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Un albatros visto da Apiuvia

Capo Leeuwin– Si va verso una nuova ripartenza al Vendee Globe? Pare proprio di sì, con il primo gruppo della flotta che si sta ricompattando ai 45 gradi sud a circa 900 miglia a SW di Capo Leeuwin, estrema punta sudoccidentale dell’Australia. A complicare questo passaggio l’Alta Pressione a sud dell’Australia stessa, il posizionamento della Zona d’esclusione e una dorsale di transizione decisamente complessa. La proiezione a 72 ore porta a un raggruppamento dei primi, con Thomas Ruyant che dovrebbe recuperare ancora miglia sul leader Charlie Dalin.

 

La situazione barica alle 14 CET di oggi

Dalin non ha spinto nelle ultime 24 ore e ha ammesso di volersi riposare un po’ dopo le massacranti ultime tre giornate a cavallo del fronte freddo con punte di 50 nodi. “Sento di essermi guadagnato i galloni del Southern Ocean, ma ho anche bisogno di recuperare un po’. Oggi non andiamo veloci e per la prima volta sto navigando con tutta la randa da quando siamo nell’Oceano Indiano. Il mio vantaggio si sta sciogliendo come neve al sole”, ha detto il leader del Vendee Globe, anche lui alla sua prima esperienza nel Sud Indiano.

Alle 14 CET di oggi, Dalin aveva un vantaggio ridotto a 106 miglia su LinkedOut di Ruyant. Terzo è Yannick Bestaven a 128 miglia. Quarto è Jean Le Cam a 224 miglia. Occorre tener presente che a Le Cam, Bestaven e Boris Herrman ancora dovrà essere quantificato l’abbuono per l’operazione di recupero di Kevin Escoffier (nel frattempo arrivato a La Reunion, dopo 4 giorni di mare sulle fregata francese che lo ha recuperato da Yes We Can).

Louis Burton ha proseguito nella sua opzione sud, che al momento gli è costata tre posizioni (è sesto a 231 miglia) ma che dovrebbe dargli benefici tra 48/72 ore.
Da segnalare oggi l’abbandono di Fabrice Amedeo, che sta dirigendo su Cape Town, a causa di problemi all’elettronica di bordo. E’ il sesto ritiro sui 33 partiti.

Molto bene Giancarlo Pedote, ieri il più veloce del gruppo di testa con 401 miglia percorse e anche oggi con buone medie. Prysmian Group è ancora decimo, ma con ritardo ridotto a sole 387 miglia, un giorno da Dalin.

Pedote prosegue nel suo approccio conservativo, che punta a preservare il mezzo e a pagare qualche miglio in prudenza marinaresca rispetto alle barche vicine. Il velista fiorentino lo spiega bene in questo suo video di ieri:

Il video delle condizioni del mare da Prysmian Group, in cui Pedote non nasconde la sua apprensione per il Southern Ocean:

Pedote commenta così la sua posizione di venerdì mattina: “Siamo ancora sul dorso della depressione di 1000 hPa situata a Sud-Est, depressione che si sta sgonfiando.
La strategia per ora è continuare questo lungo bordo mure a dritta, con il vento che continuerà a girare sempre leggermente più a destra, ed essere sempre più ‘in rifiuto’, come si dice in gergo, e se tutto va bene, approcciare in 3 giorni Capo Leeuwin. Un punto importante della regata, perché avremo passato il secondo dei tre capi del Grande Sud”.

E poi, parlando della sua esperienza personale: “Il primo piacere di questo viaggio, è la sfida che esso rappresenta, il fatto di confrontarsi con qualcosa di straordinario, anche se sappiamo che non è possibile vincere contro l’Oceano. Ho visto la sua forza.
I secondo piacere è la consapevolezza della fortuna che ho di poter fare un viaggio prodigioso, tante scoperte e una regata allo stesso tempo.
Il tutto sapendo che è il mare che decide: se sceglie di esserci ostile, tutto può fermarsi da un momento all’altro.
Non lo nascondo, le giornate a volte sono lunghe. Nell’Oceano Indiano, non cambi la vela come fai nel Golfo di Biscaglia, dove puoi fare anche quattro cambi vela in 24 ore. Ad ogni modo, so che sto attraversando qualcosa di straordinario. Qualcosa di nuovo da assaporare. Prima di partire avevo fatto in modo di non immaginare nulla del mio Vendée Globe, per non avere delusioni e riservarmi solo sorprese. Continuo a attuare questa modalità: pura ricezione dell’esperienza.”

 

Già, ma il Vendee Globe è un viaggio o una regata?
Questo Vendee Globe sembra diverso da quelli del passato. Se da una parte c’è avvincente incertezza, con almeno otto skipper ancora in grado di vincere il giro del mondo, dall’altra bisogna ammettere che le medie attuali non sono in linea con quello che ci si aspetterebbe dal Southern Ocean.
Solo in quattro hanno superato almeno una volta le 500 miglia nelle 24 ore (Ruyant con 515,3, Simon con 508,9, Dalin con 505,5 e Thomson con 501,8 miglia).
Il leader Dalin ha, a oggi 33esimo giorno di regata, ben sei giorni di ritardo sull’analogo passaggio di Armel Le Cleac’h nella scorsa edizione, quando Banque Populaire VIII si trovava già tra la Tasmania e Steward Island, a sud della Nuova Zelanda.

Già, ricordate Steward Island? Quell’isoletta posta a sud dell’isola meridionale della Nuova Zelanda, in cui il leggendario Yves Parlier si ancorò dopo aver disalberato il 18 dicembre 2000 quando era leader del giro. Era l’8 gennaio 2001. Fu lì, nella baia di North Arm, dove Parlier riuscì da solo, senza alcuna assistenza, a ricostruire e issare in coperta, con un ingegnoso sistema di paranchi, un albero di 18 metri. Lo fece con i due tronconi rimasti, riuscì a laminarlo e fissarlo, ritto e solido, sul suo Imoca Aquitaine Innovations. Con questo nuovo armo ripartì e concluse il suo Vendee a Les Sables, con non pochi problemi d’approvvigionamento di cibo, un mese dopo il vincitore Michel Desjoyeaux ma con la gloria imperitura delle autentiche imprese di mare. Epiche. Quelle che lo fanno ancora oggi ricordare come “l’extraterrestre Parlier”.

Aquitaine Innovations di Parlier a Steward Island. ©Th.Martinez- Vendee Globe 2000. Steward Island (NZ)

Ecco, forse a questo Vendee che tanto ci appassiona manca un’impresa come questa. Le barche foil stanno dimostrando di non poter reggere le medie oltre le 500 miglia giornaliere. Troppo rischio e troppe sollecitazioni nel Southern Ocean. D’altra parte le prestazioni degli ultimi Imoca 60 foil con 20/25 nodi e onda sopportabile sono decisamente migliori, ma la somma non si compone e l’equazione differenziale a più variabili dice che, forse, occorrerà ripensare bene alla formula di barche e giro.

Ne ha parlato a fondo, con un articolo estremamente interessante sulla sua pagina facebook, Vittorio Malingri, che lamenta una sorta di deficit sportivo e abilità marinaresca nell’attuale flotta, pur con tutto il rispetto per velisti che hanno dimostrato di saper vincere nelle varie discipoline della vela oceanica: Mini, Class 40, Figarò e transatlantiche. Un pezzo da leggere e valutare come spunto di riflessione. E Malingri, che nei Cinquanta Urlanti c’è stato, sa di cosa parla.

Protestiamo, quindi? Beh, un po’ sì. Per i limiti della zona d’esclusione che portano ormai la flotta a navigare sempre al limite nord dei Quaranta Ruggenti, senza scendere a livello delle Kerguelen. La sicurezza prima di tutto. Vero, ma in fin dei conti non si tratta di un giro del mondo o di un viaggio, ma, con barche dalle tecnologie avveniristiche e dal costo in milioni di euro, di una sfida sportiva, in cui si deve necessariamente spingere, o meglio, in cui percorrere quella linea sottile e acuminata di cui parlavamo in un precedente articolo-analisi.

La posizione attuale della flotta al giorno 33 rispetto a quella di Armel Le Cleac’h al giorno 27 nello scorso VG

Protestiamo perché se una barca si rompe ci si ritira e non vi sono alternative. E per non romperle bisogna mantenere medie inferiori a quelle delle ultime due edizioni del Vendee.
Protestiamo perché le planate infinite del Southern Ocean non le vediamo praticamente più, proprio perché si cerca prima di tutto di arrivare e si spinge solo quando le condizioni lo consentono e quando si plana scendendo da un’onda di sette metri si trattiene il fiato in gola in attesa-del-botto-che-tutto-regga, con il carbonio che geme… e chi ha il tempo di riprendere un video…
Solo alcuni lo fanno, come Alex Thomson che infatti piaceva a tutti o Louis Burton che osa in partenza a Les Sables e si spinge sempre più a sud. O come Jeremie Beyou su Charal che, vedrete, oggi ha passato il primo concorrente e rischierà di arrivare nei dieci a fine giro, dopo essere ripartito nove giorni dopo.

Charal di Jeremie Beyou sta risalendo la flotta dopo la ripartenza

Protestiamo perché si ha la sensazione che alla fine vincerà chi punta ad arrivare intero in porto e non chi avrà osato accettare dei rischi per andare un po’ di più.
Protestiamo ma anche riflettiamo. Quanto e come si può spingere davvero con barche fatte probabilmente per far fare bella figura agli sponsor fuori Ouessant che ad affrontare le depressioni del Southern Ocean?
Un bel dilemma che, unico dato certo al momento, sta portando appunto a una settimana di ritardo rispetto al precedente Globe, pur con barche che dovrebbero essere invece di una generazione più avanzata.

Solo che, appunto, c’è il Southern Ocean a far da saggio ed equo arbitro. Da giudice inappellabile. Uguale per tutti. Con solo gli albatross a osservare questi skipper che provano a gestire le barche e loro stessi in una regata persino più grande della tecnologia che vorrebbe sfidarla.

Un albatross visto da Apivia

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