che si allenano alla Dinghy Academy. Hanno perso le sicurezze, le certezze, l’obiettivo di quattro anni di lavoro e di una vita di passione. Quindi, ritornare alla vita normale è complicato, anche perché alcuni paesi hanno avuto una svalutazione della valuta, alcune federazioni sono rimaste senza fondi. I programmi sono da definire, senza avere delle regate certe che si andranno a fare. Il presidente del CIO ha addirittura messo in dubbio che le Olimpiadi si faranno il prossimo anno. Un periodo complicato, da gestire con serenità…

Però siamo tornati a navigare, a uscire in mare in condizioni fantastiche, anche perché il cambiamento di clima generato dalla riduzione dell’inquinamento dato dal lockdown ha permesso di avere termiche di venti nodi, aria pulita. Chiaramente Valencia è un porto commerciale e non avere avuto per due mesi le navi che entravano ha cambiato la qualità dell’aria in modo straordinario e il mare è meraviglioso. Bisogna, quindi, affrontare questo mare duro con attenzione, perché si rischia di farsi dei piccoli infortuni, dato che la pausa forzata è stata lunga.

 

L’intervista completa in video:

Fare Vela Iniziamo da un’analisi dell’attuale situazione di World Sailing.
Luca Devoti Diciamo che World Sailing è in un momento difficile. Dei cambi sono necessari. Hanno preso un nuoco CEO, David Graham, una persona di grande esperienza, corretto e onesto, con le migliori presentazioni. Speriamo che questa sia la prima decisione giusta su cui fondare una rinascita dello sport, che negli ultimi anni ha preso delle decisioni discutibili. A volte bizzarre e complesse, che non hanno poi portato risultati. Dalla costituzione della World Cup, che non ha funzionato, alle regate classiche, purtroppo indebolite proprio dal tentativo di costituire la World Cup. World Sailing tornerà più a essere un’organizzazione che regola lo sport, un servizio per lo sport più che un’organizzazione di eventi. Speriamo che si rilancino le varie regate del circuito preolimpico: Riva del Garda, Medemblick, Melbourne, Kingston in Canada e così via.
Un periodo interessante che porterà alla rinascita dello sport. Chiaramente ha anche delle difficoltà finanziarie, dovute a una gestione non tanto accorta che si basava su un programma d’espansione che non si è concretizzato. Ci sono una serie di problemi che richiedono una particolare capacità dal prossimo Board.

E’ anche un momento, però, che potrebbe permettere una ricrescita e un rilancio, come si cerca di fare in tutti i Paesi. Questo disegnare un nuovo futuro, sostenibile, che permetta a tutti di vivere meglio e utilizzare le nuove tecnologie. E’ anche un periodo molto interessante di ripensamento e di ristrutturazione ed è per per questo che ho pensato di candidarmi. Penso che a World Sailing manchi un’esperienza come la mia. Nell’attuale Board non c’è nessuno che abbia esperienza di costruzione, di psicologia. Ci sono grandi atleti e impresari di altri settori, ma non della nautica e quindi credo di poter essere un piccolo pezzo della ricostruzione. Per questo mi presento.

Fare Vela Alcuni sostengono che la vela abbia perso o stia perdendo un appeal tra le nuove generazioni e che, comunque, soffra di una crisi d’intentità. Concorda con tali affermazioni?
Luca Devoti Sì, anche se dobbiamo ricordarci che nel mondo abbiamo 800.000 giovani in Optimist che competono ogni anno. Competono, non navigano. Ed è comunque un numero importante. Il problema si pone quando arrivano a sedici anni e ne perdiamo 750.000 e ne restano solo 50.000. Secondo i dati della Star Sailors League a livello mondiale tra i 17 e i 20 anni regatano a livello ufficiale circa 50.000 giovani.
Questo accade anche perché non abbiamo gestito in maniera accorta il processo di crescita che si prevede per questi giovani. Di fatto non abbiamo barche per loro. Saltano dall’Optimist al Laser 4.7, che è un adattamento forzato di una barca per gente molto più grande.

Non c’è nulla per le donne di peso medio e leggero. Le ragazze si riducono al 13 per cento della popolazione di chi fa regate, una percentuale che si riduce molto rispetto a quella che hanno negli Optimist. Questo anche perché nelle derive, prima di arrivare a barche più grandi, non vi sono scafi per le donne, perché sono tutte derive per ragazze che pesano almento settanta chili, ma le ragazzine che escono dall’Optimist non hanno questa dimensione fisica. Ci sono idee nuove da promuovere, dei disegni facili da costruire, marini, di barche adatte.
Ridisegnare poi l’intero programma, più basato su regate nazionali. Rilanciare lo sport. Se pensiamo alla storia italiana, viene in mente Beppe Croce: quando introdusse i Flying Junior arancioni la FIV generò un’enorme crescita. Credo che il tessuto di appassionati sia ancora grande e se si propone un percorso più lineare e sensato il pubblico risponderà bene. Credo che ne valga la pena. Certo, bisogna imparare dai cambiamenti che sono intervuti nello sport. Fare cose facili, semplici. Bisogna anche pensare ad Hub con multiproprietà, con la possibilità di andare e affittare una barca che viene mantenuta da una struttura professionale e navigare con semplicità. Ripensare tutto e questo è il momento di farlo.

Fare Vela Qui in Italia la stessa FIV, per i prossimi tre mesi ha spinto molto per implementare l’attività dei circoli e quella di base nelle zone. Si è mai chiesto come mai, a parte Laser e Finn, non si riesce più a organizzare un campionato italiano di classe olimpica con più di dieci barche iscritte?
Luca Devoti L’Italia è come tutti gli altri paesi. Quando si va verso barche più difficili da gestire, meno marine, più veloci ma più fragili, più costose, dove è necessario avere sempre un allenatore accanto, ma non per dirti come navigare meglio la barca ma per garantirti la sicurezza, i costi orari esplodono. La complessità della gestione del mezzo aumenta ed è il contrario della semplificazione che sarebbe necessaria. Non è detto che la velocità sia il segreto per aumentare la base, anzi è il contrario. Abbiamo sport come il tennis, che ci insegnano questo molto bene: perché se il tennis non avesse aumentato la dimesione delle palline, e quindi reso la palla più lenta, oggi avremmo gente che, con le palline che usavano Panatta e Borg, servirebbe a 300 km/h. Le partite durerebbero solo decine di minuti e non giocherebbe più nessuno.

La velocità, che a tanti sembra il futuro, rende le barche pericolose e difficili da gestire e nessuno lascerebbe i propri figli a 12 anni su degli aggeggi su cui possono farsi male. Per questo l’Optimist è così popolare. Bisogna capire lo sport e, pur apprezzando una nicchia straordinaria come quella del foiling, capire che è una nicchia e pensare un percorso bello e facilmente gestibile, con derive che si montano in due minuti, che costano poco ma che non sono neanche dei plasticoni orrendi in popipropilene. Al momento non c’è questo materiale e poi manca la chiarezza nello sviluppo del percorso della carriera dell’atleta.

Si sono implementati così tanti cambiamenti, che ancora non si sa neanche se si realizzeranno perché la decisione del CIO (sulle classi di Parigi 2024, Ndr) è stata ritardata a dopo le Olimpiadi di Tokyo 2021 e quindi nessuno sa più neanche cosa fare. Abbiamo il caso di Marco Gradoni che forse andrà in 470 misto, ma non è una soluzione che lo entusiasma perché essendo uno di dimensioni piccole non ha nulla di veramente interessante su cui navigare. Questo ripensamento dalla parte degli atleti è fondamentale perchè abbia successo. World Sailing aveva fatto una commissione sullo sviluppo della vela, che proprio nella stabilità dava un punto importante. Chiaro che se poi ogni quattro anni cambi tutto, alla fine rischi di ritrovarti con niente. Il Coronavirus, in questo senso, è stata una cesura molto importante.

Bisogna prevedere classi nazionali propedeutiche alle classi olimpiche, visto l’eccessivo livello di specializzazionme, e fare quello che venne fatto con i FJ arancioni, per permettere che ci sia una base nazionale da cui poi attingere per le classi olimpiche. Questo a livello di derive, poi la scena delle barche grandi, offshore, mi sembra ben strutturata e ha una vitalità che non è in calo, anzi. E’ un momento in cui è necessario ripensare la maniera di gestire il nostro sport.

L’argentino Facundo Olezza sommerso da un frangente in planata durante la Medal Race dei Finn a Palma 2019. Foto Deaves

Fare Vela Certo, ma l’innovazione non si può bloccare. Dal suo punto di vista, come si può conciliare la sostenibilità con l’innegabile sviluppo tecnologico nella vela, che porta per esempio ai fantastici AC75 della prossima Coppa America ma con soli quattro team, agli Imoca foiling del Vendee Globe, con evidenti rischi in oceano ma anche prestazioni superlative, ad altri monotipi come il 69F gardesano? Come trovare un punto d’equilibrio tra la necessaria innovazione e la pratica?
Luca Devoti Beh, con una federazione che fa quello che dovrebbe fare, ovvero che guida lo sport. E che, quindi, permette sia lo sviluppo dell’attività di nicchia sia un sano sviluppo dell’attività di massa. Le due cose non sono incompatibili. E’ venderle come incompatibili che è un errore. Nulla impedisce di passare, quando uno vuole, a qualcosa di più complesso e performante, però ci deve essere un percorso sano e solido e bisogna recuperare la dimensione sociale dello sport e questo comporta anche un cambiamento di formato. Una riduzione delle ore in acqua. Ricollocare la parte sociale un po’ più al centro della disciplina. Andiamo verso l’ultra endurance, con tutti i problemi che questo comporta: nove ore in mare richiede una preparazione fisica lunga e dura, che quasi impedisce di studiare e lavorare. Beh, se vogliamo prendere solo i velisti che fanno solo quello ne avremo pochissimi. Se, invece, ci mettiamo a stare in mare tre ore al giorno, facciamo una o due prove corte e non è solo fisico, avremo molti più praticanti. Avremo gente che va all’Università, gente che lavora o studia, che si diverte a fare le regate.

Se prendi questa strada di ultra endurance e chiedi agli atleti se vogliono cambiare, loro ti diranno di no perché loro vincono e guadagnano attraverso le vittorie, proprio perché sono gli specialisti dell’ultra-endurance. Ma questo ci ha messo in un angolo cieco. Bisogna capire queste dinamiche e riposizionare la disciplina. Ricordarsi che il nostro è uno sport sociale e che tutta la parte di vita di club, con gli amici, è qualcosa di indimenticabile ed è quello che bisogna riportare. Occorre ripensare un po’ tutto e in questi momenti possiamo farlo ed è il momento di farlo.

Il 69F di Persico Marine, ormai prossimo alla sua prima stagione di regate

Fare Vela Viene in mente il famoso terzo tempo del Rugby. Quanto conta il dopo regata?
Luca Devoti E’ importantissimo, ma purtroppo si è perso. Quando uno sta nove ore in mare, arriva a terra distrutto, deve fare fisioterapia e deve andare a mangiare e dormire. Non c’è più il momento di aggregazione dopo la regata ed è per questo che va ripensato il formato. Il formato è più importante dell’attrezzo, a mio modo di vedere. Facilitare il contatto tra le persone e ampliare il numero di persone che possono fare lo sport. Non è che puoi dire a tutti di fare un’ultra maratona di 90 km nel deserto. La fanno in pochissimi, che si preparano per anni. Però tanti possono fare la corsetta di 5 km. Bisogna vedere dove ci collochiamo, più verso la corsetta di 5 km o quella di 90? Tanto vince, alla fine, sempre lo stesso, il più bravo. Però tanti altri si possono divertire.

La bellezza della vela è che tutti possono partecipare e, una volta, un salto di vento magari permette anche a chi non è così bravo di passare una volta a una boa per primo e di condividere un momento di gioia con gli amici dopo la regata. Dobbiamo capire cosa vogliamo dalla nostra disciplina.
Se andiamo verso dieci ore in mare, barche che costano una fortuna e richiedono uno shore team sterminato, che sono pericolose e velocissime, beh… non avremo nessuno che naviga, questa è la realtà.
Sarà bella la Coppa America con quattro barche e la guarderemo con grande passione ma non è quello un modello che possiamo estendere a milioni di persone.

Fare Vela Parliamo degli eventi, Olimpiade o no?
Luca Devoti Adesso dobbiamo fare le Olimpiadi del 2021. Credo che ci saranno, non penso che ci sarà una seconda ondata del Coronavirus e spero che si apra di nuovo il mondo ai viaggi. Non lo sappiamo con certezza, però, e dovremo attendere. Come aspirante candidato (non sono ancora aperte le nomine a candidato e occorrono 5 MNA presentatrici, Ndr) vorrei proporre, nel caso non ci dovessero essere le Olimpiadi, dei World Sailing Games. Ovvero che la comunità dei velisti, se non si potrà ritrovare in un momento importante come le Olimpiadi, si possa ritrovare in un evento proprio, a cui invitare anche altre classi, dai J70, alla Star, Soling, ai Melges, ai kite maschile e femminile, ai Moth, in modo da rilanciare tutta la comunità su una base nuova. E magari utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione per dare le medaglie. Bisognerà vedere chi potrà viaggiare. Vi sono paesi, come la Nuova Zelanda, dove a oggi neanche i team di America’s Cup riescono a entrare. Un periodo complesso e interessante, in cui dobbiamo essere pronti a ogni evenienza.

Rompere il ritmo magico dell’Olimpiade ogni quattro anni creerebbe una serie di problemi, perché con Tokyo 2021 seguita da Prigi 2024 non sarebbe facile conciliare le due campagne. I cambiamenti, con soli due anni e mezzo, sarebbero complicati e non è detto che il CIO li approverebbe. Gli atleti, poi, avrebbero dei problemi visto che normalmente il primo anno dopo i Giochi c’è uno stacco naturale. In questo caso, dopo una campagna di cinque anni, la pausa sarebbe necessaria ma arriverebbero subito le qualificazioni per quella dopo…

Fare Vela La World Cup ha fallito. I numeri non lasciano appello. Come ripenserebbe il circuito internazionale?
Luca Devoti E’ già stato deciso che la World Cup non ci sarà più. WS non i fondi per farla e organizzarla. E’ stata un flop epocale.. Non si è capita la natura dello sport, che è inclusivo e non esclusivo. Già l’idea di limitare le iscrizioni ha portato al fatto che, una volta limitate a 40, non ve ne fossero che una ventina per classe. Troppo costosa.
Il ritorno alle regate classiche è la proposta oggi sul tavolo. Non si può fare molto di diverso. Facilitare il ritorno alle regate classiche, facilitando anche la gestione delle regate stesse, riducendo i costi. Non si può pensare di portare una Giuria Internazionale da tutti i lati del mondo. Sarebbe interessante avere una Giuria nazionale piccola e un secondo livello di giudizio, dove uno se non è contento della decisione, paga una certa fee e ha accesso a una Giuria Internazionale d’Appello che si riunisce via Skype o Zoom, in modo da ridurre i costi. Praticamente si possono ridurre molto i costi, altrimenti rischiamo di non avere più neanche chi organizza le regate.

Fare Vela Quindi, in sintesi, lei propone “Una vela per velisti fatta da velisti”?
Luca Devoti Beh, per troppo tempo abbiamo avuto delle persone che avevano altre qualità, ma non quelle di conoscere nel dettaglio come si svolge l’attività e chi veramente sono gli attori.

Fare Vela Arriviamo agli Equipment e alla politica anti-trust.
Luca Devoti World Sailing ha implementato l’Anti-Trust policy, che comprende tutti i principi per il conflitto d’interessi e semplicemente va applicata. Questo rilancerà l’industria nazionale, che è fondamentale, soprattutto dopo la pandemia. Ciò darà nuova linfa, coloro che costruiranno i pezzi saranno anche i rivenditori, ci sarà un ritorno di passione e ci saranno migliore qualità e prezzi più bassi. Dobbiamo ricordarci che non è un caso che l’Optimist, con un disegno così semplice, sia comunque una barca che ha un numero di cantieri e velai straordinario, di alberai. E’ una classe che funziona e dalle cose che funzionano bisogna ripartire, senza cercare d’inventarsi qualcosa che non riesce a far scattare questo circuito virtuoso, mantenendo invece un concetto d’esclusività che non funziona.

La campionessa olimpica di Laser Radial Marit Bouwmeester. Per essere competitive in questa classe una ragazza deve pesare sui 68/70 Kg. Foto Renedo

Fare Vela Ma praticamente come si gestirebbe il conflitto d’interessi, che tra l’altro la vede anche coinvolto, visto il cantiere di cui è titolare.
Luca Devoti In un mondo piccolo come il nostro, tutte le persone di successo che hanno fatto qualcosa nella vela hanno costruito aziende, hanno quindi un conflitto d’interessi, hanno amici, attività ma sono risorse che ci vogliono perché sono di successo, perché sanno di cosa parlano. E’ evidente, però, che la trasparenza è la miglior terapia per il conflitto d’interesse. Bisogna che sia tutto dichiarato, chiaro, in legislazioni trasparenti. Che si sappia cosa uno ha e cosa uno fa. Non che vi siano proprietà in società offshore di cui non si sonoscono i beneficial owner. La trasparenza, la gestione e il rispetto della politica di conflitto d’interesse che World Sailing già ha è più che sufficiente. Sono comunque molto favorevole alla creazione di un comitato ad hoc per gestire questa problematica. Ben vengano le persone che hanno fatto qualcosa di buono nel nostro mondo, però devono essere trasparenti ed etiche perché quando uno accetta di avere un ruolo del genere non si lavora più per sé ma per la comunità dei velisti. Questo deve essere il nostro modo di fare e non si può essere troppo tolleranti su questo.

Fare Vela La riforma della Governance di World Sailing voluta da Kim Andersen è caduta per l’opposizione delle MNA. Come mai?
Luca Devoti In sé la riforma, se si aveva la pazienza di leggere le 350 pagine di cui era composta, aveva degli spunti interessanti ma è stata bocciata perché la si voleva imporre dall’alto. E’ stato il punto in cui le MNA hanno detto adesso basta, non possiamo continuamente accettare un’imposizione di scelte che non condividiamo. E’ diventato un punto che va oltre la Governance stessa. La si potrà migliorare ma bisognerà partire dal dialogo e mostrare una leadership attenta alle necessità di tutte le federazioni che compongono World Sailing, senza cercare di imporre un modello, per quanto buono esso sia, senza spiegarlo e senza consenso.

Dal punto di vista finanziario è evidente che c’è un problema e World Sailing ha chiesto un aiuto, un bail out, al CIO, che sta negoziando. Comunque bisognerà adattarsi alle realtà future che saranno meno ricche. Vi sono stime che vedono una diminuzione nelle sponsorizzazioni sportive fino a 17 miliardi di dollari nei prossimi anni. Ci sarà da adattarsi, ma non mi spaventa perché la base di appassionati, la base corinthian, la struttura dei club è talmente forte che basterà renderla partecipe per avere gente capace e competente per gestire lo sport.

Fare Vela Ricominciare dalla basi, quindi?
Luca Devoti Sono appassionato e il futuro della vela non può che essere roseo. Quando esco in mare, sia su un gommone sia su una barca a vela, io sono felice e credo che se riusciamo a trasmettere questo e diamo degli attrezzi semplici creando facilità d’uso, con hub d’educazione e di condivisione, avremo un futuro felice. Chiaro che bisognerà adattarsi ai tempi e capire quello che sta succedendo. La vela è uno sport talmente bello e a contatto con la natura, un indice di libertà che dopo essere stati chiusi in casa per mesi, beh… non c’è niente di più bello che andare e uscire in mare.

Fare Vela La vela è stata considerata dallo studio del Politecnico di Torino, commissionato dal CONI, un’attività sportiva a rischio zero… un motivo in effetti ci sarà.
Luca Devoti Già.., e poi i velisti esposti al sole hanno tanta vitamina D3 e certo non si contaminano (ride, Ndr)…

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